Roma approva la mozione anti-omofobia

Roma, 7 giugno 2010: approvata all’unanimitąla mozione anti-omofobia dal Comune. Mi sembra una buona notizia.

“Siamo contenti e soddisfatti per l’approvazione all’unanimità da parte del consiglio comunale di Roma della mozione contro l’omofobia. Questo deve però essere il primo passo e il preludio all’approvazione della legge ‘Concia’  in Parlamento”. Lo dichiarano in una nota congiunta Cristiana Alicata e Carlo Santacroce del tavolo Pd LGBTE e Guido Allegrezza del tavolo Queer di Sinistra e Libertà. “Quella di oggi rappresenta una risposta politica – ha continuato Alicata- contro le violenze omofobiche soprattutto alla luce degli ultimi episodi avvenuti nella Capitale. Certo la mozione approvata presenta dei limiti, per esempio non ha valore penale, ma è un importante segnale e impegno culturale per la città di Roma e per questo ci auguriamo che il sindaco Alemanno e il consiglio comunale la mettano in pratica”. L’approvazione della mozione contro l’omofobia rientra nel progetto lanciato in autunno dai tavoli LGBT e QUEER di Pd e Sel “la maratona contro l’omofobia”,  tutte le informazioni relative ai comuni che hanno partecipato approvando in consiglio la mozione si trovano sul sito www.maratonaomofobia.it.

Ho per altro letto il testo della mozione che affronta anche il problema della violenza contro le persone transessuali e auspica una serie di iniziative contro l’odio transfobico.

Da oggi la lotta per i diritti delle persone GLBT segna un importante punto a suo favore.

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Insalata di farro con gamberi, pesto e menta

Ma come, direte voi: mescolare prodotti di mare e di terra insieme? Ma questo è gender… (ma noi siamo contro natura, per cui eccovi la ricetta).

Ingredienti

  • farro
  • gamberi
  • pomodorini ciliegini
  • pesto alla genovese
  • prezzemolo
  • menta
  • olio d’oliva
  • una cipolla (possibilmente grande)
  • sale
  • pepe bianco
  • vino bianco (o liquore secco)
  • noci tritate (facoltative)

***

Come si prepara

Lo dico da adesso. Sarò breve. Perché tra non molte ore le persone saranno qui. Ed io sono a letto, ancora. Perché morirò di Grey’s Anatomy, ma arrivati a questo punto della giornata, questo è irrilevante.

Uno. Prendete i gamberi e sgusciateli. Per fare questo potete prendere due strade. La prima, bollirli con le loro corazze e fermarvi qui nella lettura dei prossimi passaggi, per saltare direttamente al quarto, oppure armarvi di pazienza, sgusciarli ancora crudi e seguire i passi successivi.

Due. Tagliate mezza cipolla a striscioline. Prendete una padella. Imbiondite la cipolla, tritate e aggiungete il prezzemolo, quindi versare i gamberi, rosolarli per un po’ e farli sfrigolare, con tutto l’amore di cui siete capaci, in mezzo bicchiere di vino bianco. Se siete alcolisti, potete usare rum, brandy, vodka o martini dry. Io credo che opterò per la seconda soluzione. E si badi, non sono alcolista.

Tre. Preparate il farro. Adesso, siccome non è che abbia tutta la pazienza di questo mondo, nelle confezioni della marca che scegliete ci sono pure le istruzioni per prepararlo. Si varia da quello che deve stare a bagno per dodici ore prima di buttarlo in acqua bollente, a quello che cuoce in dieci minuti. Per la cronaca: io ho trovato solo quest’ultimo… che Dio, o chi per lui,  me la mandi buona.

Quattro. Ok, i gamberi son pronti? Il farro è cotto (e ho detto cotto, non spalmabile sul pane)? Perfetto. Prendete una bella ciotola grande, metteteci i gamberi, quindi il fatto e mescolate. Di seguito, versate il pesto, la menta, l’altra mezza cipolla che avrete avuto l’accortezza di tritare (voglio vedere la faccia dei vostri invitati di fronte al frutto della vostra imperizia), i pomodorini, opportunamente lavati e tagliati in due e, se vi va, pure la granella di nocciole. Date un’ultima spolverata di pepe bianco et voila!, i vostri invitati non potranno fare a meno di amarvi. Ignorando, ancora una volta, che copiate le mie ricette.

E adesso scusate, ma ho fretta.

Crisis of infinite age

Hai trentasei anni. E a ottobre saranno trentasette.

Un bel giorno ti svegli e vedi che un tuo allievo piange perché la fidanzata lo ha lasciato, allora lo abbracci come se fosse figlio tuo e capisci che da quel momento in poi tutto è cambiato nella tua vita. Perché è come se fosse figlio tuo.

Sempre a partire da quel giorno cominci a non dare più importanza alle parole, perché sai che quando credi alle parole degli altri, che siano un «io ci sarò sempre» o un «non mi dimenticherò mai di te», poi dovrai fare i conti con l’assenza e l’oblio. Cominci pure ad averne le palle piene di gente che rompe le cose, a cominciare dalla tua fragilità, e poi devi essere tu a mettere insieme i cocci. Perché dover prendere scopa e paletta per spazzar via silenzi, distrazione e pezzi sanguinanti del tuo corpo a volte è umiliante, quasi insostenibile.

Addirittura ti guardi indietro e quasi non hai pentimenti, a parte qualcuno che, se vogliamo, ci sta tutto. Pensi che alla fine il percorso non poteva che essere quello, che le scelte fatte sono giuste, che gli errori comunque ti hanno aiutato a capirti meglio. Ti piace addirittura il lavoro che fai, se solo quei quattro pagliacci messi lì a governare ti permettessero di farlo.
Certo, qualcosa ti manca. Ti manca una casa tutta tua, col tappeto e il divano come quello che hai comprato per poche lire ma che tutti ti invidiano, a ben vedere, e che adesso giace in un garage a mille chilometri di nostalgia. Ti manca qualcuno che ci venga più degli altri, e in modo speciale, in quella casa e che magari un giorno ti dica che gli piacerebbe non andarsene più. Ti manca la certezza della noia e invece sei costretto a nutrirti del tedio dell’incertezza. Forse addirittura ti manca un figlio, però ok, andiamoci piano, non corriamo troppo.

E mentre tutto questo ti attraversa il cervello, nel pomeriggio ozioso allietato dal canto degli uccelli ai quali hai lasciato le briciole della tua colazione sul balcone, e scrivi queste parole sconnesse e anche un po’ patetiche, scorri la tua playlist su eTunes e il fatto di non trovare un’adeguata colonna sonora a questo impetuoso ruscello di pensieri lo leggi come un segno, come una metafora gigante, come il suono più adeguato, assieme ai rumori che provengono da fuori, per tutta l’incertezza che c’è.

Roma Pride VS Mario Mieli: aspettiamoci altri trent’anni di niente

La politica dovrebbe essere, se non ho capito male, l’arte di risolvere i problemi concreti delle persone. Adesso tale arte può essere ammantata dall’ideologia, che è lo strumento per rendere la politica più bella, oltre che per cambiare il presente. L’ideologia è perciò un mezzo e non un fine.

Faccio questa premessa perché ieri sono stato alla riunione indetta dal Circolo Mario Mieli per parlare della “deriva” del pride romano, che secondo molti osservatori esterni sta seguendo un percorso di destra per compiacere la giunta Alemanno al potere a Roma.

Mi chiamo fuori dalle valutazioni di cosa è il pride organizzato da Imma Battaglia e Arcigay Roma. Credo che le cose si valutino alla fine, al loro compimento. Semmai potrei dire la mia sul processo che ha messo in piedi questo pride, ma non ho partecipato ai lavori preparatori, per cui le mie sarebbero solo sensazioni e credo che non interessino nessuno.

Mi limiterò a dire, su questa questione, che non nutro fiducia politica verso gli attori sopra citati per cui rimango guardingo.

Al Mieli però sono stato. E la sensazione che ne ho avuto è stata quella di una colossale perdita di tempo.

Innanzi tutto mi è sembrato fascista l’atteggiamento di chi, al cospetto di Guido Allegrezza, rappresentante del comitato Roma Pride 2010, ha contestato la sua presenza lì dentro. Nemmeno io ero felicissimo di vedere i rappresentanti di Facciamo Breccia, realtà da cui tutto mi divide, ma non mi sognerei mai di mettere in discussione la sua presenza da un consesso democratico, ammesso poi che di democrazia si tratti.

In secondo luogo, non mi pare di aver assistito ad analisi politiche di grande rilievo, se non in pochi casi. C’è chi ha ipotizzato che dietro il Roma Pride del 2010 ci siano interessi personali, chi ha messo in luce, giustamente, come l’Aventino del Mieli abbia di fatto lasciato il campo alle forze che adesso si vorrebbero contestare (per cui intervenire adesso laddove prima si è fatto dietrofront appare, quanto meno, tardivo).

In mezzo a contenuti stantii, sentiti mille volte, di fronte anche a una lettera di Porpora Marcasciano che stimo personalmente e che reputo una ricchezza sotto più profili ma che mi ha lasciato perplesso su alcuni punti – non credo infatti che parte del movimento voglia mettere fuori dai giochi la sua parte antagonista, semmai è vero che certe realtà hanno mostrato più di una volta poco interesse verso certe istanze collettive – non ho potuto non notare, con un certo disgusto, come Facciamo Breccia non sia riuscita a non sminuire il ruolo di We have a dream, ritenendo tale realtà incapace di “fare rivoluzione” – mentre tutti vediamo quali pregevoli risultati siano stati ottenuti da parte della società tutta per merito della signora Biagini & Co. – per non parlare poi di “giovani” attivisti che la pensano come un iscritto del PCI degli anni ’50, per cui la questione GLBT ha una propria nobiltà e dignità d’essere solo se all’interno di diritti di più ampia portata che siano rassicuranti sotto il profilo del rispetto dell’ortodossia marxista.

Taccio sul ritrovare lo spirito di Stonewall, visto che dubito fortemente che dietro quello spirito vi fosse una connotazione politica così definita in senso antagonista per quello che è adesso l’antagonismo.

Poco convincente, per quel che mi riguarda, anche la Praitano, presidente del Mieli, che non vede il fallimento di trent’anni di politica associazionistica GLBT e che ha proposto la redazione di un documento in cui palesare una presa di distanza politica dalle ragioni che hanno portato la nascita del Roma Pride 2010.

Per come la vedo io – quindi, in modo del tutto soggettivo – si sta consumando la solita guerra tra Mieli da una parte e Arcigay-DGP dall’altra. La vera novità sta nel fatto che il Mieli stavolta non sarà dietro lo striscione di apertura del corteo. Per il resto mi pare che le dinamiche di sempre siano sempre lì e che si consumino nell’indifferenza totale di centinaia di migliaia di cittadini – omo ed eterosessuali – che scambiano la questione omo-transessuale per il corteo di chi si mette le tette al vento. Prospettiva un po’ degradante, a ben vedere.

Preoccupante invece realizzare come il “nuovo” sappia di già visto e come il “diverso” – metonimia per diversità di vedute, anche criticabili e criticate – venga visto come naturalmente nemico. Se questi sono i nostri eroi, temo che ci aspettano altri trent’anni di niente in materia di diritti e di progressi sotto il profilo giuridico e materiale.