Catania Pride: un percorso, due cortei, mille follie

E Catania Pride fu. Nonostante tutto. Nonostante le piccole grandi follie che si sono consumate sotto il vulcano, follie che hanno agitato le notti degli organizzatori e che sono passate totalmente inosservate agli occhi di chi manifestava – nel tragitto ormai classico di via Etnea, da piazza Cavour a piazza Università – dietro uno qualsiasi dei due carri di quello che, oltre a essere il pride conclusivo della stagione dell’orgoglio GLBT italiano, è forse pure uno dei più piccoli. Catania, d’altronde, è pur sempre in Sicilia, non ha i numeri di Roma o di Torino, in termini di abitanti tanto per cominciare, e se si guarda la carta geografica è lontana dalla capitale e lontanissima dal ricco nord che sembra non voler andare più a sud di Roma (con qualche eccezione per Napoli e Bari).

Ma lasciamo stare i numeri, che la bontà di un progetto non la valuti (solo) in base a quanta gente vi partecipa, e torniamo alle follie. Tra queste, quella di dare a una città che vede non più di seimila partecipanti nei suoi momenti più felici – come per il pride del 2008 – ben due manifestazioni separate e, se vogliamo, tra di loro concorrenti.

E se anche il solo ipotizzare due pride nella stessa città – fantasia in cui non si è avventurato nemmeno il Mieli, quest’anno, a Roma, pur avendo numeri e strumenti per poter avanzare una proposta del genere – fa sgranare gli occhi a gay e lesbiche di buona volontà, Catania è dal 2009 che si permette il lusso di andare due volte in piazza.

L’anno scorso, se vogliamo, si è salvata la faccia perché Catania è stata anche sede di un pride regionale, preceduto da uno, per l’appunto, cittadino. Quest’anno il regionale era altrove, a Palermo (per altro riuscitissimo), e allora si è deciso di fare due cortei, nello stesso giorno, seguendo lo stesso percorso, diviso da uno spazio vuoto: lo spezzone del Comitato Catania Pride (che unisce diverse sigle siciliane) e quello di Open Mind Catania e delle realtà ad esso vicine (prime tra tutte Rifondazione). Che l’asfalto unisca ciò che altri hanno voluto dividere: un movimento GLBT che mai come quest’anno nel capoluogo etneo è sembrato sfibrato, stanco, alla ricerca di una nuova identità.

D’altronde per le forze antagoniste, riunite attorno all’Open Mind Catania, il pride “classicamente” inteso non è abbastanza rivoluzionario. Perché, mi si corregga se sbaglio, evidentemente per qualcuno si ha il diritto di marciare per la dignità, la parità e la laicità – questi i prerequisiti minimi del documento politico del Comitato Catania Pride (non antagonista) che le realtà antagoniste non hanno voluto controfirmare – solo all’interno di un discorso politico che deve imprescindibilmente includere temi quali cassa integrazione, conflitto di interessi, antifascismo inteso come lotta tra bande. Mentre, magari, la questione GLBT diventa voce indistinta (o subalterna?) dalle ragioni di questo o quel partito che agogna di tornare nel parlamento dell’Italia berlusconiana con un linguaggio e un programma di governo che, forse, verrebbe ritenuto obsoleto anche nell’attuale Cuba. Con rispetto parlando, sia chiaro.

Però poi, a ben vedere, se si legge il documento del Comitato i riferimenti all’antifascismo, all’antimafia, a una società più giusta, ai diritti degli immigrati e dei lavoratori ci sono pure. E allora cominci a chiederti se certe prese di posizione non siano aprioristiche, se non addirittura stupide, inutili. Folli, per l’appunto.

Come è folle il fatto che le realtà antagoniste di Catania non abbiano avuto problemi a partecipare al Pride Regionale di Palermo, commemorativo dei trent’anni di Arcigay e “sostenuto” da quei poteri forti che poi, ieri, a Catania, sono stati duramente contestati. A ragione, mi viene da dire. Ma continuo a non capire perché a Palermo Arcigay, con cui più volte ho avuto il piacere di litigare, andava bene, e a Catania no.

Dal palco antagonista si è parlato con certa sufficienza delle fiaccolate, volendo ignorare che il fenomeno We have a dream ha tenuto la prima pagina di Repubblica per mesi e che sì, è vero che con una candela accesa non fai la rivoluzione, ma è anche vero che se aspettiamo chi dovrebbe farla, la rivoluzione, continueranno a picchiarci senza che nessuno faccia mai niente. E non me ne vogliano Facciamo Breccia e le sue diramazioni più meridionali.

Dal palco antagonista si è detto che l’altro spezzone del corteo è altra cosa, perché il pride antagonista – ribattezzato Independent Pride – è una manifestazione libera. E allora, tu che antagonista non lo sei, ti chiedi in cosa sei schiavo, quali sono le catene che tu non vedi e che altri non hanno. Apparentemente.

Poi c’era il tuo spezzone di corteo. Quello dove forse c’era più gente, dove, tra le altre cose, si ballava di più, dove una favolosa cubista nata a Mediaset rilasciava autografi. Dove c’era molta festa ma, è onesto dirlo, poca politica, al di là delle sigle delle associazioni presenti. Tra cui tutta l’Arcigay siciliana. La stessa che, però, torno a dire, il mese scorso a Palermo andava bene…

E tra questi spezzoni, che rappresentavano ogni yin e yang possibile, in una lotta tra bene e male dove gli eserciti si confondono, c’era il vuoto. Il vuoto di una distanza cercata nell’ultimo anno e faticosamente ottenuta proprio da quegli antagonisti che ieri parlavano con sospetto delle fiaccolate e con irriverenza di catene invisibili. Un vuoto lasciato tale da chi ieri al pride, dopo anni, non è venuto.

A cominciare da Certi Diritti Catania, che del documento del Comitato non hanno amato specifici riferimenti ai diritti sociali per poi partecipare, sempre nel capoluogo siciliano, a un pride che ha, nel suo documento e tra i suoi valori fondanti, il richiamo a quegli stessi diritti.

A cominciare da chi, senza esibire appartenenze a partiti e ad associazioni di qual si voglia natura, si è semplicemente stancato di ballare (soltanto) dietro un carro, di assistere alle guerre sul niente – perché piaccia ai rifondaroli di Catania e alle associazioni ad essi collaterali, ma stiamo guerreggiando proprio sul niente – di sentire discorsi triti e ritriti sull’importanza di stare uniti, ma detti da due palchi separati. Contenti noi…

Eppure una piccola magia, ieri, in mezzo al baccano, ai coriandoli, ai ragazzi vestiti da gladiatori lunari e al cospetto di due ragazze che si erano portate dietro la mamma di una delle due, si è verificata: durante il percorso, di tanto in tanto, ci si distaccava, si andava un po’ più avanti, un po’ più indietro. Ci si riconosceva, ci si rivedeva dopo giorni, settimane, anni. E il sospetto, le invidie, le distanze sparivano dentro un abbraccio, un sorriso, una pistola ad acqua che poneva fine alla tirannide di un giorno d’afa come tanti, anche se per poco.

Chissà se chi ha voluto creare quel vuoto, tra spezzone e spezzone, si renderà mai conto che dismesso l’abito dell’orgoglio e del puntiglio personale poi rimangono le vite delle persone, le amicizie che le legano, i tratti di strada da fare assieme e i vuoti da colmare. In attesa che quel giorno arrivi e che si arrivi alla bellezza degli anni passati, quando non c’erano cortei spezzati, ma solo progetti condivisi, non posso solo che sperare che il pride del 2011 sia diverso. Perché possa essere, in fin dei conti e lontano da ogni follia, un buon pride e il pride di tutte e di tutti.