A Paola e Ricarda, spose

Cara Paola, cara Ricarda (anche se tu, Ricarda, forse non ti ricordi di me),

ho sempre pensato che non è un atto formale a rendere vero l’amore. E semmai, quell’atto, ha un valore per lo più materiale. Tutto ciò che, in una parola sola, può riassumersi in “diritti”.

Dico questo perché la benedizione del vostro legame prescinde da firme e scartoffie. Ciò che rende possibile quello che siete, siete voi due. È in ciò che risiede il miracolo della vita, nonostante le parole dei signori grigi che vanno contro il vostro sogno, contro il destino che ci accomuna.

Tutto il resto, perciò, è giurisprudenza. Oppure, se vogliamo essere romantici, la ciliegina sulla torta. Nuziale, nel vostro caso.

Ma io credo pure ai simboli, che non portano il pane a tavola e non porgono le garze sulle ferite. Ma disegnano l’anima e i pensieri. E con i pensieri si cambia il mondo. Per questo penso che il vostro matrimonio non sia solo un atto legale, per quanto legittimato già nel suo essere dal sentimento che lo nutre e che lo rende imprescindibilmente giusto.

La vostra scelta diventa simbolo di una libertà che deve essere prerogativa di tutte e di tutti. La libertà di chi, gay o lesbica, vuole essere come la maggioranza delle persone. La libertà di chi, eterosessuale, sa di poter vivere in un paese più giusto. La libertà di chi decide di non sposarsi, in un novero di scelte tutte a portata di mano.

La vostra unione è sacra, perché esiste. È lecita perché prevista dalle cose del mondo. Chi non comprende questo non capisce l’amore e non conosce la vita. Mi sembra che voi, al contrario, abbiate imboccato la strada giusta.

Vi abbraccio come se foste qui, con ogni augurio di felicità per tutto ciò che già siete e che potrete ancora essere. Insieme.