Salvare la Fondazione Santa Lucia

Non facciamo che l’eccellenza venga cancellata, solo perché siamo in un paese che premia i balordi e lascia fuggire le cose belle e importanti…

Ricevo e inoltro, dalla mia amica Giada. Con la preghiera di massima diffusione.

Le vedo ogni giorno, nel luogo in cui mi sento orgogliosa di apprendere una professione che, insieme a tante altre che vengono svolte all’interno della Fondazione Santa Lucia, contribuisce a rendere tale struttura un “Ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria”. Quello che questa dicitura materialmente significa è quello che ho il privilegio di vedere ogni giorno, almeno in parte, studiando al suo interno. Ho ancora diversa strada da percorrere prima di diventare una professionista – a questo punto mi chiedo se riuscirò a diventarlo – per questo voglio raccontare con gli occhi di una persona qualsiasi quello a cui nell’ultimo anno ho potuto assistere.

Ho visto pazienti, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, ridotti a poco più che vegetali, riprendere a vivere – e per vivere intendo camminare, mangiare, parlare, tutto ciò che noi ogni giorno facciamo dandolo per scontato – reimparando ogni gesto, ogni passo, ogni movimento ed ogni singola parola con fatica ed impegno enormi, e questo grazie ai medici, ai terapisti ed a tutti i professionisti che li seguono e li aiutano ogni giorno.

Ho visto questi stessi pazienti sorridere, a volte anche dei propri mali, perchè ridendo ogni cosa, anche la più atroce e difficile da accettare, viene ridimensionata e sembra meno insormontabile; perchè qualche volta è anche provocandoli – bonariamente – e inducendoli a sorridere che i riabilitatori riescono a spronarli a fare cose che fino ad un istante prima sembravano impossibili; perchè sono i pazienti stessi a prendersi e a prenderci in giro, nei momenti più inaspettati, dimostrando una forza d’animo ed uno spirito che più di una volta mi hanno stupita e commossa, oltre che divertita. Ci sono stati dei momenti, anche grazie a quei sorrisi, in cui mi sono vergognata di essermi chiesta se valesse la pena di insistere a riabilitare pazienti in condizioni che sembravano irreversibili e senza speranza, quando, rivedendoli a distanza di pochi mesi, mi meravigliavo nel riconoscere gli stessi pazienti in grado di muoversi, comunicare e nutrirsi autonomamente.

Ho visto bambini, anche piccolissimi, giocare e divertirsi imparando, pur con grande impegno e fatica, a camminare, a parlare, a leggere e scrivere, anche soltanto a mangiare, con i professionisti del reparto di età evolutiva; tutte attività che ogni bambino impara “naturalmente” dai propri genitori, a scuola e nella vita quotidiana, ma che questi bimbi invece non hanno la possibilità di apprendere se non grazie all’aiuto di chi con professionalità, pazienza e dedizione li aiuta a crescere ogni giorno, passo dopo passo, gioendo insieme ai genitori di ogni piccola, grande vittoria.

Ieri mattina ho visto la rabbia e le lacrime di quegli stessi genitori, che dal 1 gennaio 2012 vedranno chiudersi le porte della Fondazione.

Ho potuto ascoltare alcune delle loro storie, che parlavano di tanti altri centri e specialisti non all’altezza delle cure di cui necessitano i propri figli; loro stessi hanno parlato della Santa Lucia come di “un’oasi di salvezza”, con una gratitudine ed un rispetto infiniti.

Non si fanno miracoli alla Santa Lucia, ma si fa tutto ciò che è umanamente possibile per migliorare situazioni che a volte sembrano impossibili; questo anche grazie alla ricerca scientifica, punto di forza della Fondazione, la quale da sola produce ricerca quanto una piccola facoltà di medicina ed è al primo posto nel campo delle neuroscienze. In Italia sono davvero pochi i centri che possono avere un simile vanto, o non si spiegherebbe perchè gran parte dei pazienti che si affidano alla struttura provengano da ogni parte del Paese, disposti a percorrere centinaia di kilometri pur di usufruire dei suoi servizi.

Poco tempo fa il marito di una paziente si è avvicinato a me, probabilmente non sapendo che fossi una semplice tirocinante, e mi ha detto: “I parlamentari prendono 15.000 euro al mese per non fare un tubo; dovreste prenderli voi quei soldi, che fate un lavoro altamente specializzato e così utile alla società”.

Non è 15.000 euro al mese che chiedono i 750 dipendenti dell’IRCCS Santa Lucia (che non percepiscono da oltre due anni neppure gli adeguamenti contrattuali), ma soltanto di poter continuare a svolgere, come hanno egregiamente fatto fino ad ora, il proprio lavoro, ovvero prendersi cura dei pazienti dei 325 posti letto e degli oltre 300 ambulatoriali che fanno terapia ogni giorno all’interno della Fondazione.

Ancor meno chiedono i pazienti, i loro genitori ed i parenti: che venga rispettato l’Articolo 32 della Costituzione Italiana: il diritto alla salute.

Io, e credo di poter parlare anche a nome degli oltre 400 studenti che come me studiano in questo centro d’eccellenza, chiedo che venga rispettato il mio diritto allo studio; il diritto per il quale pago puntualmente le tasse due volte l’anno; il diritto di poter diventare un giorno all’altezza, sia dal punto di vista professionale che umano, dei lavoratori di questo grande ospedale che rischia tra poco più di un mese di chiudere definitivamente i battenti.

A nulla sono valse le svariate sentenze del TAR (le ultime due risalgono a dieci giorni fa), tutte a favore della Fondazione Santa Lucia: la Regione Lazio le ignora, rifiutandosi di pagare quanto le spetta di diritto e mettendola così in ginocchio di fronte a banche e fornitori.
Per questo motivo il direttore generale Luigi Amadio ieri ne ha annunciato la chiusura al 31 Dicembre di quest’anno, a meno che entro quella data non venga saldato almeno una parte del debito che grava sull’Istituto: 20 milioni di euro a fronte degli oltre 60 milioni totali.

Ieri si è parlato di nuove manifestazioni, azioni legali, lettere e mobilitazioni.
Io, nel mio piccolo, ho intenzione di fare tutto quello che è in mio potere per impedire che questo accada, e questo perchè, prima ancora del mio diritto all’istruzione, mi è difficile immaginare ingiustizia più grande che togliere a queste persone, già messe a così dura prova dagli eventi, la possibilità di un “ritorno alla vita”.

Giada De Pasquale

 

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