Apartheid cattolico

‎«No, il matrimonio non è legato alla sessualità, il matrimonio si basa sul consenso, cioè sulla volontà». Sono le parole di Pietro Lombardo, canonista medievale. Ho trovato, per caso, questa dichiarazione sul profilo Facebook di Yuri Guaiana, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano e militante dei Radicali Italiani.

Il matrimonio come atto di volontà è una conquista moderna. Prima erano molto di moda, a ben pensarci, i matrimoni di interesse o quelli combinati. Il più delle volte, queste unioni erano benedette dalla chiesa cattolica. La stessa che oggi pretende che lo Stato laico faccia discriminazioni tra i suoi cittadini, in virtù di credenze faziose e obsolete che gli stessi appartenenti al cristianesimo non seguono nella loro prassi quotidiana.

Secondo tale organizzazione, i gay non possono accedere al matrimonio civile. Perché così sarebbe scritto sulla Costituzione.

Ricordo a questa gente che l’articolo 2 della nostra Costituzione recita che lo Stato riconosce le formazioni sociali dove si svolge la personalità dell’individuo.

L’eguaglianza formale dei cittadini e delle cittadine d’Italia è, per altro, garantita dall’articolo 3 del medesimo testo, che prevede che siamo tutti uguali a prescindere da differenze legate a condizioni personali.

E ancora: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

I gay e le lesbiche hanno, quindi, diritto di sposarsi. Andare contro questa evidenza significa limitare la libertà dell’individuo, in pieno conflitto col dettato costituzionale.

È tutto scritto nella fonte del nostro diritto, la stessa fonte che assicura libertà di credo religioso a quei cattolici che pretendono che la legge non sia uguale per tutti e che ci siano privilegiati e discriminati.

Una situazione del genere si è avuta, a ben vedere, nell’Africa e nell’America dell’apartheid.

I seguaci di Ratzinger dovrebbero, di conseguenza, scegliere da che parte stare, tra tirannide (e quindi crimine) e diritto.

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