Voci dai volontari dell’Europride

Un pomeriggio incerto, tra pioggia e afa. Piazza Vittorio, al Pride Park, il luogo in cui la comunità LGBT si incontra con la città eterna. E un gruppo di volontari, tutti alla prima esperienza. Che ci raccontano perché hanno regalato il loro tempo e la loro speranza alla causa dell’Europride.

Claudio ha ventiquattro anni e studia informatica. È diventato volontario ed è la sua prima volta. Lo fa perché le cose cambino. E si aspetta che i suoi sforzi diano, assieme a quelli di tutti gli altri, la giusta visibilità all’evento.

Daniele – 26 anni, impiegato – vuole sentirsi utile e spera che venga tanta gente al corteo di sabato. Non poteva non esserci.

Elena, amica di Claudio, sua coetanea e collega universitaria, lo fa perché non si è mai avvicinata all’attivismo politico e pensa che fare la volontaria sia una buona occasione per conoscere il movimento e dare una mano. Per la causa comune.

Francesco di anni ne ha trenta, fa l’infermiere ed è dichiarato al lavoro. L’Europride lo fa per se stesso, per la sua città – perché lui è romano de Roma – per il movimento. E perché vuole i diritti.

Marian, 21 anni, rumeno ed è qui in Italia per cercare fortuna. Nell’attesa di trovare un lavoro, un po’ inganna il tempo, un po’ ci crede. Nei suoi occhi una ferita lontana come il suo paese. Cacciato di casa perché gay, vuole un mondo più giusto. E mentre ti dice questo, i suoi occhi si fanno bellissimi e ti dice che anche nella sua città ci sono sette colli.

E infine Sabrina, 43 anni e consulente del lavoro, il cocktail in mano e una leggerezza che fa rima con un sorriso avvolgente. Lei lo fa per l’appartenenza. Per sentirsi parte di qualcosa. Non nutre grandi utopie, ma spera che magari, già da lunedì, i politici e l’Italia tutta si sveglino nella consapevolezza che c’è bisogno di diritti e di rispetto. E che di conseguenza dopo si faccia davvero qualcosa.

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Pubblicato su Pegaso on line.