L’errore di sistema (i fatti di Oslo e la politica italiana)

Voglio tornare ancora sul caso Breivik. Non tanto per indagarne le ragioni specifiche o per sottolineare la mostruosità dell’atto. I nostri giornali ci allieteranno con foto crudeli, dichiarazioni infami e articoli dedicati per qualche giorno ancora. Poi la fine dell’estate e la scarsa fantasia delle agenzie di stampa ci regaleranno lunghe prime pagine sul clima, non più quello di un tempo.

Ma non voglio tergiversare. Leggendo le maggiori testate italiane, i blog e i commenti sulle bacheche dei social network, è singolare vedere come tutti identifichino due aspetti tra loro speculari, che però nessuno focalizza fino in fondo.

Da una parte, infatti, si parla di radicalismo xenofobo e di integralismo religioso. Chiunque, con l’unica eccezione di Borghezio e di qualche altro leghista, è pronto a giurare sul razzismo e sul fanatismo religioso del “terrorista” norvegese.

D’altra parte, però, ora per ingenuità, ora per interesse specifico, non si mettono in relazione questi due mali moderni con quello che è un errore di sistema. In altre parole: Breivik è un folle esaltato per ciò che ha fatto, ma non è un caso isolato a livello ideologico, cioè per ciò che crede. Moltissima gente, in Europa (e in Italia) la pensa esattamente come lui.

In tutto il mondo occidentale questi istinti hanno trovato un’elaborazione politica specifica. Non è un caso che in Europa le destre estreme, in alcuni casi divenute di governo (Italia, Austria, Olanda), abbiano abbandonato la mitologia tradizionale di svastiche, fiamme e fasci littori per reinventarsi una sub-cultura iper-identitaria: si è bianchi, ricchi e cristiani, il resto è visto come nemico.

Crocifisso, denaro e pelle bianca: la nuovissima trinità. Se manca anche uno solo di questi ingredienti scatta l’allarme.

In Italia tali istanze sono state recepite in due modi apparentemente opposti, ma di fatto contigui: l’antagonismo dei movimenti autonomisti, da una parte, e il radicalismo confessionale travestito da moderatismo parlamentare, dall’altra. A fasi alterne e/o combinate. I protagonisti politici di questo pensiero vedono nella salvaguardia della “tradizione occidentale” la salvezza dalla disgregazione di nuovi modelli invasori, religiosi e sociali.

Il linguaggio di partiti nostrani come la Lega Nord e l’Unione di Centro è assai uniforme. Si reagisce alla sfida della modernità con la chiusura. Il nuovo, che sicuramente va affrontato, assimilato (almeno culturalmente) e regolato (giuridicamente), viene accusato di potere e volontà di dissoluzione di ciò che rimane di un’identità che prima aveva un nemico, ora ha bisogno di trovarne un altro per tenersi in piedi.

Un’identità in negativo che, almeno nel caso italiano, ha bisogno del sangue degli immigrati rispediti in Libia e abbandonati nel deserto, delle coltellate ai gay che si baciano per strada e del bisogno di identificarli con i nuovi mostri moderni (frequente è il paragone con la pedofilia ) in un processo di disumanizzazione continua. Lo stesso che altrove, mutatis mutandis, crea altri mostri (Breivik, appunto) e annientamento di altre umanità.

Credo sia nostro dovere sconfiggere questa sub-cultura con la creazione di un’identità nuova, un nuovo concetto di essere italiani, basato sulla condivisione delle responsabilità e l’apertura critica a ciò che non si conosce ma che è presente nella vita quotidiana. Strada lunga e in salita. Ma d’altronde la democrazia è difficile. Di contro la strada verso l’abisso, certi nostri politici ce lo dimostrano ogni giorno, è per sua natura rivolta verso il basso.

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4 thoughts on “L’errore di sistema (i fatti di Oslo e la politica italiana)

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  2. Sono del tutto d’accordo con quello che scrivi, e non ho niente da aggiungere, solo una riflessione.
    L’altro giorno parlavo con il mio ragazzo di questi argomenti, e mi sono reso conto che la situazione è molto più tragica di quanto pensassi. Quando mi trovo a parlare di gay, immigrati ecc., la sensazione che ho dei leghisti-omofobi-integralisti-bigotti-chiamalicomevuoi è che le loro non sono idee dettate dalla testa, ma dalla pancia. Cioè, per esempio: quando chiedo “che hai contro i gay” ti tirano fuori dio, madre natura e via dicendo.
    Quello che voglio dire è: ha senso fare discorsi sensati con queste persone? Ha senso contrapporre delle argomentazioni razionali e obiettive ad altre che sono fondamentalmente irrazionali e soggettive? Per me non si cava un ragno dal buco.
    Quando dici che bisognerebbe costruire una nuova identità, io ho pensato “come?”. “L’apertura critica” presuppone senso critico, obiettività. ma la caratteristica del fanatismo è proprio la sua irrazionalità, il fatto che non si piega a niente, anzi deve piegare tutto il resto. Tu che ne pensi? Dove e come bisognerebbe agire?

  3. L’apertura è un mezzo, ma anche un fine. Il percorso è accidentato, come ho già detto. Vista la situazione italiana, credo che sia opportuno agire a livello locale, anche perché sono diverse le situazioni legate al territorio. Per esempio, in un luogo ad alta presenza musulmana bisognerà agire in un modo, in una zona dove ci sono gli slavi i problemi saranno altri.

    Occorrerebbe poi potenziare il ruolo dei mediatori culturali, attraverso l’azione congiunta degli esperti del settore, i comuni e le associazioni di volontariato. A Catania, ad esempio, l’Arci organizzava corsi gratuiti di italiano per migranti. Creare progetti che leghino i nuovi immigrati al territorio, in una prospettiva di collaborazione con la popolazione locale. All’Arci, per ritornare a quell’esempio, alla fine dei corsi si facevano le feste in cui i migranti portavano i loro piatti e gli italiani la loro cucina e si condivideva il tutto in una grande cena, aperta al pubblico.

    Un ruolo fondamentale, poi, lo devono ricoprire a livello nazionale le scuole, vere fucine di democrazia. Ho avuto diverse classi multietniche ed era sorprendente vedere come i ragazzi interagivano a prescindere da preconcetti di qualsiasi natura. La pratica del sé condiviso, infatti, frantuma il pregiudizio.

    È un problema sociale di vasta portata che ha anche conseguenze drammatiche, soprattutto tra quei settori restii all’integrazione – quante volte sentiamo di ragazze uccise o sfigurate, in specifici ambienti, perché non si vuole la loro occidentalizzazione? – ma fare come la Lega, cioè disseminare paura e applicare politiche di disumanizzazione, non solo non è la soluzione (Lampedusa ci insegna che il problema si reitera costantemente) ma che questo si ripresenterà poi in tutta la sua gravità.

    Sostegno delle iniziative associative, politiche culturali sul territorio, potenziamento delle politiche di integrazione scolastica e, inoltre, un maggior controllo del territorio dalla delinquenza tout court – e sto parlando di tutta la delinquenza – sono dei possibili ambiti di azione.

    Ci vuole molto denaro. Basterebbe richiamare i militari, invece che farli morire in Afghanistan. Diminuire le spese dei politici – a cominciare dalle auto blu – e, se necessario, decurtare l’otto per mille per iniziative socialmente utili (la chiesa mossa da spirito umanitario dovrebbe approvare senz’altro). I soldi ci sono, basta spenderli in modo intelligente. Le idee si trovano. Forse manca la buona volontà. Credo.

    P.S.: una buona idea, per essere tale, non deve essere condivisa dal 100% delle persone. L’importante che i benefici che ne scaturiscono riguardino tutti. Leghisti compresi, anche se poi non hanno l’intelligenza per capirlo.

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