Il fiume nel vaso

In effetti i presagi erano tutti lì, davanti ai miei occhi.
Il sole orizzontale, le madri con le biciclette, assieme ai figli, e l’indolenza della sera, al finire del giorno. Ogni cosa suggeriva qualcosa di più duraturo di un abbraccio: l’andare mano nella mano della malinconia con la gioia.
Perché è questo che dà sapore alle cose, quell’abbraccio di mandarino e di cioccolata che non sappiamo di aver dentro.

Il problema, semmai, è quando vogliamo allargare l’orizzonte degli eventi, quando il sole e le madri non bastano più e c’è un anelito che va oltre la sera, e percorre le galassie alla ricerca di nuovi mondi possibili o, forse più semplicemente, improbabili.

Stasera ho detto che non è colpa del fiume se il vaso non è capace di contenerlo. Ma la volontà del fiume di essere raccolto per intero dentro il vaso è del tutto giustificabile?

È così che ci facciamo del male? Quando non seguiamo la nostra natura fluviale e l’aspirazione agli oceani, di sale o di stelle, per volere l’abbraccio dell’argilla forgiata da vasai che non attingono nulla della nostra acqua?

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