Roma Pride VS Mario Mieli: aspettiamoci altri trent’anni di niente

La politica dovrebbe essere, se non ho capito male, l’arte di risolvere i problemi concreti delle persone. Adesso tale arte può essere ammantata dall’ideologia, che è lo strumento per rendere la politica più bella, oltre che per cambiare il presente. L’ideologia è perciò un mezzo e non un fine.

Faccio questa premessa perché ieri sono stato alla riunione indetta dal Circolo Mario Mieli per parlare della “deriva” del pride romano, che secondo molti osservatori esterni sta seguendo un percorso di destra per compiacere la giunta Alemanno al potere a Roma.

Mi chiamo fuori dalle valutazioni di cosa è il pride organizzato da Imma Battaglia e Arcigay Roma. Credo che le cose si valutino alla fine, al loro compimento. Semmai potrei dire la mia sul processo che ha messo in piedi questo pride, ma non ho partecipato ai lavori preparatori, per cui le mie sarebbero solo sensazioni e credo che non interessino nessuno.

Mi limiterò a dire, su questa questione, che non nutro fiducia politica verso gli attori sopra citati per cui rimango guardingo.

Al Mieli però sono stato. E la sensazione che ne ho avuto è stata quella di una colossale perdita di tempo.

Innanzi tutto mi è sembrato fascista l’atteggiamento di chi, al cospetto di Guido Allegrezza, rappresentante del comitato Roma Pride 2010, ha contestato la sua presenza lì dentro. Nemmeno io ero felicissimo di vedere i rappresentanti di Facciamo Breccia, realtà da cui tutto mi divide, ma non mi sognerei mai di mettere in discussione la sua presenza da un consesso democratico, ammesso poi che di democrazia si tratti.

In secondo luogo, non mi pare di aver assistito ad analisi politiche di grande rilievo, se non in pochi casi. C’è chi ha ipotizzato che dietro il Roma Pride del 2010 ci siano interessi personali, chi ha messo in luce, giustamente, come l’Aventino del Mieli abbia di fatto lasciato il campo alle forze che adesso si vorrebbero contestare (per cui intervenire adesso laddove prima si è fatto dietrofront appare, quanto meno, tardivo).

In mezzo a contenuti stantii, sentiti mille volte, di fronte anche a una lettera di Porpora Marcasciano che stimo personalmente e che reputo una ricchezza sotto più profili ma che mi ha lasciato perplesso su alcuni punti – non credo infatti che parte del movimento voglia mettere fuori dai giochi la sua parte antagonista, semmai è vero che certe realtà hanno mostrato più di una volta poco interesse verso certe istanze collettive – non ho potuto non notare, con un certo disgusto, come Facciamo Breccia non sia riuscita a non sminuire il ruolo di We have a dream, ritenendo tale realtà incapace di “fare rivoluzione” – mentre tutti vediamo quali pregevoli risultati siano stati ottenuti da parte della società tutta per merito della signora Biagini & Co. – per non parlare poi di “giovani” attivisti che la pensano come un iscritto del PCI degli anni ’50, per cui la questione GLBT ha una propria nobiltà e dignità d’essere solo se all’interno di diritti di più ampia portata che siano rassicuranti sotto il profilo del rispetto dell’ortodossia marxista.

Taccio sul ritrovare lo spirito di Stonewall, visto che dubito fortemente che dietro quello spirito vi fosse una connotazione politica così definita in senso antagonista per quello che è adesso l’antagonismo.

Poco convincente, per quel che mi riguarda, anche la Praitano, presidente del Mieli, che non vede il fallimento di trent’anni di politica associazionistica GLBT e che ha proposto la redazione di un documento in cui palesare una presa di distanza politica dalle ragioni che hanno portato la nascita del Roma Pride 2010.

Per come la vedo io – quindi, in modo del tutto soggettivo – si sta consumando la solita guerra tra Mieli da una parte e Arcigay-DGP dall’altra. La vera novità sta nel fatto che il Mieli stavolta non sarà dietro lo striscione di apertura del corteo. Per il resto mi pare che le dinamiche di sempre siano sempre lì e che si consumino nell’indifferenza totale di centinaia di migliaia di cittadini – omo ed eterosessuali – che scambiano la questione omo-transessuale per il corteo di chi si mette le tette al vento. Prospettiva un po’ degradante, a ben vedere.

Preoccupante invece realizzare come il “nuovo” sappia di già visto e come il “diverso” – metonimia per diversità di vedute, anche criticabili e criticate – venga visto come naturalmente nemico. Se questi sono i nostri eroi, temo che ci aspettano altri trent’anni di niente in materia di diritti e di progressi sotto il profilo giuridico e materiale.

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