La strega sorrideva…

Perché la strega mi disse di buttare nel calderone magico tutto ciò che non mi piaceva di questa vita, e di gettarne poi le ceneri al vento.

Ed io presi la pergamena e l’inchiostro fatto col mio sangue e vi scrissi tutto quello che mi era stato inciso nella parte interna della mia pelle. Quella parte che nessuno di voi può vedere, se non attraverso il dolore e il colore degli occhi.

I miei occhi. Come quelli di un vampiro di giorno. Verdi, neri, del colore delle querce che si addormentano in inverno.

E allora presi tutto ciò che poteva essere scritto col mio sangue e lo scrissi con disperazione e con coraggio. E scrissi che ero stanco di vivere la vita degli altri, sulla scia di un’esistenza che non mi prevedeva più. E la strega sorrideva, a dispetto delle mie lacrime di ricino.

E quando gettai tutto, in mezzo al fuoco, e quando dal fuoco si levò una nuvola di fumo che disegnava i miei contorni, oscuri e arrabbiati, tutto ebbe fine e inizio allo stesso tempo.

Domandai alla maga, che adesso appariva più vecchia e più serena, ma sempre al di là di uno sguardo beffardo, maligno e benevolo allo stesso tempo, se l’incantesimo avesse funzionato. Se aver aperto una vena qualsiasi della mia anima e aver fatto sgorgare il suo plasma invisibile ma ugualmente crudele fosse servito a qualcosa.

Lei, vittoriosa su ogni mia primigenia esitazione, si distolse dalla luce residua del calderone e mi rispose, distratta e annoiata: «Chi può mai saperlo?»

(Frammento di un qualcosa che sto creando dentro di me… vi piace?)

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