Libera minchiata in libero stato

Prima fa un convegno contro il darwinismo. Per dimostrare che il mondo l’ha creato Dio.
Poi va a Radio Maria e, sul Giappone, dice: «I terremoti sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio».

Il mondo della scienza si ribella. In molti chiedono le sue dimissioni. Ma il vicepresidente del CNR, Roberto De Mattei, non ammette di aver detto la boiata.

Per capire la gravità di quello che ha fatto: scopri che hai un cancro, vai dal medico e quello ti dice che devi gioire, ché sei stato toccato dall’amore di Dio, dio temibile ma giusto. (Dovrebbe seguire, a questo punto, la domanda su cosa scaglieresti sulle gengive del dottore, se un crick o un grosso posacenere di vetro dagli angoli non smussati, ma per stavolta passiamo.)

De Mattei si difende: io ho solo citato un vescovo, che disse le stesse cose in occasione del terremoto di Messina.
Tradotto: l’ha detto un prete, per cui posso dirlo anch’io.
Libera minchiata in libero stato, insomma.

Allora, visto che ci piacciono tanto le citazioni, possiamo ricordare Totò che in un suo film diceva: «Lei è un cretino, si informi». Almeno De Curtis faceva ridere sul serio e veniva pagato, lui sì, proprio per questo.

Di Pietro aderisce all’Europride

Antonio Di Pietro centra un punto essenziale.
La richiesta delle famiglie GLBT di essere riconosciute dalla legge è legittima perché si muove dentro la Costituzione. Il pensiero di Di Pietro mi trova assolutamente d’accordo.

Credo inoltre che in questo momento di codardia politica e di timidezza da parte di quasi tutta la sinistra e di omofobia esibita dalla quasi totalità del centro-destra (con Casini e la Lega in pole position), una testimonianza politica forte è fondamentale nella lotta del riconoscimento dei diritti civili.

Di Pietro conclude con un incitamento all’eguaglianza. Credo che sia una delle testimonianze più forti e più importanti a favore dell’Europride. Vediamo, adesso, quali altri leader di partito si esporranno a tal punto, tra radicali, FdS, SEL e democrats. Speriamo di rimanere sorpresi.

Per nessun altro

Mi piace.

La nobiltà dei gatti.
Il profumo del sapone al cipresso.
Il cielo di primavera.
Il suono del pianoforte, da un appartamento che non so, qui vicino.
Il profumo del bucato steso.
Il lungotevere, in certi suoi punti.
Le strade di Parigi.
Il piumone bianco della Pinzi.
Il tè verde e la tisana alla liquirizia.
Le poesie di Dina Basso.
Il sapere. E sapere sempre cose nuove.
Il sushi.
Le prospettive.
Il cortile della Casa delle donne.
Le fresie, in questo periodo.
Le finestre aperte, che lasciano passare l’aria.
Leggere all’ombra degli alberi.
Il pepe rosa.
Le fragole.
Le vie del Pigneto, verso il tramonto.
L’incenso alla rosa.
L’acqua effervescente naturale.
L’aperitivo da Cargo.
La sciarpa verde, che posso mettere per qualche settimana ancora.
Le onde giganti, nel mare del pomeriggio, a fine estate.
Il pensiero dei viaggi che intendo fare, in estate.

Adesso capisci perché, in mezzo a tutto questo, non c’è posto per nessun altro?

Vaticano: odiare i gay è nostro diritto!

Per il Vaticano l’omofobia è un diritto umano, da salvaguardare.

Ci sono persone che vengono attaccate perché prendono posizioni che non sostengono i comportamenti sessuali tra individui dello stesso sesso. Quando esprimono le loro convinzioni morali o le loro idee circa la natura umana, le quali potrebbero anche essere espressione delle loro credenze religiose, o quando esprimono la loro opinione su talune affermazioni della scienza, esse vengono stigmatizzate, o peggio diffamate e perseguitate. Questi attacchi contraddicono i principi fondamentali enunciati in tre risoluzioni approvate dal Consiglio in questa sessione. La verità è che questi attacchi costituiscono violazioni dei diritti umani fondamentali, e non possono in nessun caso essere giustificati.

Sono le parole dell’arcivescovo Silvano Tomasi, dell’Osservatorio permanente del Vaticano presente alle Nazioni Unite, e arrivano all’indomani di una risoluzione all’Onu da parte della Colombia, «che chiede di mettere fine alle violenze e discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere delle persone», come si legge sul sito Gaynews24.

Faccio notare due cose, a proposito.

La prima: quella gigantesca messe di carta straccia che in Italia viene chiamata con l’epiteto, evidentemente ironico, di “giornalismo” non fa menzione alcuna della notizia (ad eccezione di alcuni casi isolati).

La seconda: il Vaticano ha appoggiato le peggiori dittature del mondo, tutte rigorosamente nazi-fasciste, e oggi protegge i pedofili, accogliendoli nel proprio organico dirigente. Non poteva, di conseguenza, che essere accanto ai regimi quali Arabia Saudita e Iran, dove i gay li condannano a morte.

Uno su mille ce la fa…

Ministro che va, ministro che viene.

Bondi rassegna le dimissioni e il mondo non se ne accorge.
Lo sostituisce Galan, già ministro dell’agricoltura. Considerando che Bondi era alla cultura, in questa scelta si intravede una sostanziale continuità da parte del governo. No, la rima non c’entra niente…
A Galan succede tale Romano, esponente dei cambiacasacca detti, con procedimento linguistico basato su ironia e ossimoro (cara vecchia retorica), i Responsabili.

Dal Colle, intanto, ennesimo mal di pancia del presidente Napolitano. Che fa notare che tra tutti i presenti in parlamento, quasi mille, almeno uno che non fosse imputato per concorso esterno in associazione mafiosa si poteva trovare. (Giorgio, sei proprio comunista, eh!)

La chicca: Romano è stato eletto nelle liste dell’UdC, il partito di Casini. Che strano, pensavo che quel partito non accogliesse sospettati di rapporti con la mafia… La politica non è davvero più quella di una volta.

Referendum: guida pratica per vincere

Gira su Facebook, e lo trovo estremamente utile:

Ai referendum del 12 giugno per dire NO devi segnare SI.
Vuoi eliminare il ricorso all’energia nucleare? SI.
Vuoi cancellare la privatizzazione dell’acqua? SI.
Vuoi sbarazzarti del legittimo impedimento? SI.

Il referendum passa se si raggiunge il quorum. Occorre che vadano a votare 25 milioni di italiani. Per questo dobbiamo informare, da subito. Copia e incolla, grazie.

Con viva preghiera di diffusione.

Ma io approvo la missione in Libia.

Sono un non violento, anche se a volte mi incazzo e medito sterminio. Ma sono i deliri dell’indignazione. Ho sempre pensato che l’occidente invada alcuni territori, in nome della libertà e della democrazia, per ottenere potere e ricchezza. L’Iraq insegna. Adesso il Mediterraneo brucia e c’è la guerra, dietro casa mia. Siracusa è a pochi chilometri dalle coste libiche. Se davvero Gheddafi avesse delle armi, potrebbe essere colpita la mia città, assieme alla mia terra, e questo mi terrorizza.

Eppure stavolta io sono d’accordo con la missione internazionale.

Sono e sarò sempre contro la guerra. L’Italia, per altro, non dovrebbe mandare i suoi caccia a bombardare Tripoli, su questo non ho dubbi. Perché lo dice la nostra Costituzione.

Ma dall’altra parte non c’è un dittatore che è stato accusato, ingiustamente, di avere gas nervini. Dall’altra parte c’è un uomo che tutti abbiamo schifato quando, pochi mesi fa, qui a Roma, è venuto a farsi omaggiare come un satrapo.

Gheddafi spara sulla folla che chiede giustizia e libertà. Gli spara addosso con i missili, dagli aerei. Non so se avete visto i corpi bruciati, accatastati senza identità, vicini, dalle identità perdute per sempre.

La Libia sta cercando di darsi un futuro. La rivoluzione libica è una rivoluzione di popolo. Noi dovremmo sostenerla. E purtroppo, per sostenere i ribelli, occorre fermare la macchina da guerra del Colonnello. E un carro armato che sta per sparare si ferma solo in un modo.

L’Italia dovrebbe giocare su due fronti: quello dell’appoggio militare, con le sue basi, e quello del rilancio delle relazioni diplomatiche. Dovrebbe dire ai suoi alleati: noi non possiamo bombardare un altro paese, se non per legittima difesa. Ma possiamo aiutarvi a portare giustizia. Dovrebbe essere questo il senso della nostra partecipazione a quella che è l’ennesima missione di guerra, ma che dovrebbe essere improntata in modo nuovo.

Io penso questo.

Mi stupiscono gli strepiti di chi, da Gino Strada in poi, si trincera dietro affermazioni di principio sterili e fini a se stesse. Non credo che ci siano persone sane di mente a cui piaccia la guerra. Ma qui non si tratta di invadere un paese straniero. Si tratta di impedire a un criminale di uccidere ancora.

Non prendere una posizione, in nome dell’integralismo pacifista, significa approvare il lancio dei missili del regime di Tripoli su Misurata, Bengasi e le altre città in mano ai ribelli.
Significa essere dalla stessa parte di una orrenda Lega Nord che invece di guardare al dramma, pensa che verranno milioni di clandestini e che non avremo più petrolio.
Significa stare dalla parte di chi lascia che quei migranti che non raggiungono l’Italia muoiano nel deserto.

Non so come finirà la crisi libica, ma occorrerebbe farsi da subito delle domande su quale senso abbia appoggiare dittature sanguinarie, idolatrarle come ha fatto più volte Berlusconi proprio con Gheddafi – ennesima riprova che è inadatto a governare e che deve andarsene per sempre dalla vita politica del paese – perché come ha fatto notare giustamente Emma Bonino, a Che tempo che fa, queste prima o poi si sfaldano.

Speriamo, come dice Cristiana Alicata, che la missione duri poco e che faccia pochissimi danni. È l’unica cosa che, al momento, possiamo fare.

Siamo al centro del Mediterraneo, dovremmo creare una rete di popoli tra noi e il Maghreb, tra noi e l’Europa, in nome della pacifica convivenza. Cominciamo a non avallare la tirannide dei satrapi.

Buon compleanno, Italia

In effetti, a un primo sguardo, non ci sarebbe molto da festeggiare e di cui esser fieri. Basta vedere chi c’era ieri all’Altare della Patria, con la sua voce a grattugia, mentre fingeva che quei fischi non lo riguardassero.

O basterebbe rendersi conto che chi ci governa assomiglia sempre di più a uno di quei vecchietti da panchina, di paese, che dice sempre le stesse cose, che se la prende coi comunisti e fa la mano morta, appena possibile.

No, non c’è gusto ad essere italiani, controparafrasando Valentino Rossi, a vedere questa gente qui.

Eppure.

L’Italia, mi hanno insegnato, non è stata solo fascismo e tangentopoli.
Un paio di premi Nobel (e anche di più) li abbiamo pure noi, tra Pirandello e la Montalcini solo per citarne due.
Abbiamo fatto la Resistenza, da popolo, mentre una classe politica intera si appoggiava alle più feroci dittature d’Europa. Siamo italiani e italiane anche solo per quello.
Abbiamo avuto l’esempio di persone come Falcone e Borsellino.
Abbiamo fatto nascere l’Unione Europea e continuiamo a dare al mondo il nostro genio nella musica, nella scienza, nell’arte e nella letteratura.

Dobbiamo riappropriarci del concetto di patria, accostandogli quello di matria. Terra di uomini e donne che insieme formano un corpo sociale. E questo corpo sociale, da oggi, deve essere nuovo. Non deve più servire per giustificare guerre coloniali, tirannidi, azioni di guerra chiamate ipocritamente col nome di missioni di pace.

L’Italia è come una nave. Noi ci siamo sopra. I primi centocinquant’anni sono stati quello che sono stati, nel bene e nel male. Se rifiutiamo di dirigere il timore, i prossimi  saranno improntati su quello che è il disegno di chi – tra residuati della prima repubblica, fan club delle mafie, nostalgici del fascismo, emuli in salsa padana del Ku Klux Klan e “sicariato” clericale – sta mettendo in atto questa politica che tanto ci fa orrore.

Facciamo della nuova Italia il paese della ritrovata legalità, dei diritti, dell’accoglienza, della rinascita sociale, umana e civica. Io potrei sentirmi molto fiero di essere un italiano siffatto. Il mio buon compleanno va a ciò che di buono c’è stato e a ciò che di buono dovrà esser fatto. Non c’è altra strada.

Unioni di fatto e pd: i nodi vengono al pettine

La notizia è di qualche giorno fa. Alla riunione della Commissione Diritti, voluta da Bersani per affrontare il tema delle unioni civili, sempre estromesso dalle assemblee nazionali, sono volate scintille tra la deputata Concia e la presidente Bindi.

Al di là delle varie illazioni che si sono lette su giornali on line (di destra) e blog (anche di sinistra) – tra tutti il più tragicomico è Daw, implacabile con il pd quanto benevolo e scodinzolante con Berlusconi, nonostante questo riduca anche lui, con le sue dichiarazioni, al rango di “frocio” – il dato politico che emerge è l’ennesima spaccatura del partito su una questione fondamentale: il riconoscimento delle coppie di fatto.

Le scuole di pensiero sono due.

Quella dell’area mariniana che vuole un istituto giuridico equivalente al matrimonio, con possibile accordo sul PaCS alla francese.

E quella dell’area omofoba, che non vuole nessun riconoscimento, ma solo la possibilità di accedere a diritti generici che non solo non risolvono il problema, ma lo complicano.

In commissione si scontrano, perciò, due culture: chi vuole colmare il vuoto giuridico (Marino & Co.) e chi, riproponendo i DiCo, vuole istituzionalizzare un regime di apartheid per le coppie di fatto.

Se i DiCo passassero, infatti, si approverebbe una legge che prevede discriminazioni per le persone che decidono di non sposarsi (coppie etero) e per chi non ha la possibilità di farlo poiché gli viene impedito (coppie gay).

La scelta sul modello da proporre che ne verrà fuori dovrebbe, al contrario, prevedere alcuni principi in nome dell’uguaglianza giuridica e non, come prevede il disegno bindiano, della disparità di trattamento.

Tra tutti, il riconoscimento giuridico e pubblico della coppia. Entrambi si va in comune e si registra il patto di convivenza.

Questo patto deve contenere diritti e doveri in tutto uguali a quelli goduti e previsti dalle coppie sposate in materia successoria fiscale ed assistenziale. Forse non tutti. Ma comunque uguali. Nell’attesa, va da sé, di allargare la sfera dei diritti a ogni ambito previsto dal matrimonio. Nome incluso.

La filosofia che dovrebbe animare il dibattito è quella che prevede una normativa per tutelare delle scelte e dei percorsi affettivi. Se tutti siamo capaci di provare sentimenti, se la natura dei sentimenti che uniscono le persone è unica – la Bindi dovrebbe sapere, almeno per sentito dire, che si sta parlando di amore – le tutele per quei progetti di vita devono essere equivalenti, qualora non le stesse. In nome di almeno due articoli della Costituzione: il 2 e il 3. Mettiamoci pure la recente sentenza della Corte Costituzionale, che prevede il riconoscimento delle coppie e non dei diritti dei singoli conviventi, formula priva di ogni significato e offensiva dell’intelligenza di tutti e tutte noi.

Bisognerebbe, infine, far capire che nessuno vuole arrivare all’istituzionalizzazione di un peccato. Il peccato, per altro, in termini giuridici non esiste nemmeno. Almeno in un paese laico. Si sta parlando di vite umane, delle loro speranze, della sofferenza a cui si va incontro di fronte a un vuoto giuridico.

Il percorso dentro la Commissione Diritti del pd è in salita è piena di rischi e pericoli. Temo che ci sia ogni volontà di non arrivare a una “mediazione” – poi ci dovrebbero spiegare cosa c’è da mediare tra chi vuole giustizia sociale e chi non la vuole – da parte delle solite forze, retrive e conservatrici ben presenti dentro il partito democratico.

Non cedere alle provocazioni, presentare un modello giuridico chiaro e forte, mettere di fronte alle proprie contraddizioni i fautori della diseguaglianza, essere fermi nelle proprie idee e nei propri ideali avendo come faro la soluzione a un problema concreto. Credo che la strada maestra sia questa.

I mariniani, Paola Concia e quei militanti, dentro il pd, anche cattolici, che agiscono dentro la Costituzione e in nome dell’equità sociale sono nel giusto. Bisogna dar forza a queste persone, attraverso il nostro appoggio concreto, politico e morale. Perché è vero che è una questione interna del pd, ma riguarda la vita di tutti/e noi, anche di chi non voterà mai quella forza politica.