La scuola si è rotta. E pure il prof

All’università ho dato ventuno esami. Tra questi quelli che ho amato di più ci sono stati le discipline linguistiche, la Letteratura italiana, la Filologia romanza, le storie della chiesa e del cristianesimo.
Ho fatto un master, una scuola di specializzazione per insegnare ai licei (ai licei, sottolineo), un dottorato di ricerca.

Se potessi tornare indietro, quando agli esami mi si chiedeva di parlare di apofonia latina, della formazione del canone biblico, della materia arturiana o del ciclo dei vinti, avrei dovuto rispondere che no, non erano quelle le cose che mi sarebbero servite un giorno.

Avrei dovuto dire loro di impartirmi un corso di buone maniere per undicenni, a cominciare da come si tiene il cucchiaio a tavola.
Oppure un bravo terapista per sopportare l’indolenza di centocinquanta studenti ai quali nulla interessa delle cose che sono costretto a insegnar loro, a cominciare dai meridiani e paralleli.
O a impostare il tono della voce, per gridare, senza sforzo eccessivo e per evitare di sentir dolore alle corde vocali a fine giornata, di far silenzio.

Perché è questo che mi si chiede di fare da un po’ di tempo a questa parte. E se lo avessi saputo prima non mi sarei di certo sbattuto a diventare una persona le cui cose da dire non interessano praticamente a nessuno.

Per poi magari scoprire, un giorno, che lo stato – nella persona di uno o più ministri che intendono la politica solo come taglio alla spesa – non ha più bisogno dei tuoi servizi e licenziarti senza nemmeno dirti grazie.

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