Che ne sanno Santanché e Checco Zalone del matrimonio gay?

Ci risiamo. Ancora una volta il giornalista di turno – in questo caso del Corriere, forse invidioso che tale pratica fosse divenuta quasi esclusiva di Vanity Fair – chiede pareri sulla questione omosessuale a chi non ha titolo per parlarne.

Come nel caso di Daniela Santanché che reduce dalle difese del bunga bunga, può adesso permettersi di dirsi impressionata all’idea che Paola Concia possa essersi unita davanti alla legge con la sua compagna: «Io mi impressiono, voglio impressionarmi, accidenti! Non voglio abituarmi a certe robe…»

La domanda conseguente è semplice: qual è l’esigenza da parte di giornalisti e cronisti di conoscere il pensiero di persone inammissibili su temi che andrebbero trattati con il dovuto rispetto?
Perché chiedere alla Ferilli che ne pensa dei matrimoni gay o a Checco Zalone delle adozioni? Qual è l’utilità? Che competenza hanno queste persone su questi temi?

Per altro: questa gente viene ugualmente interpellata per il nucleare, per la crisi economica, per l’acqua pubblica? No. E se la si interpella sui matrimoni gay è solo per svilire il discorso.

Perché se di certe cose può parlarne un saltimbanco qualsiasi è perché l’argomento non è serio. Questa è la filosofia.

Adesso sapere che l’ex leader di un partito di estrema destra sia favorevole o meno a certe questioni ha lo stesso valore della contrarietà di Massimo Boldi ai referendum sul legittimo impedimento o del biasimo di Flavia Vento rispetto all’aumento dell’IVA. Il problema però è che il giornalista interpella questa gente solo sui froci.

Un modo facile e semplice, a ben vedere, per riempire una pagina di un qualsiasi giornale italiano. Non importa se intrisa di luoghi comuni, di dichiarazioni offensive e di informazioni sbagliate.

(musa: Milla Delle Ore)

Annunci