Sulla morte di Magri

Hanno fatto bene i nostri politici, per lo più ipocriti su ogni questione di natura etica, da Casini a Veltroni, passando per l’allegra combriccola del PdL, a mantenere un decoroso silenzio sulla scelta del suicidio assistito di Lucio Magri, il fondatore del Manifesto.

Sia chiaro: il suicidio assistito non è l’eutanasia.

L’eutanasia, nei paesi civili dove è permesso praticarla, si effettua su soggetti malati in stadio terminale e porta alla fine delle sofferenze del paziente. È il medico a somministrare i farmaci, in tal caso.
Il suicidio assistito, invece, è dare la possibilità, a chi vuole farlo, di togliersi la vita. Il medico predispone il ricovero e il reperimento dei farmaci da adoperare. Poi è il soggetto che vuole suicidarsi a fare tutto il resto.

Non so prendere una posizione su tale pratica. Sono assolutamente favorevole all’eutanasia e allo stop ad alimentazione e idratazione nei casi di morte cerebrale. Quest’altra opzione, invece, mi trova impreparato, per cui non darò un giudizio in merito.

Credo solo che di fronte alla morte di una persona, anche quando non ne condividiamo le scelte ultime, e anzi proprio per tale ragione, il silenzio e il rispetto siano le uniche risposte possibili di fronte a qualcosa più grande di tutti noi e della nostra comprensione.

Diritti, gay e immigrati: urgenze, dilazioni e diluizione.

Leggo dei diritti da dare agli immigrati e la ritengo una cosa giustissima. È singolare, tuttavia, che in questo frangente nessuno dica che le priorità stiano altrove, come ad esempio la soluzione della crisi. Quando si parla di legge contro l’omofobia o di una normativa per le unioni civili, c’è sempre chi agita lo spettro benaltrista di provvedimenti più urgenti da prendere.

La dilazione del diritto, dunque, vale solo per i gay?

L’aspetto mitico della vicenda – nel senso che la logica non ha pace di fronte a certi fenomeni – è che i primi a fare tale ragionamento sono i gay stessi… Se si dicesse che i diritti dei migranti non sono poi così urgenti rispetto alle difficoltà economiche e alle politiche sul lavoro, si verrebbe tacciati di razzismo.

Invece molti di noi – anche dentro al movimento GLBT, e ciò è gravissimo – trattano i propri diritti nemmeno come privilegi, bensì alla stregua di capricci. Con i risultati che sono agli occhi di tutti.

Il discorso si apre, ancora, a considerazioni politiche che minerebbe la credibilità dei nostri partiti di (centro)sinistra: SEL inclusa, sempre più vicina a un’impostazione piddina della questione omosessuale italiana. La dilazione che diviene diluizione. Per arrivare al niente.

Ovviamente io non nego i diritti delle minoranze. Tutte. Critico l’atteggiamento di molti, gay inclusi, riguardo alla questione dei diritti civili per le coppie di fatto. Ben venga, perciò, ogni passo in avanti verso una maggiore civilizzazione di questo paese.

L’eguaglianza, tuttavia, dovrebbe essere qualcosa che riguarda tutte le categorie, non certo a beneficio settori più uguali degli altri. Altrimenti si scade nel privilegio più deleterio.

Salvare la Fondazione Santa Lucia

Non facciamo che l’eccellenza venga cancellata, solo perché siamo in un paese che premia i balordi e lascia fuggire le cose belle e importanti…

Ricevo e inoltro, dalla mia amica Giada. Con la preghiera di massima diffusione.

Le vedo ogni giorno, nel luogo in cui mi sento orgogliosa di apprendere una professione che, insieme a tante altre che vengono svolte all’interno della Fondazione Santa Lucia, contribuisce a rendere tale struttura un “Ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria”. Quello che questa dicitura materialmente significa è quello che ho il privilegio di vedere ogni giorno, almeno in parte, studiando al suo interno. Ho ancora diversa strada da percorrere prima di diventare una professionista – a questo punto mi chiedo se riuscirò a diventarlo – per questo voglio raccontare con gli occhi di una persona qualsiasi quello a cui nell’ultimo anno ho potuto assistere.

Ho visto pazienti, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, ridotti a poco più che vegetali, riprendere a vivere – e per vivere intendo camminare, mangiare, parlare, tutto ciò che noi ogni giorno facciamo dandolo per scontato – reimparando ogni gesto, ogni passo, ogni movimento ed ogni singola parola con fatica ed impegno enormi, e questo grazie ai medici, ai terapisti ed a tutti i professionisti che li seguono e li aiutano ogni giorno.

Ho visto questi stessi pazienti sorridere, a volte anche dei propri mali, perchè ridendo ogni cosa, anche la più atroce e difficile da accettare, viene ridimensionata e sembra meno insormontabile; perchè qualche volta è anche provocandoli – bonariamente – e inducendoli a sorridere che i riabilitatori riescono a spronarli a fare cose che fino ad un istante prima sembravano impossibili; perchè sono i pazienti stessi a prendersi e a prenderci in giro, nei momenti più inaspettati, dimostrando una forza d’animo ed uno spirito che più di una volta mi hanno stupita e commossa, oltre che divertita. Ci sono stati dei momenti, anche grazie a quei sorrisi, in cui mi sono vergognata di essermi chiesta se valesse la pena di insistere a riabilitare pazienti in condizioni che sembravano irreversibili e senza speranza, quando, rivedendoli a distanza di pochi mesi, mi meravigliavo nel riconoscere gli stessi pazienti in grado di muoversi, comunicare e nutrirsi autonomamente.

Ho visto bambini, anche piccolissimi, giocare e divertirsi imparando, pur con grande impegno e fatica, a camminare, a parlare, a leggere e scrivere, anche soltanto a mangiare, con i professionisti del reparto di età evolutiva; tutte attività che ogni bambino impara “naturalmente” dai propri genitori, a scuola e nella vita quotidiana, ma che questi bimbi invece non hanno la possibilità di apprendere se non grazie all’aiuto di chi con professionalità, pazienza e dedizione li aiuta a crescere ogni giorno, passo dopo passo, gioendo insieme ai genitori di ogni piccola, grande vittoria.

Ieri mattina ho visto la rabbia e le lacrime di quegli stessi genitori, che dal 1 gennaio 2012 vedranno chiudersi le porte della Fondazione.

Ho potuto ascoltare alcune delle loro storie, che parlavano di tanti altri centri e specialisti non all’altezza delle cure di cui necessitano i propri figli; loro stessi hanno parlato della Santa Lucia come di “un’oasi di salvezza”, con una gratitudine ed un rispetto infiniti.

Non si fanno miracoli alla Santa Lucia, ma si fa tutto ciò che è umanamente possibile per migliorare situazioni che a volte sembrano impossibili; questo anche grazie alla ricerca scientifica, punto di forza della Fondazione, la quale da sola produce ricerca quanto una piccola facoltà di medicina ed è al primo posto nel campo delle neuroscienze. In Italia sono davvero pochi i centri che possono avere un simile vanto, o non si spiegherebbe perchè gran parte dei pazienti che si affidano alla struttura provengano da ogni parte del Paese, disposti a percorrere centinaia di kilometri pur di usufruire dei suoi servizi.

Poco tempo fa il marito di una paziente si è avvicinato a me, probabilmente non sapendo che fossi una semplice tirocinante, e mi ha detto: “I parlamentari prendono 15.000 euro al mese per non fare un tubo; dovreste prenderli voi quei soldi, che fate un lavoro altamente specializzato e così utile alla società”.

Non è 15.000 euro al mese che chiedono i 750 dipendenti dell’IRCCS Santa Lucia (che non percepiscono da oltre due anni neppure gli adeguamenti contrattuali), ma soltanto di poter continuare a svolgere, come hanno egregiamente fatto fino ad ora, il proprio lavoro, ovvero prendersi cura dei pazienti dei 325 posti letto e degli oltre 300 ambulatoriali che fanno terapia ogni giorno all’interno della Fondazione.

Ancor meno chiedono i pazienti, i loro genitori ed i parenti: che venga rispettato l’Articolo 32 della Costituzione Italiana: il diritto alla salute.

Io, e credo di poter parlare anche a nome degli oltre 400 studenti che come me studiano in questo centro d’eccellenza, chiedo che venga rispettato il mio diritto allo studio; il diritto per il quale pago puntualmente le tasse due volte l’anno; il diritto di poter diventare un giorno all’altezza, sia dal punto di vista professionale che umano, dei lavoratori di questo grande ospedale che rischia tra poco più di un mese di chiudere definitivamente i battenti.

A nulla sono valse le svariate sentenze del TAR (le ultime due risalgono a dieci giorni fa), tutte a favore della Fondazione Santa Lucia: la Regione Lazio le ignora, rifiutandosi di pagare quanto le spetta di diritto e mettendola così in ginocchio di fronte a banche e fornitori.
Per questo motivo il direttore generale Luigi Amadio ieri ne ha annunciato la chiusura al 31 Dicembre di quest’anno, a meno che entro quella data non venga saldato almeno una parte del debito che grava sull’Istituto: 20 milioni di euro a fronte degli oltre 60 milioni totali.

Ieri si è parlato di nuove manifestazioni, azioni legali, lettere e mobilitazioni.
Io, nel mio piccolo, ho intenzione di fare tutto quello che è in mio potere per impedire che questo accada, e questo perchè, prima ancora del mio diritto all’istruzione, mi è difficile immaginare ingiustizia più grande che togliere a queste persone, già messe a così dura prova dagli eventi, la possibilità di un “ritorno alla vita”.

Giada De Pasquale

 

Regionali 2010 e caso Bonino: il pd ha drogato la democrazia?

Cerchiamo di ricostruire i fatti.

L’intervento di Concita De Gregorio potete sentirlo direttamente voi qui: http://www.radioradicale.it/scheda/340729

Poi c’è il comunicato dei Radicali Italiani, pesantissimo, che si può riassumere così: «il Partito Democratico ha voluto far perdere Emma Bonino alle Regionali del Lazio».

La cosa di per sé non è una novità. Che certi partiti di centro-sinistra non amassero la candidatura di Emma Bonino è stata cosa fin troppo evidente.

Ma cosa ha detto l’ex direttrice dell’Unità? Raccontando di un suo incontro con un “altissimissimissimo” (sic) dirigente del partito democratico, sull’appoggio alla leader radicale, allora candidata per la coalizione progressista contro la destra, emerge che l’anonimo interlocutore abbia risposto così:

«A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l’unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo.  Senza ovviamente che gli elettori ci mollino, senza perdere troppo consenso. Perché non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica».

Gli aspetti inquietanti di questa vicenda, finora non smentita da nessuno dei “altissimissimissimi” del pd, e contestata, per altro male, da alcuni suoi militanti (Cristiana, mi duole dirlo il tuo ragionamento fa torto alla tua onestà intellettuale), sono molteplici:

1. Concita De Gregorio non è una giornalista qualsiasi. È la direttrice dell’organo ufficiale del pd. È stata, cioè, la voce del partito. E questa voce ha detto che il partito, nella persona di un suo massimo dirigente, ha lavorato contro se stesso e contro i suoi militanti, che invece puntavano alla vittoria delle regionali del 2010.

2. Se quanto detto da De Gregorio è vero, e fino ad adesso pare che lo sia, cosa ci autorizza a non pensare che il pd non farà lo stesso in altre competizioni elettorali per seguire il disegno neoconservatore e reazionario dei suoi leader?

3. Il progetto di un’alleanza che coinvolga Casini – che, ricordiamolo, ha portato in parlamento un condannato per rapporti con la mafia (Cuffaro) e un indagato per lo stesso reato (Romano) – e Fini – ex fascista – è nei piani manifesti dell’attuale dirigenza del pd. I conti tornerebbero, in tal senso.

4. Il principale partito di opposizione pare aver bisogno dell’aiuto di frange integraliste cattoliche per poter ritornare al potere. Si mostra, dunque, incapace di riprodurre una strategia politica vincente che lo renda autonomo dai suoi alleati. Questi, per altro, non sono cercati a sinistra – come IdV o SEL – bensì in quella stessa destra che ha contribuito fattivamente a fare le fortune di Berlusconi negli ultimi diciotto anni.

5. Ancora sulle alleanze: il pd è fermo al 27% dei consensi secondo tutti i sondaggi. SEL e IdV, insieme, arriverebbero al 18%. Ancora, secondo i sondaggi, l’UdC non va oltre il 7% e Fini è fermo al 3%. Per quale ragione preferire un patto con una forza accreditata tra il 10-12%, per di più di destra clericale?

Da queste evidenze, emergono due ulteriori considerazioni.

La prima: se domani si proponesse un’alleanza pd-terzo polo, sarebbe la fine di qualsiasi intervento politico su questioni vitali per i diritti civili. Testamento biologico e coppie di fatto, ad esempio, verrebbero cestinati per sempre nel nostro panorama politico. Per non parlare di altri settori strategici, come sanità e scuola. I fondi pubblici sarebbero destinati a enti religiosi, in spregio della nostra Costituzione e del concetto stesso di laicità.

La seconda: i militanti e gli elettori del pd sono stati trattati, da quel dirigente, come pecore disposte ad accettare supinamente le decisioni dei piani alti. Vedremo se è vero. Perché in qualsiasi paese serio, un partito serio defenestrerebbe immediatamente quel dirigente. In alternativa, il partito perderebbe milioni di consensi in pochi mesi. Anche se io temo che non accadrà nulla di tutto questo.

Un fatto rimane, comunque, incontrovertibile: Emma Bonino ha perso e la democrazia pare esser stata drogata proprio dalla dirigenza di quel partito che porta, dentro il suo nome, l’aggettivo che si rifà ad essa. Non è decisamente un buon segno.

Isole lontane

In Amore e altre catastrofi il protagonista crede di essere un’isola sperduta, in mezzo al mare, e destinato alla solitudine. Poi si innamora di una donna, risente una registrazione in cui si percepiva come uno scoglio solitario e si manda a fanculo da solo.

La mia amica Milla sostiene che a me succederà la stessa cosa: ricorderò le cose che ci diciamo in chat, tutte le sere prima di andare a dormire, e sorriderò della mia ingenuità. Quello a cui lei non fa caso, tuttavia,  è che i film non sono veri. La realtà è sempre peggiore.

Questo dicevo a Vale, al cospetto del suono di carta del tabacco essiccato con cui si stava arrotolando una sigaretta fatta a mano.

«Beh, noi archeologi abbiamo un problema,» mi ha ribattuto a sua volta, serafica «non riusciamo a capire com’è possibile che in età preistorica interi gruppi di uomini abbiano lasciato le loro terre per andare a vivere in isole così lontane… è un mistero. Senza soluzione.»

Sotto pelle, tessuti e ossa

Aprire il proprio cuore al mondo. E quella roba lì.

Peccato, però, che sia sempre quasi del tutto inutile. E allora sai che c’è? Mi tengo il quasi e tutto il resto vada all’inferno.

Gli organi funzionano bene solo se stanno sotto centimetri di pelle, tessuti e ossa. E le ossa sono dure. Se così è stato predisposto, deve esserci un perché. Non sta a me cambiare le regole.

Adesso arriveranno inviti e istruzioni d’uso su ciò che non devo essere. E nessuno sembra accorgersi che l’immagine riflessa non necessariamente deve essere anche la più vera.

Insegnanti a tremilacinquecento euro al mese

L’altra sera sentivo al tg di una scuola della periferia di Napoli. Della periferia dura, dove i ragazzi (e le loro famiglie) possono essere un pericolo, oltre che un problema. Dove i ragazzi (assieme alle loro famiglie) possono anche essere in pericolo.

La preside, intervistata, ha dichiarato che all’inizio dell’anno su un organico di più di ottanta persone, solo tre docenti avevano accettato di andare a lavorare in quell’istituto. Anche il personale ausiliario latita e la dirigente stessa è costretta a far le pulizie.

Non biasimo i colleghi che decidono di non andare a lavorare in quel posto. Io per primo non ne avrei la forza. Non si può rischiare la propria salute, l’amor proprio, la vita (in qualche caso) per poco più di mille euro al mese.

Se lo Stato – questo sì da biasimare – vuole salvare quella fetta di società deve fare in modo che i suoi salvatori siano motivati. Io stilerei una classifica di scuola ad alto rischio. E farei in questo modo: chi va lì, prende il 50% di stipendio in più e paga il 50% di tasse in meno. Al punteggio andrebbe accumulato un bonus di altri sei punti.

In questo modo i docenti sarebbero motivati. Perché si riconoscerebbe loro non solo il rischio a cui vanno incontro, ma una più adeguata considerazione sociale. Siamo l’unico paese europeo dove un professore della scuola pubblica viene visto come uno sfigato qualsiasi, mentre chi insegna ha un ruolo fondamentale: quello di formare l’Italia del futuro.

Bisogna capire, ancora, che quello del docente è un mestiere strategico. Come il medico, per intenderci. Questi ultimi salvano vite. I primi, invece, permettono che possano schiudersi.

In tal senso occorrerebbero retribuzioni migliori anche a tutti gli altri insegnanti, come si fa in Europa. Si potrebbe partire da uno stipendio base netto di 1500 euro, per arrivare, attraverso gli scatti successivi, da estendere a tutti, precari e regolari, a un minimo fisso di 3500 euro al mese.

I soldi si possono recuperare coi tagli alla casta, la riduzione delle missioni militari, l’estensione dell’ICI ai beni ecclesiastici, la patrimoniale, controlli fiscali più severi per gli evasori, la vendita dei beni sequestrati alle mafie, ecc.

La classe docente si popolerebbe di persone determinate e contente di mettersi in gioco. Una classe politica seria dovrebbe capire questo. Cosa che non è stata mai fatta da Gelmini, per risalire fino agli ultimi cinque governi.

Il canto del Merlo e il sussurro dello sciacallo

Francesco Merlo ci ha già abituato ad articoli e interventi che in qualsiasi altro paese civile verrebbero bollati, nella migliori delle ipotesi, come reazionari, per non dire fascisti.

Ricordo il caso di Domenico Riso, lo steward italiano morto, nell’agosto del 2008, in un incidente aereo con il compagno e il figlio.

Allora Merlo si scagliò contro Grillini e l’intera Arcigay, rei di aver accusato i media italiani del silenzio sulla relazione tra i due padri gay. Per Merlo, dietro quel j’accuse si nascondeva la strumentalizzazione politica – l’uso della tragedia per portare avanti le istanze della battaglia GLBT – e l’esibizione della sessualità.

Merlo non capì, o fece finta di non comprendere, che l’Arcigay chiedeva solo che venisse riconosciuto un sentimento, quello di due uomini che avevano provato, sicuramente tra non poche difficoltà, a creare un loro nucleo affettivo e umano, una famiglia, per usare un termine del mondo della “normalità”.

E invece paragono quella situazione al consumo del viagra e alle pratiche feticiste.

Adesso ritorna alla carica, sempre sulla pelle di persone vittime della tragedia. In un video pubblicato su Repubblica.it, Merlo mette a confronto Genova e Messina, i due alluvioni, l’ordine e la pulizia del nord civile e il degrado e l’abusivismo del sud mafioso.

Certo, i morti sono tutti uguali, ma le cause sono diverse, dice. E a guardare la cause, chissà che non abbiano ragione certe sub-culture, ci dice ancora, che disegnano un’immagine di un meridione lasciato in balia di delinquenze, dissesti sociali, inciviltà di sorta.

Il resto lo si può ascoltare sul filmato in questione.

Io mi chiedo, invece, se il giornalista di Repubblica non prenda spunto da certi fatti per veicolare – attraverso il dubbio, la domanda, l’indagine – giudizi morali specifici e pensieri politici abominevoli, cattivi, disumani e disumanizzanti.

Perché se così fosse, sarebbe grave che uno dei più importanti quotidiani italiani lasciasse spazio, tra le sue colonne e tra i suoi pixel, a chi pare non conoscere bene la differenza, tutt’altro che sottile, tra l’opinione critica, sempre legittima, e il più becero sciacallaggio. Questo sempre aberrante, come possono esserlo in egual modo l’omofobia, le mafie e il malaffare di questo nostro paese.