Roma Pride 2010: perché io andrei

Non andrò al Pride di Roma, quest’anno, solo perché non sarò fisicamente in città. Fossi rimasto nella capitale, invece, sarei andato per una serie di ragioni. E credo che tali ragioni dovrebbero essere le stesse di chi dice di avere a cuore la questione GLBT.

Innanzi tutto perché occorre dare un segnale politico al comitato Roma Pride. Nella querelle che vede due fazioni contrapposte, quelli che organizzano e quelli che non andranno, mi sento ideologicamente più vicino a chi nutre perplessità rispetto ala gestione del pride. Tuttavia, come ho già scritto in precedenza, la scelta aventiniana del Mieli e dell’ala antagonista, è semplicemente sterile.

Dichiarare che non si va non è un atto politico, ma semplicemente identitario che con la questione dei diritti e della dignità del popolo rainbow non ha niente a che vedere. Adesso, è legittimo che non ci si senta rappresentati da Marrazzo e dalla Battaglia ma proprio per questo occorreva stilare un documento critico di partecipazione. Occorreva andare per dire che il comitato ha organizzato sì l’evento, ma che l’evento non è di proprietà di Arcigay Roma o del DGP. È di chi vi partecipa. E se io partecipo – con una piattaforma politica di spessore che parla di dignità, di laicità, di liberazione – aggiungo, con la mia presenza, un valore a una manifestazione presentata in modo annacquato: basta vedere lo slogan e il video di presentazione che svilisce il senso del pride in questione.

In altre parole: portare un valore che altrimenti non ci sarà. Perché non c’è. La partecipazione fa la differenza. La partecipazione sotto un’insegna di associazioni e realtà che fanno la differenza – politica prima di ogni altra cosa – avrebbe avuto un valore ancora maggiore. Il pride, d’altronde, non è la celebrazione delle differenze?

Ancora, occorreva andare per dare segnale di unità alla cittadinanza. Sabato a Roma ci sarà un corteo che vedrà il movimento GLBT ancora più diviso e fragile e questo avrà una ricaduta negativa per tutte e tutti. Un corteo più partecipato, anche se diviso tra schieramenti legati a documenti politici diversi, avrebbe dato un altro segnale: forse non si è d’accordo su come gestire una manifestazione, ma il bene ultimo è più importante della guerra fra fazioni. Ammesso che il bene ultimo sia davvero la cosa più importante. Anche più importante dell’identità, molto spesso ridotta solo a mero logo.

Dulcis in fundo: il rischio di una sconfitta totale è dietro l’angolo. Se sabato le cose andranno bene, sarà il successo di una parte, agli occhi dei media e del mondo politico. Se le cose andranno male, invece, sarà il segno evidente della debolezza del mondo GLBT nel suo insieme. Nel primo caso, la frattura dentro il movimento sarà ancora più insanabile perché i “vincitori” di una gara di cui si faceva volentieri a meno avranno un peso contrattuale che faranno valere in un futuro tavolo di trattative. Nel secondo, a essere sconfitta sarà la comunità, rea e responsabile di non avere interlocutori politici adeguati nei confronti della società civile e della politica di palazzo.

Le conseguenze sul piano pratico sono tanto facilmente prevedibili quanto pesanti.

I partiti ci vedranno come le grandi potenze europee vedevano gli staterelli italiani da medio evo in poi: piccoli, troppi, troppo litigiosi e, dunque, facilmente attaccabili. In virtù di quale forza potremo chiedere una legge contro l’omofobia o addirittura diritti per le coppie di fatto, per tacere del matrimonio, se non siamo una forza?

Gli svastichella di turno, intanto, avranno man facile a continuare ad aggredirci. Tanto sono soli, penseranno, chi li difende? Tra di loro si scannano e lo stato, in virtù di questo, non ha interesse a tutelarli. Questo penseranno e noi diventeremo carne da macello. A dispetto delle nostre splendide identità. Sia che esse stiano a destra, a sinistra o, come temo stia accadendo, nell’abisso in cui stiamo sprofondando. Tutte e tutti, indistintamente.

Napoli Pride 2010: alcune riflessioni

Alcune riflessioni veloci sul Pride di ieri.

La prima: Napoli è una città splendida. Non ricordavo la sua bellezza e la sua regalità. A questo si deve aggiungere la grande partecipazione dei/lle cittadini/e napoletani/e alla manifestazione, che è stata accolta con calore, con molti sorrisi, con una solidarietà che non pensavo di trovare. La parte più bella del corteo è stata quella che ci ha visti passare in mezzo ai quartieri popolari, dove le persone salutavano dai balconi, mandavano baci, sorridevano e ballavano con noi. È stato emozionante, quasi commovente. Questo dovrebbe far riflettere certi partiti che pensano che il percorso per l’approvazione di leggi contro l’omofobia e per le famiglie GBLT sia ancora in salita dentro la società italiana.

La seconda: la madre degli idioti è sempre incinta e ultimamente fa parti plurigemellari. Paola Concia, infatti, è stata insultata e verbalmente aggredita da un gruppo di “compagni” della sinistra antagonista. La colpa del deputato del pd è quella di aver accettato di partecipare ad un incontro con Casa Pound a Roma. Adesso, non è che questa scelta mi sia andata del tutto a genio, ma organizzare un gruppetto per circondare e intimidire una persona al mio paese si chiama squadrismo. Solidarietà a Paola Concia (ma Casa Pound non ci piace).

La terza: mi sono ricreduto su un’idea che mi ero fatto ultimamente. Il Pride non è uno strumento superato. Va rivisto, è vero. Ma laddove non ci si è abituati alla sua presenza è un momento di incontro con la città. L’energia di ieri a Napoli non la sentivo da anni. La mia idea, per quelle città ormai avvezze ai cortei, è quella di creare manifestazioni stanziali e, con turnazione di almeno due anni, un grande corteo partecipato. Fermo restando che, secondo me, il pride nazionale dovrebbe stare a Roma.

La quarta (semiseria): ho visto gli amici di Roma e ne ho conosciuti di nuovi. La compagnia era splendida e ho pure mangiato la vera pizza napoletana. E poi credetemi, ballare il Waka Waka per strada, sotto la regia impeccabile del Coluccino, è una di quelle cose che porterò nel mio cuore per sempre!

A proposito di Spagna: gay e laici salvano la famiglia

Nel 2009 sono stati celebrati 94993 matrimoni civili, 80174 cattolici e 785 di altre confessioni religiose. Per la prima volta dagli anni settanta i matrimoni civili superano quelli religiosi.

Sul sito dell’UAAR, da cui ho ripreso la notizia e che rimanda alla fonte ufficiale spagnola, si apprende anche che «aumenta anche la quota dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, legali dal 2005: salgono a 3421 (2212 tra uomini e 1200 tra donne), ovvero 218 in più rispetto al 2008.»

Altro dato, in senso assoluto il matrimonio è un istituto in calo. Nel 2009 si registra un -10% e oltre rispetto all’anno precedente.

Permettete un’analisi di lettura del dato numerico?

C’è ancora voglia di famiglia, in Spagna. A mandare avanti questo istituto, sicuramente logoro e da reinventare, sono proprio i laici e i gay, che si sposano di più. I cattolici, evidentemente, sono bravi a predicare. La pratica, si sa, è cosa ben diversa.

¡Que viva España!

Questo blog trasloca per qualche giorno in Spagna.

Rivedrò Chueca a Madrid, las rias in Galizia, le mie amiche e mangerò tortillas e pulpo a la gallega bevendo chupitos di varia natura e aguardiente. Forse al matrimonio di Ro’ piangerò un po’. Io piango sempre ai matrimoni…

Certo, in tutto questo va pure considerato che respirerò ossigeno in un paese civile. Il che non è poco.

Ci rivediamo lunedì. Olè.

I pride italiani

Oggi comincia la stagione dei Pride.

Il mio amico Village fa notare, sul suo profilo Facebook: «chi non ama le baracconate (ma non ha mai fatto un cazzo per i diritti suoi, nostri e di tutti) stia pure a casa, ma non rompa i coglioni con le lamentele. Se avete paura di essere riconosciuti dalla nonna o dall’amica di mammà mettetevi il burqa.»

Aggiungo io, a chiosa di tanta e tale saggezza, che poi, a ben vedere, le velate si dividono in due gruppi: quelle che le vedi lontano ventimila anni luce che sono delle sfrante e quelle talmente brutte che vorresti avessero sul serio il dono dell’invisibilità.

A seguire, per chi fosse interessato, il calendario dei pride italiani:

MILANO – 12 GIUGNO 2010
ORA NE ABBIAMO ABBASTANZA!
http://www.pridemilano.org

PALERMO – 19 GIUGNO 2010
SICILIA PRIDE
http://www.siciliapride.org

TORINO – 19 GIUGNO 2010
I DIRITTI SONO IL NOSTRO PRIDE
http://www.torinopride.it

NAPOLI – PRIDE NAZIONALE – 26 GIUGNO 2010
ALLA LUCE DEL SOLE
http://www.napolipride.org

ROMA – 3 LUGLIO 2010
OGNI BACIO UNA RIVOLUZIONE
http://www.facebook.com/pages/Roma-Pride-2010/120830727939208?ref=ts

TREVIGLIO – 3 LUGLIO 2010
GUARDIAMOCI IN FACCIA
http://www.trevigliopride.it

CATANIA – 10 LUGLIO 2010
VERSO UN FUTURO DIVERSO
http://www.cataniapride.it

Contro la legge-bavaglio!

Questo governo è fascista.
E questo è un problema serio, perché io, se non si fosse capito, non riesco a stare zitto molto a lungo…

(tanto lo sappiamo che non vuoi che si sappiano le schifezze che fai, ma tanto lo sappiamo che sei un uomo orrido, arrogante, umanamente finito e pure vecchio, dentro e fuori)

Loro non ci saranno

(Per le puntate precedenti, clicca qui)

Allora vediamo se ho capito bene. Il Mario Mieli, Facciamo Breccia e una galassia di piccole e grandi realtà antagoniste e di sinistra poiché «sono accadute cose talmente sconcertanti e rilevanti in merito al Pride della Capitale del 2010», si sono ritirate sull’Aventino e hanno stilato un documento politico in cui spiegano le ragioni del loro niet al pride organizzato da Arcigay Roma e da Imma Battaglia.

Adesso – premesso che penso di poter parlare a nome di moltissima gente quando dico che le cose sconcertanti le vediamo da anni, e non solo in merito al Pride della capitale – a me pare che il documento in questione sia un inno alle imbecillità di tutto il movimento GLBT, dalla Battaglia a Facciamo Breccia, passando per il Mieli e Gaylib.

Perché se fai un papello di oltre due pagine in formato A4, firmato da ben ventidue tra associazioni e realtà GLBT, per dimostrare che il pride che doveva essere di tutti alla fine è gestito da quattro gatti – il numero non è casuale – logica vuole che poi qualcuno potrà chiederti: e vi svegliate solo ora? Dov’eravate, così forti, determinati e numerosi, quando si trattava di difendere la manifestazione?

Ancora: mi va bene una critica contro chi vorrebbe, presumibilmente, inciuciare con Alemanno, ma nel contro-documento in questione si attaccano i gay di destra che per carità, non stanno simpatici nemmeno a me, ma democrazia vorrebbe che anche loro possano manifestare liberamente il loro pensiero. Soprattutto quando costruisci un documento che critica il team della Battaglia & Co per scarsa democrazia interna.

E non per fare lo stronzo, anche se so che mi riesce benissimo, ma all’estero – cioè in quei posti dove hanno diritti, matrimonio e adozione e tutte quelle cose che noi “normali” sogniamo (e che Facciamo Breccia schifa) – il pride non è di sinistra. È della cittadinanza tutta. E ve lo dice uno che non ha mai votato più a destra dell’ormai defunto PDS.

Poi io posso pure ben capire che l’antifascismo è un valore inviolabile, ma i paladini dell’antagonismo attaccano il riferimento all’antitotalitarismo, vedendolo come fumo negli occhi. Perché è chiaro che certi compagni e certe conventicole mal sopportano, legittimamente, le sprangate dei vari fan club di Benito e Adolf, ma poi, stranamente, sono pronti a chiudere un occhio sulle fucilate di Che Guevara e la prigione di Fidel Castro ai danni dei froci di Cuba. Capisco pure che certe identità politiche si sfaldano se non c’è l’ombra sicura di un simbolo a tutelarle, falce&martello inclusa, ma questo modo di (non) affrontare il problema non rende certi individui migliori di chi poi condanniamo quando ci ritroviamo a dover denunciare l’ennesima aggressione contro amici, compagni e altri “froci” come noi.

In questa parabola a precipizio, ancora, non poteva mancare un forte elemento di dissociazione psichica quando leggo che quelle forze andranno, gloriosamente altere, altre e, ovviamente, incazzate, al Pride di Napoli. Fingendo di non ricordare come si è giunti a quell’accordo, e fingendo di ignorare che la regia di quel pride è gestita da Arcigay, la stessa associazione che loro accusano, a Roma, di connivenza con il regime fascista imposto da Alemanno alla città. La stessa associazione che, correggetemi se sbaglio, non ha sconfessato l’operato della sede romana.

Il documento, invece, tace su tutta una serie di elementi quali gelosie vecchie e nuove, dissapori non recenti, antipatie storiche e pregiudizi a livello personale che si trascinano da tempo e che si ammantano di un’aura politica per non volerli chiamare per quello che sono: liti tra portinaie.

E la vera tragedia di quest’ennesimo capitolo del nulla è che il movimento GLBT, invece di trovare soluzioni condivise e una rilettura della società nella sua complessità – esercizio forse troppo difficile per chi conosce solo due colori: il rosso e il nero – si impelaga nell’ennesima lite che non interesserà nessuno, se non chi la monta ad arte per avere, possibilmente, il suo siparietto di rancore dove potersi esibire egregiamente. Contenti loro…

In buona sostanza tutta questa telenovela del RomaPride 2010, delle associazioni che non aderiscono, dei documenti e dei contro-documenti, mi rende sempre più convinto che una buona fetta di persone, dentro tutte le associazioni romane, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dedicarsi ad attività più amene, dal giardinaggio al decoupage, e di lasciare la politica a chi ha veramente a cuore i problemi della gente.

La sapienza, il cinema gay, le botte dei fasci e il rettore come la Cuccarini

Un luogo comune, ripetuto sino allo sfinimento da coloro che sono contrari all’adozione da parte di coppie gay e lesbiche – accanto a quello che vuole che un bambino debba avere un padre e una madre altrimenti cresce male – è quello che la società non è ancora pronta, che l’adottato si troverebbe a dover subire umiliazioni e canzonature di ogni genere da parte dei compagni di banco e discriminazioni da parte degli adulti. Su questa falsariga si muovono i più grandi pensatori attualmente viventi, dalla Ferilli a Rosy Bindi, passando per le teorie scientifiche di Lorella Cuccarini fino al primo dei tronisti della De Filippi e all’ultimo dei nostri orridi parlamentari.

La morale della favola è semplice: siccome la società è una merda, allora invece di migliorarla facciamo in modo che gay e lesbiche non possano esercitare il diritto alla genitorialità. Un po’ come dire, nel Sud Africa degli anni ottanta, che siccome i bianchi erano razzisti era meglio che i neri non reclamassero o esercitassero i loro diritti. Anche quella società, a ben vedere, non era pronta…

Faccio questa premessa per tentare di spiegare un fatto diverso nella sostanza, ma non nella dinamica.

A partire da stasera a Roma, e più precisamente alla Sapienza, si sarebbe dovuta svolgere una rassegna di film a tematica GLBT: Queer in Action. Il rettore, tuttavia, ha deciso di annullare l’evento. Le motivazioni? Dapprima per i mancati permessi – e qui il rettore dovrebbe spiegarci come fai ad annullare qualcosa alla quale non hai mai acconsentito – quindi è emersa la verità. Parrebbe che organizzazioni di estrema destra abbiano promesso legnate agli avventori della rassegna. Il magnifico rettore Frati, dal canto suo, ha dato un segnale forte e inequivocabile: ha annullato l’evento. Dando, di fatto, ragione a chi, sempre per supposizione, voleva picchiare gay, lesbiche, trans e eterosessuali (si, anche loro) che si fossero avventurati a vedere le pellicole.

Tradotto: si reclama o esercita un diritto, arriva lo stronzo di turno che vuole discriminarti per l’esercizio del diritto in questione – adozione o visione di un film poco importa – e invece di risolvere il problema, si abolisce il diritto stesso.

E a morale di tutto, mi limito a dire che non so cosa sia più preoccupante e cioè se ancora oggi possa esistere gente che minaccia la tua integrità fisica e morale per questioni siffatte o che il rettore di una delle più prestigiose università italiane e del mondo dimostri di avere lo stesso spessore intellettuale di una show-girl.