Living Rome

Perché alla fine è tutto come in una serie tv.

O come una scheggia di vita, che ti si conficca sotto la pelle. Può anche dar fastidio, ma è ciò che ti fa sentire vivo. Che ti regala le tenebre, ma anche l’amore. E tutto quello che ci oscilla in mezzo.

A dispetto di chi mi diceva che non dovevo andare, perché sarebbe stato un errore. Ignorando che sarebbe stato un errore non andare.

***

Ringraziamenti

Pinzi e Chanel, che mi hanno accolto nelle loro case facendo in modo che fossero anche mie. Barbarella, che tra le prime mi si è aperta al punto tale di non aver paura di mostrare il suo sguardo da bimbo ferito. Nicla, che ha deciso di amarmi anche se non lo merito. Sciltian e il Maccarrone, che in un modo o nell’altro ci sono sempre. Andrea e Nano Mondano: a loro devo la mia iniziazione al “Sue Ellen Night”. Fabio e Gian, anche se dicono che prima o poi mi iscriverò al piddì. I Coluccini Boys – non è il nome di un frollino – per quel giorno bellissimo al pride (e poi io a Dani devo un po’ la vita). Cri’, che mi ha fatto cambiare idea su molte cose. La Vandilla Furiosa, che mi fa sorridere sempre.

A chi mi ha fatto battere il cuore, anche se per poco, perché mi ha fatto capire di esserne ancora capace.

A tutti gli altri (e le altre), che adesso non ricordo, perché sono troppe le cose che vorrei dire e c’è un po’ di confusione all’ingresso delle mie parole.

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Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.