A Fassino e Napolitano dico: io sto con chi ha fischiato

Le reazioni di Fassino e Napolitano sulle contestazioni che la gente ha fatto a Schifani sono indice di quanto la politica possa essere caduta in basso per diverse ragioni.

Chi contesta uno dei responsabili morali dello sfascio italiano – e Schifani lo è pienamente – non ha bisogno di inviti o autorizzazioni per esprimere il proprio giudizio. Si può discutere sulla forma, ma non sulla legittimità. Io la penso allo stesso identico modo dei contestatori e come me migliaia di precari, di persone GLBT, di gente allo stremo perché a corto di diritti, opportunità, lavoro e futuro. Se non si capisce questo, non si va da nessuna parte. Fermo restando che dissentire è sempre pienamente democratico. Qualcuno lo spieghi a Fassino.

Contestare il potere e la sua istituzionalizzazione non è affatto “gazzarra intimidatoria”. È democrazia, se lo si fa nei limiti della legge. I regimi che non sopportano la critica, anche aspra, al potere si chiamano dittature. Qualcuno lo spieghi a chi dovrebbe garantire sulla tenuta democratica di questo paese e che si sta dimostrando, in questa occasione, inadeguato a ricoprire la carica che ricopre.

Che un politico inetto – i DS con Fassino non sono mai andati oltre il 17% dei suffragi, contro il 22% dell’amministrazione D’Alema, che per altro non rientra tra le prime mille persone che godono della mia stima – che un politico della stazza di Fassino non ci arrivi, pazienza! Che anche il Presidente della Repubblica presti il fianco a questa lapidazione mediatica contro chi contesta è oggettivamente grave.

Dulcis in fundo: Fassino, forte delle sue luminose fortune politiche, si azzarda a fare analisi sul perché il pd avrebbe perso le elezioni in Piemonte: la colpa, ovviamente, sarebbe della gente che, dando la propria preferenza a Grillo, non ha votato l’alleanza piddì-UdC-tuttoilresto.

Ignora l’ex leader dei DS che per vincere bisogna coinvolgere masse sempre ampie di elettorato e in quelle masse vi sono pure coloro che portano avanti battaglie che dentro il partito democratico sono definite minoritarie. Se questo non avviene la colpa è del partito che perde le elezioni, non di chi non lo ha votato. È talmente elementare che rischia di essere addirittura tautologico.

Dentro il pd si può pure essere liberi di far finta che certi problemi non esistano, ma la storia, mi pare, li ha premiati in modo diverso da certe aspettative, almeno dai tempi di Veltroni.

E poi il vero problema è e rimane un altro: contestare una persona come Schifani rientra nel novero dei diritti democratici di un cittadino. Se dentro il pd si è così stupidi da invitare Schifani, i grandi capi non se la devono poi prendere con chi evidentemente ha più a cuore le sorti di questa martoriata repubblica e del suo senso della dignità.

Ma, appunto, vaglielo a spiegare a uno come Fassino.

Il “nuovo” Ulivo, la solita idiozia

Se si potesse tornare alla terminologia degli anni 90, quando i partiti avevano nomi di fiore o di slogan calcistici, il partito democratico potrebbe essere ribattezzato con una sola parola: il neurone.

L’idea l’ho mutuata dall’amico Hismael Dos, il quale qualche anno fa, riferendosi alla stanza di importante luminare della facoltà di Lettere, etichettò così l’intero entourage della persona in questione in ragione delle geniali idee che venivano partorite in quell’ambiente.

Mutatis mutandis, la geniale idea questa volta è venuta all’immancabile, per niente ottima ma sicuramente immensa (e non alludo al peso) Rosy Bindi. La quale, dall’alto delle sue competenze da stratega elettorale, apre niente di meno che a Gianfranco Fini e al suo gruppo. E si badi, non per un’alleanza parlamentare, che sarebbe legittima, per progetti di breve periodo – come ad esempio la legge elettorale – bensì per quello che si profila come nuovo Ulivo.

Questa prova di acume d’ingegno fa il paio con le aperture di Massimo D’Alema a Casini: baffino, infatti, sembra non riuscire a fare a meno dell’alleanza con le fronde più becere del cattolicesimo parlamentare. Le stesse, per intenderci, che reputano legittimo che i gay vengano picchiati senza nessuna legge che faccia da deterrente – ma d’altronde D’Alema è omofobo – e che permettono che persone della caratura morale di Cuffaro siedano al Senato della Repubblica.

Questi geni delle alleanze parlamentari non si rendono conto che il nuovo Ulivo – che andrebbe ribattezzato con l’epiteto di “nuovamente Ulivo” – non può o non dovrebbe basarsi sull’ormai logora ricetta dell’ammucchiata elettorale. Il “nuovo” non è la riproposizione di vecchi schemi già sconfitti dalla storia degli ultimi quattordici anni. Per vincere Berlusconi ci vuole semplicemente un progetto, non un’accozzaglia di nomi. D’Alema e la Bindi, evidentemente, incapaci di aver creato l’alternativa, si aggrappano all’unica cosa che conoscono bene per andare avanti: il loro pressapochismo, nella speranza che l’elettorato del pd si faccia piacere anche quest’ennesima brodaglia neocentrista, paramafiosa e cattomofoba.

L’aspetto più deprimente, per altro, sta proprio nel fatto che D’Alema rivendichi con un certo orgoglio, tipico di ogni gradasso che non riesce a vedere la propria ridicolaggine, l’esperimento piemontese: UDC e piddì, dice l’eterno sconfitto, hanno già fatto un’alleanza. Già. Peccato che quell’alleanza ha portato alla sconfitta.

Dovrebbero poi spiegarci le due menti eccelse cosa dovrebbe indurre un ex missino, forse convertitosi a un certo repubblicanesimo all’italiana, a votare a una coalizione abitata da ex-dc ed ex-comunisti. O perché un elettore di Vendola dovrebbe farsi piacere le richieste dei ciellini. O ancora, perché un elettore gay vicino a SEL o a Di Pietro dovrebbe sentirsi a suo agio in una coalizione con la Binetti.

Per altro, se tutto questo dovesse portare dei frutti, finirebbe come nel 1996 e nel 2006: una maggioranza litigiosa, destrutturata, priva di un programma comune, disomogenea e in balia dei vari personalismi.

Il partito democratico in realtà teme le elezioni e non potendo rappresentare un’alternativa – lacerato com’è al suo interno tra veltroniani e dalemiani, tra laici e cattolici, tra persone che credono nei diritti civili e chi invece obbedisce agli ordini del Vaticano – si inventa l’unica via d’uscita che è in grado di produrre forse per tara genetica: la grande ammucchiata. E non è detto però che questa volta funzioni, come è accaduto in passato.

D’Alema e la Bindi, in buona sostanza, stanno preparando il terreno per l’ennesima vittoria elettorale di Berlusconi. Con buona pace di chi, forse perché in buona fede, forse perché per spirito di parte, elogia la geniale idea partorita da menti tutt’altro che geniali.

In tutto questo tripudio del niente aromatizzato con l’antico sapore dello stantìo emerge una solida unica certezza: a parlare di elezioni e di alleanze non è il segretario del pd. Bersani viene dietro le due eminenze grigie di un partito che, per giustificarsi agli occhi dell’elettorato, ha bisogno di prestanome e maggioranze fittizie. Quando basterebbe molto di meno per essere concorrenziali. A partire da un paio di idee buone e persone più motivate a portarle avanti.