La più amata dagli italiani.

L’Espresso ha lanciato un sondaggio:

Una donna a Palazzo Chigi:
voi chi preferireste? Dopo lo scandalo Ruby, sono in molti a pensare che l’opposizione alle prossime elezioni dovrebbe proporre una candidata donna. Quale sarebbe secondo voi la più adatta e quella con maggiori possibilità di vincere?

Seguono una sfilza di nomi. Tra questi, tra cui spicca un’unica politica degna di voto, Emma Bonino, (con un occhio di benevolenza alla Serracchiani), ne spuntano di improponibili e assolutamente inutili, per non dire dannosi, quali la Finocchiario, la Melandri e, addirittura, la Lanzillotta.

In quello che appare un omaggio all’epica della tristezza, a vincere è lei: Rosy Bindi. E non poteva essere diversamente.

La cretinaggine italiana, che fino a oggi ha dato potere a Berlusconi, se si dovesse votare una donna, vorrebbe una mezza-suora laica, nonché criptolesbica e omofoba.

Dentro gran parte dell’elettorato di centro-sinistra non si riesce ad andare oltre la sciatteria, politica e umana, di quella donna. Si vorrebbe governare, cioè, la complessità del presente affidandola a chi non va oltre la superstizione a cui si ispira per la sua azione “politica”.

I miei connazionali si meritano decisamente il peggio.
Fosse non altro perché lo rincorrono.

Triangoli neri, triangoli rosa.

Il colore rosa era stato ovviamente scelto per scherno nei confronti di chi era giudicato intrinsecamente effeminato: alle (relativamente poche) lesbiche internate di cui si ha notizia fu imposto invece il triangolo nero delle “asociali”.
Fonte: Wikipedia

Contro gli omosessuali che dopo la creazione della Centrale per la lotta alla omosessualità voluta da Himmler nel ’36 affollavano sempre più i lager nazisti, le SS sfogavano la loro rabbia e il loro disprezzo; i medici usavano i “triangoli rosa” per i loro esperimenti, li castravano o li sterilizzavano studiandone poi le razioni fisiche e psichiche.
Fonte: CIG Arcigay Milano

Si pensa che fino a seicentomila persone omosessuali siano state uccise nei campi di concentramento nazisti. Le cifre sono difficili da calcolare perché i prigionieri avevano vergogna di rivelare la loro condizione, una volta usciti dai lager.

I prigionieri omosessuali tedeschi furono gli unici che, una volta scoperti i campi di concentramento, vi rimasero internati come criminali comuni anche dopo la fine della guerra. In Germania, infatti, rimase in vigore il paragrafo 175 che puniva il reato di omosessualità.

Ad imperitura memoria.

I palinsesti tv nell’era del bunga-bunga

Non chiedetemi come, ma sono venuto in possesso di un prezioso documento sul palinsesto di diversi programmi televisivi nei prossimi mesi delle maggiori emittenti nazionali.

La grande sete di informazione, per altro, ha portato i dirigenti Rai di minoranza a recuperare una serie di format anche precedentemente sospesi, in nome del pluralismo.

Una certa monotonia è stata registrata nei programmi di approfondimento politico, purché di stampo bolscevico e vicini alle procure, ormai veri e propri luoghi di delinquenza istituzionale, popolati da attentatori della sovranità popolare – per usare il più sobrio linguaggio da deputato medio del PdL – e cioè Anno Zero, Ballarò e L’Infedele il cui titolo, comune, sarà: “Il rattuso d’Italia”.

Un taglio più medico sarà dato, invece, ai programmi di informazione medica e scientifica. Se Superquark ha scelto come titolo “Il grande viaggio degli spermatozoi dopo i settanta”, Elisir si affida al più neutro “Il maschio settantenne italiano, tra andropausa e satiriasi”.

Più autoreferenziali programmi come Harem, il cui titolo di una puntata speciale di approfondimento sarà, appunto, “L’harem”.

Per quanto riguarda Un giorno in pretura, invece, circola la notizia che la trasmissione è stata cancellata per l’ indisponibilità del premier a partecipare al programma.

A tale proposito Chi l’ha visto proporrà un ciclo di puntate sulla scomparsa di Silvio Berlusconi dalle aule giudiziarie italiane.

Porta a porta, ancora, proporrà un ciclo di trasmissioni sul ruolo della zeppa nella moda dell’ultimo decennio.

Rilanciato anche il sodalizio tra il programma di Vespa e il Tg di Minzolini che dedicherà, sempre in apertura, ampio spazio alle borse da abbinare alle calzature che saranno lanciate nelle prossime collezioni moda.

Striscia la notizia, infine, proporrà un’inchiesta della durata di cinque anni sull’inaccettabile scandalo del mancato uso del congiuntivo da parte dei consiglieri comunali di pd, IdV e SEL dei comuni di Molise, Abruzzo e Toscana.

Captate diverse e contraddittorie reazioni da parte della chiesa e degli esponenti di maggioranza e opposizione. La CEI saluta con favore il nuovo corso televisivo: l’esposizione delle femminee grazie in tv, conformi al disegno divino, dissuaderà le giovani generazioni dall’essere moralmente disordinati e dal propendere per abomini quali l’omosessualità, il relativismo culturale e la democrazia. Per Walter Veltroni, invece, il nuovo palinsesto farà orbitare il suo partito attorno il 74% dei consensi potenziali. Daniela Santanché, dulcis in fundo, con la solita eleganza che la contraddistingue, ha mandato affanculo i giornalisti che le chiedevano di esprimere un’opinione in merito, agitando il dito medio e abbandonando, “schi-fa-ta e-ste-rre-fa-tta e sco-nvo-lta”, la sala stampa.

Dopo Mirafiori pd in caduta. Ma Veltroni dà i numeri

In quella fiction che ormai sta diventando la politica italiana – fiction che ultimamente ha assunto i connotati di un curioso ibrido tra il porno e produzioni quali Ai confini della realtà – l’aspetto parossistico, surreale e grottesco è affidato a quel genio della politica che è Veltroni, l’uomo che, come ha giustamente dichiarato Beppe Grillo, sta alla sinistra come il meteorite preistorico sta ai dinosauri.

Intervistasto dal TG3, il principale responsabile della caduta del Governo Prodi e dell’avvento di Berlusconi al potere e di Alemanno nella capitale, dà i numeri, sostenendo che il suo partito «può contare su un elettorato potenziale del 42%».

Veltroni deve aver letto i sondaggi al contrario. L’ultimo, curato dalla SWG, afferma che il partito democratico naviga attorno al 24%. Il problema è che dall’altra parte si naviga ben sopra il 40%. Il dramma, evidentemente, è che Veltroni con quel dato crede di vincere. Un uomo, una tragedia, in altre parole. Della mente.

Ma non è tutto.

Sempre secondo il sondaggio della SWG emergono tre dati fondamentali.

Uno: dopo la vicenda di Mirafiori il pd perde altri consensi. E c’era da aspettarselo, visto che tutta l’intellighenzia piddina – e non c’è ossimoro – si è schierata entusiasticamente dalla parte del “grande capitale”. Anche i suoi esponenti più illuminati, quali Chiamparino, non hanno saputo far di meglio che osannare Marchionne, invece di prospettare una soluzione politica di mediazione tra l’estremismo della Fiom e il ricatto del capo.

Due: a guadagnare consensi sono il partito di Fini, SEL e la Lega. Ovvero coloro che, dentro e fuori il berlusconismo, hanno un’identità chiara, definibile, riconoscibile.

Tre: non è così certo che Berlusconi abbia una fortuna elettorale così favorevole. Gli incerti crescono giorno dopo giorno. Il suo partito si attesta sempre il primo, ma con una forte flessione, mentre altri crescono e il pd perde consensi.

Morale della favola: nonostante la crisi del berlusconismo, il partito democratico perde voti, non rintraccia il consenso operaio e del mondo del lavoro, non ha una strategia, non ha leader credibili, osanna coloro che dovrebbero stare agli antipodi di un modello di alternativa sociale basato sul diritto e, come se non bastasse, dà i numeri su possibili vittorie future.

In tutto questo, ricordo, forse in primavera si vota.

Prepariamoci al peggio.

Superstite dell’Isola Elefante

Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?

Se fosse solo tutto così semplice e veloce come riassettare il disordine in cucina, la vita di ognuno di noi sarebbe in discesa. Basterebbe un’agendina e un po’ di buona volontà. E invece è vigile, dentro, la confusione. Specchio del caso che ha disposto i nostri organi nel mosaico di ossa e pelle che poi è quello che siamo.

In due parole: un casino.

Il sapore del giorno di oggi è quello dei resti dell’incenso alla rosa, che non brucia più. Per ora.
È quello del cielo, dal calore del quarzo. La stessa durezza.
Quello di una musica drammatica e crudele, che non mi sfiora nemmeno un po’. E questo significa essere forti, nella tormenta.

Non resta, a questo punto, che sopportare questo tremendo inverno come un superstite dell’Isola Elefante.

Veltroni, il Lingotto e il progetto che non c’è

Il discorso di Veltroni, al Lingotto, presenta un certo velleitarismo e una serie di contraddizioni tipiche di quel “ma anche” che ha prodotto mali come la caduta del governo Prodi, la nascita del partito democratico, l’elezione di Calearo et similia e la consegna dell’Italia a Berlusconi.

Riprendo da Repubblica alcuni momenti centrali dell’intervento dell’ex segretario piddino, segnalando a margine le contraddizioni intrinseche che ne scaturiscono.

La premessa: “In Italia può vincere un’alleanza di centrosinistra, è molto più difficile che possa farlo un’intesa solo di sinistra”.

La contraddizione: dov’è finita la scelta suicida della vocazione maggioritaria?

La prima condizione: “Liberarsi dalla tentazione di un populismo di sinistra, il populismo di Berlusconi si batte con il riformismo”.

La contraddizione: il riformismo è riproposto ma come parola vuota, proprio per l’assenza di un progetto politico di riforme, sociali, istituzionali e di politica economica. Un progetto che, invece, è viziato all’origine dall’obbedienza cieca e complice con forze sociali – grande industria e chiesa cattolica – di stampo conservatore.

La seconda condizione: “Dobbiamo affrancarci dall’illusione frontista, dalla coazione a ripetere, a costruire schieramenti eterogenei solo contro gli avversari che poi non capaci di reggere la prova del governo. Non si vince senza una credibile coalizione”.

La contraddizione: si apre il campo a ipotesi di alleanze con quei partiti appiattiti sul tentativo di assecondare industria e Vaticano.  UdC in primis. E si è poco chiari sull’apertura a forze progressiste come SEL o legalitarie come l’IdV.

La terza condizione: “Bisogna avere il coraggio dell’innovazione. Il motto dei democratici deve essere non difendere ma cambiare. Il Pd deve orientare il cambiamento senza perdere di vista la vocazione maggioritaria e il bipolarismo”.

La contraddizione: il partito democratico non si è configurato ancora come un progetto di alternativa civile. Sul caso Fiat, ad esempio, non è stata prospettata una soluzione diversa, anche di mediazione tra fronti opposti. Dovrebbe essere questo il compito di un partito di massa. Nel pd, a ben vedere, gli elementi più illuminati – mi riferisco a Chiamparino – si sono limitati all’acritica beatificazione del ricatto di Marchionne, prospettandolo come unico rimedio possibile.

La sintesi: “Se saremo questo allora anche le alleanze verranno da sé. Sarà la forza delle nostre proposte, del nostro programma, ad attrarre chi diventerà nostro alleato”.

La contraddizione: ritorna il mantra del ma anche. Da soli, ma anche con tutti gli altri che ci vorranno seguirci. Ciò cozza, però, con la vocazione maggioritaria più volte ribadita ma declinata e compromessa con l’apertura a tutte le forze “democratiche” – ma l’UdC è democratica? – che dovrebbero compattarsi attorno un progetto che non esiste ancora e che è il risultato all’obbedienza dei potentati di cui sopra.

Concludo con un’ultima considerazione: al di là del pensiero fumoso, disorganico e velleitario – farò, potrò, ma senza dir come – emerge di nuovo il protagonismo di un leader che si è distinto per aver disastrato non solo la sinistra tutta, di governo e radicale, ma anche l’intero paese, per le conseguenze della propria azione politica.

Che credibilità può avere una persona siffatta? Misteri, tutti interni, di un pd che si palesa ancora una volta quale accozzaglia di identità e non sommatoria di culture diverse, ma omogenee, attorno a un progetto politico organico, coerente e di alternativa a questa destra miserabile.

Chi è senza peccato?

Quello che non mi piace di tutto l’affaire che si sta consumando, sfibrandolo, attorno a Berlusconi è l’ondata di becero e ipocrita moralismo che si sta consumando sulla vicenda, sicuramente scabrosa, di un uomo pubblico ma che può avere delle ripercussioni sulla pretesa di moralità da parte di tutti e tutte noi.

Pretesa di moralità, aggiungo, che proviene da chi dovrebbe giustificare, nell’al di qua del proprio orticello comportamentale, ben altre magagne di natura politica e, appunto, morale.

Non mi è piaciuta, ad esempio, la carrellata di donne democratiche dell’altra sera, a Roma, che agitavano il fantasma del rispetto della donna. Dentro un partito in cui la componente cattolica si è macchiata di un provvedimento vergognoso come la legge 40 che, nella sostanza e nella ratio che la animano, va proprio in direzione contraria alla dignità della persona, riducendo il corpo femminile a teca per ovuli fecondati. Quella manifestazione, alla luce dello spirito che la informava, è stata ipocrita. Non tanto nell’indignazione sicuramente genuina di molte militanti lì riunite. Ma nelle implicazioni politico-sociali che stanno dietro certe scelte – la legge citata, appunto – e che hanno recato e recano sofferenza a migliaia di coppie e, di conseguenza, di donne che le compongono.

È squallido e poco credibile il monito della chiesa, che ancora avrebbe tanto da spiegare su certi comportamenti, rigorosamente tenuti nascosti dalle gerarchie vaticane, sui fatti di soprusi a minori che sono tristemente famosi. Con quale autorità morale da oltre Tevere si affronta il tema della morale sessuale senza sentire un necessario imbarazzo? Imbarazzo, ricordo, di chi non ha i titoli per dire agli altri cosa fare della gestione e della gestazione erotica del proprio corpo, quand’anche fosse patologica. Non dovrebbe, la chiesa, ricordare la storia della prima pietra e di chi è senza peccato?

Mi pare che quello che si stia contestando a Silvio Berlusconi non sia tanto il fatto che sia andato con una minorenne, cosa che, se vera, è gravissima e ancor di più da un uomo delle istituzioni. E non si insiste a dovere sulla sua ipocrisia, quella che di giorno lo porta a palchi quali il Family Day e la sera, invece…

Pare che la vera colpa del premier sia quella di accompagnarsi a prostitute. Pratica forse non consona al concetto di “puro” amore. Ma se vogliamo essere laici, nella vita di una persona dovrebbe essere ammessa anche quella finestra verso la (presunta) perversione. Purché questa non faccia del male a terzi, quindi purché questa sia tra adulti consenzienti. E purché, nel caso dell’uomo politico, non interferisca con l’azione politica e con fatti anche elementari di sicurezza nazionale.

Berlusconi non è inadeguato al governo perché “puttaniere”. Lo è, semmai, perché è il sostenitore di una politica che ha prodotto precariato e precarietà, razzismo e malcostume, violenza verbale e squallore istituzionale. Se poi va anche a donnine, nei limiti del lecito – lecito sancito dalla legge e non dalle personali convinzioni di questo o quel pensiero – rientra nell’ambito della privacy.

Se Berlusconi cadrà sul suo uccello, parafrasando il fu Mike Bongiorno, si aprirà una fase nuova in cui il politico verrà valutato per la gestione dei suoi istinti, dei suoi appetiti, delle sue pulsioni. Giuste o sbagliate che siano. E questo è pericoloso, perché intacca, ancora una volta, un nostro angolo di libertà che rientra nella sfera dell’intimo. E se di intimità si tratta non dovrebbe avere molto senso farne una bandiera di legittimità della (e nella) politica, che per sua stessa definizione è pubblica.

Le gioie del precariato, part two

Si chiama cattedra di approfondimento. È una follia che c’è solo alle medie. In pratica, si hanno fino a diciotto ore, una per classe, e tratti in modo “approfondito” un argomento della cattedra di lettere.

Quest’anno mi sono capitati due approfondimenti, in due scuole diverse.

In uno facevo narrativa. Una volta a settimana si leggevano libri. Titoli avveniristici: Il richiamo della foresta, tra gli altri. Giusto per essere innovativi.

In quello attuale mi è toccata l’educazione civica. Per i ragazzi è meno importante della religione. Almeno durante quelle ore il prof può prometterti l’inferno, come punizione eterna.

A tal riguardo credo che valga ricordare quel mio allievo che, quando dissi alla classe che non avevo figli perché al momento, col mio lavoro, non posso permettermelo, mi chiese candidamente: «Prof, ma lei che mestiere fa?»

(E pensare che se avessi le tette con mezza palpatina del Berlusca avrei lo stipendio di un anno. Mesi estivi inclusi.)

In sospeso

Le attese. Non mi sono mai piaciute. Perché io non sono bravo ad aspettare ed è solo un retaggio adolescenziale. Ho atteso troppo nella mia vita e adesso, nonostante tutto il credito che posso dare alla ragione, non sono più disposto ad aspettare. Non a prezzo della sospensione.

Rimanere in sospeso significa non vivere. Significa rimanere fermi in un punto solo, mentre la vita scorre ai lati. E mi sembra di perderla: in tre parole, di non essere.

E poi c’è anche la questione linguistica. Perché in spagnolo, ad esempio, aspettare si dice esperar. E la speranza, a ben vedere, è una forma di attesa. O viceversa. E vivere sperando, appunto, non è vivere. È scrutare la propria esperienza nel mondo, in funzione di qualcosa che potrebbe anche non accadere.

E questo, appunto, mi logora. Solo una cosa, adesso, ammetto che possa passare nel fluire di questi secondi inverosimili. L’effetto di una birra, a stomaco vuoto, che fa divenire i pensieri più veloci delle mie dita sui tasti.