Caro kompagno, caro camerata, la questione GLBT non è affar vostro

Continuo a leggere su alcuni profili di Facebook che la lotta per i diritti di gay, lesbiche e trans deve passare per la sinistra, perché il movimento nasce a sinistra ed è solo nel novero di una certa famiglia politica che si può e si deve continuare la battaglia per l’affermazione dei nostri diritti. Per altro, aggiungo io, non dentro tutta la sinistra, ma dentro quella il cui nome comincia per k, in cui si è sempre incazzati, anzi, inkazzati, quella che ha bisogno di ricordare ad ogni piè sospinto che qualcuno va a Casa Pound, altrimenti smette di esistere.

Poi magari si contesta a Gaylib di fare un’opera di promozione del berlusconismo e della cultura da cui proviene come fertile terreno di coltura per le nostre rivendicazioni.

Io penso che se continuiamo a fare della questione GLBT (scusatemi, ma io sono un conservatore) un terreno di scontro delle proprie ideologie di riferimento non andiamo da nessuna parte. Qui non serve stabilire quanto è buona la nostra ideologia di partenza, sia perché – e lo dico da persona di Sinistra – la sinistra è stata matrigna tanto quanto la destra in questi ultimi sessant’anni (da Pasolini in poi), sia perché in democrazia se la pratica di ricondurre una tematica dentro una lotta ideologica settaria vale per uno, poi, a livello di pratica politica, può valere per un altro.

Manco a me piace Oliari – sto usando una metonimia, sia chiaro – ma io non gli contesto il suo votare a destra, bensì il voler di fare la questione GLBT un grimaldello ideologico per dimostrare che la sua parte politica è bella e buona. Lo stesso dicasi per chi fa la stessa identica operazione a sinistra. La lotta GLBT è una lotta sovrapartitica perché qualsiasi partito andrà al potere domani dovrà capire che c’è una base larga che non sarà più disposta a tollerare discriminazioni, insulti e aggressioni per gay, lesbiche, transessuali e tutto il resto.

Io non sono gay per dimostrare che il fascismo non era poi così malvagio o perché Che Guevara sparava sì ai froci, ma in fondo era buono.

Io voglio uno stato di diritto che, in piena coerenza con la Costituzione, non mi discrimini per le mie condizioni personali (art. 3) e che mi conceda diritti e doveri per essere pienamente cittadino a partire dalla mia realizzazione affettiva, oltre che economica e sociale. (A tal proposito, certi amici di sinistra dovrebbero capire che questi ambiti di realizzazione vanno assieme e non in una scala gerarchica che è disposta a sacrificare i gay per il Capitale).

Leggo ancora che la storia del movimento è una storia di “sinistra” e mi pare in pochi comprendano che è stato proprio questo appiattimento partitico-ideologico ad averci regalato un bel nulla di fatto in termini di qualsiasi forma di tutela. E questo vale sia nel presente, sia nel passato quando avevamo una sinistra radicale al 12% dei consensi che minacciava di far cadere il governo Prodi per lavoro e Afghanistan e non ha mai fatto lo stesso per una legge sulle coppie di fatto. Possibilmente per una legge vera, non per quella schifezza dei DiCo.

Non mi si venga perciò a dire che Ferrero & co. sono nostri naturali alleati perché c’è solo da ridere. Così come rido quando un gay di destra si arrampica pure sui cocci degli specchi rotti pur di dimostrare che questa maggioranza e la storia da cui essa proviene sono gay-friendly.

In tutto questo florilegio di prese di posizione, infine, è strabiliante notare che non venga mai toccata la questione delle cose da fare sul piano concreto: si parla di federazioni tra associazioni e singoli, purché tali federazioni siano quanto di più simile a un soviet, si parla di ciò che deve esserci e di ciò che non deve entrarci. Sic et simpliciter.

Non si parla di diritti quali il matrimonio esteso, la creazione di un istituto leggero che garantisca chi non si riconosce nel matrimonio o non può accedervi (penso ai separati) per cui sarebbe auspicabile avere anche una forma di PaCs, l’adozione da parte del partner del figlio del/la compagno/a, della tutela dei diritti dell’omogenitorialità, della questione transessuale (cambio del sesso anagrafico prima dell’operazione, politiche di integrazione, campagne informative, ecc.), non si parla di campagne di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, di una legge contro l’omo-transfobia. Punti di riflessione sui quali trovare un accordo ci sono, a ben vedere. Il movimento dovrebbe occuparsi di questo, non di avere ragione sulle sue componenti interne in virtù di questo o quel simbolo di partito.

Per cui cominciamo a guardare in faccia la realtà, a farci venire in mente qualche idea e ad abbandonare le ideologie di comodo che ci danno un’identità, ma non una prospettiva.

Argentina: sì alle nozze gay. Si scatenano chiesa locale e lettori del Giornale

Sulla Repubblica di oggi si legge che «l’Argentina è diventata il primo Paese dell’America latina ad autorizzare le nozze gay, e il decimo al mondo dopo Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Africa del sud, Norvegia, Svezia, Portogallo e Islanda.»

L’approvazione del decreto da parte del Senato ha portato in piazza cinquantamila persone, arringate dalla chiesa cattolica locale, che ha provocato incidenti e ha turbato l’ordine pubblico alimentando scontri e scandendo slogan omofobi e violenti.

Curioso che la stessa indignazione non venga messa in atto contro gli abusi di cui si sono macchiati esponenti della chiesa cattolica in Argentina come in tutto il resto del mondo. Evidentemente per i fedeli riuniti a Buenos Aires è grave che due persone si possano amare liberamente sotto la tutela dello Stato, mentre sono disposti a passar sopra agli stupri perpetrati dai sacerdoti. Ognuno, d’altronde, ha la sua scala di priorità.

Un giorno felice per la nazione sud americana, che si apre all’allargamento dello stato di diritto proprio nel giorno in cui si ricorda la presa della Bastiglia – data infausta per il clero dato che portò alla fine dei privilegi ecclesiastici nella Francia di antico regime.

Una curiosità: la legge sui matrimoni in Argentina ha provocato non pochi scompensi all’elettorato nostrano, soprattutto a quella fetta di elettorato che vota Berlusconi. Sulla pagina Facebook de Il Giornale, infatti, la notizia è stata variamente commentata nel modo in cui segue:

e ancora:

gli elettori del divo Silvio, evidentemente, sono più preoccupati per quelli che le loro menti gli fanno concepire per lo più come pruriti sessuali piuttosto che per i destini ultimi di un paese che il loro voto ha consegnato a personaggi di discutibile moralità. Per tacere dell’uso criminoso che fanno della lingua italiana…

A ben vedere la questione GLBT diventa non solo una cartina al tornasole per tastare la civiltà di un luogo, ma anche per dimostrare il marcio che si nasconde dietro chi si fa fiero alfiere dell’omofobia: chiesa e destra, nel caso specifico. Di questo non possiamo che esserne felici.

Quello che i gay non dicono

In principio era il verbo. Così recitano i testi sacri. E in molti non sanno che quando sulla Bibbia leggiamo che Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza ci troviamo semplicemente di fronte all’evidenza che ciò che lega divinità e umanità, almeno agli occhi della cultura che ha prodotto quel mito, è l’uso creatore della parola. Dio fece il mondo in sette giorni, semplicemente “dicendolo”. Poi chiamò Adamo, anche se questi avrebbe dimostrato a poco di non essere poi tanto sveglio, e gli diede il potere di nominare tutte le cose create. Se noi diamo un nome alle cose, noi dominiamo le cose stesse.

Faccio questa premessa per riagganciarmi all’intervista che Pasquale Quaranta, persona ottima che ho avuto il piacere di conoscere e di cui apprezzo impegno e pacatezza, ha fatto a Tullio De Mauro, a margine del convegno “Pensiero e parole. Come il linguaggio condiziona la vita delle persone”. Nel rimandarvi alla lettura del pezzo in questione, non posso fare a meno di notare che le parole di uno dei più grandi linguisti viventi vertono su almeno tre questioni fondamentali:

1. il legame tra le richieste del movimento GLBT con il dettato costituzionale;

2. l’indeterminatezza semantica delle parole che usiamo per definirci;

3. la dispersione linguistica di cui siamo capaci nel proporre le nostre rivendicazioni alla società a cui ci rivolgiamo.

Questo complesso di cose fa il gioco di chi immette nella quotidianità di chi ascolta tutta una serie di falsità nei nostri confronti, anche seguendo quella graziosa strategia di «adoperare in modo improprio certe formule, persino dire cose esatte ma fuori contesto.» L’aspetto più evidente di questa pratica la troviamo sui giornali. Basta leggere di questo o quel politico che “è andato a trans”, magari pagandole in qualche party esclusivo a base di cocaina. Il tutto descritto in articoli dove il termine trans diventa, per estensione, sinonimo di prostituta. Con un doppio effetto di criminalizzazione non solo delle persone transessuali, che andrebbero viste come persone tout court, ma anche delle prostitute (che sarebbero comunque persone, per chi non se ne fosse ancora accorto).

Il convegno citato parlava proprio di questo. Come un certo uso del linguaggio può cambiare la vita delle persone. Ma ritorniamo all’intervista e ai punti nodali che mette in luce.

Il primo: il legame tra le nostre lotte con la Costituzione. Esiste un articolo, il terzo, in cui si parla di rispetto dell’individuo a prescindere dell’appartenenza al sesso – che per De Mauro diviene sineddoche del termine sessualità – e che, aggiungo io, riporta anche un esplicito riferimento alle condizioni personali. Battere su questo tasto mi sembra un buon viatico per trovare un solido punto d’appoggio dentro la fonte di tutto il diritto che dovrebbe regolare le nostre vite. Possibilmente per renderle più felici. In questo, credo, potremmo prendere, un po’ tutti, lezioni da Certi Diritti. Le ragioni, credo, sono abbastanza evidenti.

Poi: la questione della sigla GLBT che in molti adesso hanno riconvertito in LGBTQI con tutte le varianti possibili sull’ordine delle lettere. La mia domanda, arrivati a tal punto, è: serve una sigla incomprensibile ai più? Non si potrebbe sostituire tutto con una parola soltanto? Io avrei due proposte: chiamare il movimento semplicemente come “Movimento gay” dove gay sta per acronimo di good as you (buono come te). Sigla che, se intesa in questo modo, potrebbe essere indicativa di tutte le realtà. Oppure si potrebbe sostituire con un’altra parola italiana: arcobaleno. Il Movimento arcobaleno. In questo secondo caso occorrerebbe fare un maggior lavoro di comunicazione per far capire cosa si è e per cosa si lotta. Ovviamente sto parlando di un biglietto da visita. All’interno del movimento tutte le realtà avrebbero il diritto di autodefinirsi nel modo ritenuto più consono.

Quindi: tanto per essere del tutto impopolare, tacerò sull’uso dell’asterisco, che reputo solo un puntiglio ideologico che non fa altro che abbruttire il testo, a discapito molto spesso della sua effettiva comprensione.

Ancora: avviare campagne di informazione. Abbiamo un movimento che conta centinaia di sigle e siglette. Le associazioni vengono fuori come funghi dopo la pioggia ma mi pare che questo proliferare di nomi e acronimi non abbia al momento – e parlo dei risultati delle pratiche politiche nel territorio di tali realtà – reso le idee più chiare a chi non è del settore. Tradotto: c’è tanta gente nell’associazionismo ma poco dialogo tra questo e la società. Dialogo di base. Basta aprire una pagina qualsiasi del Corriere della Sera per vedere che le transessuali MtoF vengono chiamate “i trans”. Termine che per molti include, se vogliamo, anche travestiti e gli stessi omosessuali maschi. E via discorrendo. Occorre avviare, perciò, progetti di comunicazione, spiegare, a partire dalle scuole (ma anche dentro altre associazioni, sindacati e partiti), la complessità che sta dietro a un’intera gamma di fenomeni legati al modo che si ha di vivere non solo la propria sessualità, ma anche il proprio universo emotivo, affettivo e amoroso. Tutto questo ha più di un nome. Diciamolo allora.

Infine: serve tutto questo inglese? Lungi da me ogni volontà puristica, ma ritorniamo un attimo alla premessa di questo mio post. Dio crea dicendo le cose. E le dice parlando. Noi ci siamo limitati a usare dei prestiti linguistici senza sentire la necessità di trovare una definizione che sia specifica della realtà culturale e antropica in cui viviamo. Penso che questo sia riduttivo. Mi si dirà che ho proposto di chiamare tutto il movimento come Movimento gay. Ma ho anche detto che non sono purista e che le mie perplessità sono sull’uso imperante di un codice straniero, non ho mai proposto la sua totale eliminazione. Sto dicendo altro: siamo dotati di ingegno e fantasia. Usiamoli.

Concludo ricordando che sarebbe opportuno creare cultura attorno alle parole che noi utilizziamo, capire quegli intimi processi che ci portano a usare il linguaggio, tra di noi, a definirci, a ridefinirci, a determinare i confini di realtà, di pratiche, di idee che ci uniscono o che, come spesso è accaduto negli ultimi anni, ci hanno diviso. Penso che avremmo tutti e tutte molto da imparare.

Se noi diamo un nome alle cose, noi dominiamo le cose stesse. Di questo se ne erano resi conto gli ebrei, quando scrissero la Bibbia, migliaia di anni fa. Sarebbe ora che ce ne accorgessimo anche noi.

Catania Pride: un percorso, due cortei, mille follie

E Catania Pride fu. Nonostante tutto. Nonostante le piccole grandi follie che si sono consumate sotto il vulcano, follie che hanno agitato le notti degli organizzatori e che sono passate totalmente inosservate agli occhi di chi manifestava – nel tragitto ormai classico di via Etnea, da piazza Cavour a piazza Università – dietro uno qualsiasi dei due carri di quello che, oltre a essere il pride conclusivo della stagione dell’orgoglio GLBT italiano, è forse pure uno dei più piccoli. Catania, d’altronde, è pur sempre in Sicilia, non ha i numeri di Roma o di Torino, in termini di abitanti tanto per cominciare, e se si guarda la carta geografica è lontana dalla capitale e lontanissima dal ricco nord che sembra non voler andare più a sud di Roma (con qualche eccezione per Napoli e Bari).

Ma lasciamo stare i numeri, che la bontà di un progetto non la valuti (solo) in base a quanta gente vi partecipa, e torniamo alle follie. Tra queste, quella di dare a una città che vede non più di seimila partecipanti nei suoi momenti più felici – come per il pride del 2008 – ben due manifestazioni separate e, se vogliamo, tra di loro concorrenti.

E se anche il solo ipotizzare due pride nella stessa città – fantasia in cui non si è avventurato nemmeno il Mieli, quest’anno, a Roma, pur avendo numeri e strumenti per poter avanzare una proposta del genere – fa sgranare gli occhi a gay e lesbiche di buona volontà, Catania è dal 2009 che si permette il lusso di andare due volte in piazza.

L’anno scorso, se vogliamo, si è salvata la faccia perché Catania è stata anche sede di un pride regionale, preceduto da uno, per l’appunto, cittadino. Quest’anno il regionale era altrove, a Palermo (per altro riuscitissimo), e allora si è deciso di fare due cortei, nello stesso giorno, seguendo lo stesso percorso, diviso da uno spazio vuoto: lo spezzone del Comitato Catania Pride (che unisce diverse sigle siciliane) e quello di Open Mind Catania e delle realtà ad esso vicine (prime tra tutte Rifondazione). Che l’asfalto unisca ciò che altri hanno voluto dividere: un movimento GLBT che mai come quest’anno nel capoluogo etneo è sembrato sfibrato, stanco, alla ricerca di una nuova identità.

D’altronde per le forze antagoniste, riunite attorno all’Open Mind Catania, il pride “classicamente” inteso non è abbastanza rivoluzionario. Perché, mi si corregga se sbaglio, evidentemente per qualcuno si ha il diritto di marciare per la dignità, la parità e la laicità – questi i prerequisiti minimi del documento politico del Comitato Catania Pride (non antagonista) che le realtà antagoniste non hanno voluto controfirmare – solo all’interno di un discorso politico che deve imprescindibilmente includere temi quali cassa integrazione, conflitto di interessi, antifascismo inteso come lotta tra bande. Mentre, magari, la questione GLBT diventa voce indistinta (o subalterna?) dalle ragioni di questo o quel partito che agogna di tornare nel parlamento dell’Italia berlusconiana con un linguaggio e un programma di governo che, forse, verrebbe ritenuto obsoleto anche nell’attuale Cuba. Con rispetto parlando, sia chiaro.

Però poi, a ben vedere, se si legge il documento del Comitato i riferimenti all’antifascismo, all’antimafia, a una società più giusta, ai diritti degli immigrati e dei lavoratori ci sono pure. E allora cominci a chiederti se certe prese di posizione non siano aprioristiche, se non addirittura stupide, inutili. Folli, per l’appunto.

Come è folle il fatto che le realtà antagoniste di Catania non abbiano avuto problemi a partecipare al Pride Regionale di Palermo, commemorativo dei trent’anni di Arcigay e “sostenuto” da quei poteri forti che poi, ieri, a Catania, sono stati duramente contestati. A ragione, mi viene da dire. Ma continuo a non capire perché a Palermo Arcigay, con cui più volte ho avuto il piacere di litigare, andava bene, e a Catania no.

Dal palco antagonista si è parlato con certa sufficienza delle fiaccolate, volendo ignorare che il fenomeno We have a dream ha tenuto la prima pagina di Repubblica per mesi e che sì, è vero che con una candela accesa non fai la rivoluzione, ma è anche vero che se aspettiamo chi dovrebbe farla, la rivoluzione, continueranno a picchiarci senza che nessuno faccia mai niente. E non me ne vogliano Facciamo Breccia e le sue diramazioni più meridionali.

Dal palco antagonista si è detto che l’altro spezzone del corteo è altra cosa, perché il pride antagonista – ribattezzato Independent Pride – è una manifestazione libera. E allora, tu che antagonista non lo sei, ti chiedi in cosa sei schiavo, quali sono le catene che tu non vedi e che altri non hanno. Apparentemente.

Poi c’era il tuo spezzone di corteo. Quello dove forse c’era più gente, dove, tra le altre cose, si ballava di più, dove una favolosa cubista nata a Mediaset rilasciava autografi. Dove c’era molta festa ma, è onesto dirlo, poca politica, al di là delle sigle delle associazioni presenti. Tra cui tutta l’Arcigay siciliana. La stessa che, però, torno a dire, il mese scorso a Palermo andava bene…

E tra questi spezzoni, che rappresentavano ogni yin e yang possibile, in una lotta tra bene e male dove gli eserciti si confondono, c’era il vuoto. Il vuoto di una distanza cercata nell’ultimo anno e faticosamente ottenuta proprio da quegli antagonisti che ieri parlavano con sospetto delle fiaccolate e con irriverenza di catene invisibili. Un vuoto lasciato tale da chi ieri al pride, dopo anni, non è venuto.

A cominciare da Certi Diritti Catania, che del documento del Comitato non hanno amato specifici riferimenti ai diritti sociali per poi partecipare, sempre nel capoluogo siciliano, a un pride che ha, nel suo documento e tra i suoi valori fondanti, il richiamo a quegli stessi diritti.

A cominciare da chi, senza esibire appartenenze a partiti e ad associazioni di qual si voglia natura, si è semplicemente stancato di ballare (soltanto) dietro un carro, di assistere alle guerre sul niente – perché piaccia ai rifondaroli di Catania e alle associazioni ad essi collaterali, ma stiamo guerreggiando proprio sul niente – di sentire discorsi triti e ritriti sull’importanza di stare uniti, ma detti da due palchi separati. Contenti noi…

Eppure una piccola magia, ieri, in mezzo al baccano, ai coriandoli, ai ragazzi vestiti da gladiatori lunari e al cospetto di due ragazze che si erano portate dietro la mamma di una delle due, si è verificata: durante il percorso, di tanto in tanto, ci si distaccava, si andava un po’ più avanti, un po’ più indietro. Ci si riconosceva, ci si rivedeva dopo giorni, settimane, anni. E il sospetto, le invidie, le distanze sparivano dentro un abbraccio, un sorriso, una pistola ad acqua che poneva fine alla tirannide di un giorno d’afa come tanti, anche se per poco.

Chissà se chi ha voluto creare quel vuoto, tra spezzone e spezzone, si renderà mai conto che dismesso l’abito dell’orgoglio e del puntiglio personale poi rimangono le vite delle persone, le amicizie che le legano, i tratti di strada da fare assieme e i vuoti da colmare. In attesa che quel giorno arrivi e che si arrivi alla bellezza degli anni passati, quando non c’erano cortei spezzati, ma solo progetti condivisi, non posso solo che sperare che il pride del 2011 sia diverso. Perché possa essere, in fin dei conti e lontano da ogni follia, un buon pride e il pride di tutte e di tutti.

Dare un senso all’orgoglio GLBT

Oggi sarò al Catania Pride. Anche per questa volta, nonostante tutto. E le ragioni, se vogliamo, sono le stesse per cui sarei andato al Pride di Roma: per riprendermi ciò che mi appartiene, nonostante terzi abbiano deciso di farne un campo di battaglia di personalismi di più varia natura.

Ma di questo ne parlerò, in un secondo momento. Oggi la gente di Catania ha bisogno di capire che il popolo rainbow c’è. E chi sta ai margini della strada, perché ha paura, perché si vergogna – perché ha paura e si vergogna di vivere per come dovrebbe essere – deve capire che c’è una risposta a quel desiderio di vita, di completezza, di dignità.

Non so se chi decide di creare lacerazioni e distinguo si rende conto di questa urgenza, io nel mio piccolo non posso che cercare di dare questo senso al Pride. Crederci ancora, nonostante tutto.

E siccome il Pride è un momento in cui ci riappropriamo di un pezzo di realtà, voglio dare un significato ulteriore a questa giornata, marciando oltre via Etnea e tornando a Roma, idealmente, in via Gabi, dove sta l’omonima libreria. Un progetto culturale coraggioso, da parte di due donne, che hanno rinunciato a tutto per aprire un luogo dove ci si può confrontare, dove fare cultura, dove acquistare libri per sognare, per crescere, per riflettere.

La Libreria Gabi, diventata nel frattempo luogo di incontro della comunità GLBT romana, rischia però di chiudere e ha bisogno del nostro aiuto per non morire. Perché Marinella e Flaminia hanno fatto di quel progetto il loro romanzo personale e hanno permesso a chiunque di diventarne protagonista, anche solo per una volta. E se è vero che le emozioni non si interrompono mai, sarebbe una grande perdita chiudere questo romanzo a metà.

Se volete dare una mano o per saperne di più, andate a leggere l’appello per la libreria Gabi.

Fare di questo mondo un posto più bello per le persone GLBT significa, a volte, partire proprio da noi. Ovunque noi siamo.

Francia: si alle adozioni gay. Italia: ancora omofobia

Come amo dire da un po’ di tempo a questa parte, il mondo dei diritti GLBT – e dei diritti in genere, perché una società più giusta per la comunità rainbow è una società più giusta in senso lato – conquista nuovi avamposti.

Dopo la legge sul matrimonio gay in Islanda, anche l’Irlanda, la settimana scorsa, ha varato la sua legge per le unioni civili, mentre in Francia da ieri è possibile adottare per le coppie gay e lesbiche.

Le due notizie, buone di per sé, non hanno bisogno di ulteriori commenti. Volevo invece far notare un aspetto che reputo triste e degradante e che evidenzia l’arretratezza culturale della nostra società. Ho letto del caso francese su Informare per resistere, una fan page di Facebook che si occupa di informazione. I commenti alla notizia sulle adozioni sono quanto di più squallido possa esserci.

Premetto che Informare per resistere ha una chiara matrice progressista, laica e antiberlusconiana. Basta leggere le informazioni del profilo per rendersene conto. I suoi iscritti, perciò, dovrebbero essere vicini a certe tematiche o comunque ben disposti all’ascolto e al dialogo.

E invece:

«Personalmente trovo [che un minore] stia meglio in orfanotrofio che con un esempio di devianza direttamente a casa.»
«Una coppia omosessuale (e perché solo alle coppie e non ai tris, ai poker, alle doppie coppie..?) non ha la stessa dignità di una famiglia naturale…»

«Non abbiamo idea dei traumi psicologici che potrebbe subire la vita di quell’esserino se la famiglia venisse stravolta fino a quel punto, almeno che decida lui.»
«Oddio povera bimba….. come farà a raccontare che gli è venuto il ciclo mestruale, oppure il primo bacio, o sciegliere [sic] i trucchi.»

Questi i commenti, scritti da persone che qualora non ignoranti sono semplicemente omofobe, e quindi indegne di sedere accanto a chi si fa portatori di valori quali il rispetto per l’essere umano.

Le argomentazioni sono sempre quelle, per altro riprese acriticamente dalla predicazione della chiesa cattolica – mandante morale di tutta l’omofobia che c’è – la stessa che per prima parla di natura e poi lascia stuprare a branchi i bambini nelle sue sagrestie.

Di fronte a questa povertà argomentativa, pregna di una certa cretinaggine intellettuale, parlano i fatti. E i fatti sono semplici.

L’estensione della facoltà di adozione permette al giudice di scegliere tra più candidati. Se tra una coppia etero o una gay sarà ritenuta più adeguata la prima, il minore verrà adottato da quella. O viceversa. Nessuno ruba niente a nessuno.

Le coppie omogenitoriali, invece, ottengono un importante risultato. Accanto al genitore biologico viene riconosciuto il partner, lo stesso con cui il minore vive, vedendolo come una figura interna e imprescindibile del nucleo familiare. In Italia se io avessi un figlio naturale, il mio compagno non potrebbe prendersi cura di lui in caso io morissi e il bambino verrebbe affidato a un istituto, a parenti che magari lo hanno visto come il figlio della devianza o addirittura a sconosciuti.

Infine, gli omofobi si mettano l’animo in pace. Ciò che fa una famiglia non è il sesso dei coniugi (o dei componenti) ma l’amore che li lega e che dà linfa vitale al loro progetto di vita. Tutto il resto è pregiudizio, che nel resto del mondo viene sconfessato attraverso legislazioni avanzate e che per certi italiani è argomento di conversazione. Misera a ben vedere.

7 luglio 2010: prove tecniche di fascismo

Oggi a Roma.

Protestano gli aquilani, per la valanga di bugie che questo governo ha detto sul dopo terremoto in Abruzzo. Vengono manganellati dalla polizia. Come da foto…

In parlamento, intanto, si discute di una legge per il finanziamento delle comunità giovanili, voluta dal ministro Meloni. Barbati, dell’Italia dei Valori, critica il progetto di finanziamento. Dai banchi della maggioranza alcuni deputati del PdL lo aggrediscono, prendendolo a pugni. Adesso è in ospedale.

Questo è il berlusconismo. Questa è la destra italiana al potere.
Mi sa che è così che cominciano le dittature.

Belgio: cosa lega la chiesa al mostro di Marcinelle?

La notizia per intero la trovate qui: a giugno scorso, se ricordate, i magistrati belgi ordinarono la riesumazione di cadaveri di vescovi cattolici perché si pensava che nelle tombe si sarebbero nascoste delle prove e in particolare dei dossier sulla pedofilia. La chiesa si ribellò, parlando addirittura di barbarie.

Quindi viene fuori che in una di quelle perquisizioni è stato ritrovato un dossier su Marc Dutroux: “In particolare, sarebbero state trovate decine di foto delle esumazioni dei corpi delle piccole Melissa e Julie. Lo riferisce il quotidiano belga, in lingua fiamminga, Het Laatste Nieuws” si legge sul Corriere della Sera.

Sempre nello stesso articolo si legge che “il cardinale Danneels, 77 anni, è entrato in mattinata nella sede della polizia per essere ascoltato sul dossier. L’ex primate è stato accusato da un sacerdote, ora in pensione, di non aver denunciato casi di pedofilia commessi da membri del clero nel periodo in cui era alla guida della Chiesa in Belgio, e cioè dal 1979 al 2009.”

In estrema sintesi: un dossier sul mostro di Marcinelle nascosto in un convento e un cardinale che ha coperto trent’anni di violenze su minori.

E nonostante tutto questo, le più alte gerarchie cattoliche hanno avuto l’ardire di attaccare i giudici e parlare di barbarie.
Credo che tutti dovrebbero tenere bene a mente questi fatti quando sua santità e i suoi emissari pretendono di avere ancora un’autorità morale sullo Stato e sulle nostre vite. Perché allo stato attuale le uniche credenziali che si stanno ritrovando in mano certe persone sono quelle che dovrebbero portarli a chiedere solo la più sollecita attenzione dei loro avvocati. Non certo l’obbedienza di fedeli e non credenti.

Solo il giorno più lungo…

Comprare uno stereo che non sarà mai materialmente tuo può mai essere un passo, uno qualsiasi, verso la riappropriazione della propria vita?

Intanto.

Vivo in una terra il cui tramonto sposa il cielo alla labradorite ma questo non riesce ad essere, quasi mai, una consolazione. Nonostante tutto.
Non può mai esserlo, quando il tuo cuore batte tre sillabe, di volta in volta. Tre sillabe. Se le leggi veloci viene fuori: esodo.
Non può mai esserlo perché questa continua ricerca di senso e di significato dovrebbe avere come ingredienti primari una nuova storia e delle parole nuove. Le seconde, per raccontare la prima. Eppure tutto intorno, a volte, è di un silenzio che disorienta. Però la gente si lamenta con me, perché secondo loro non ho mai niente da dire. Io, non avrei nulla da dire…

(Ma mi hai chiesto quand’è stata l’ultima volta che sono stato felice? O che ho pianto. Guarda che per me è lo stesso.)

Per concludere: domani sarà solo il giorno più lungo. Anche se, come ogni giorno, durerà solo ventiquattr’ore. E forse questo consola. Chissà.