The end (con eventuale lieto fine)

No, questa musichetta allegra stona un po’. Ma forse è nell’ineluttabilità delle cose. Ti svegli, vedi il disordine della tua stanza, pensi che non è nemmeno la tua stanza, che qui dentro non c’è nulla che ti appartiene davvero e poi vai alla tua vita. E tutto assume i contorni, dapprima sfocati e poi sempre più netti, come un taglio sulla pelle, di un fastidioso (e per altro non richiesto) parallelismo. Accendi il tuo MacBook, mandi la musica e quindi ti chiedi, alla fine di tutte queste elucubrazioni, perché iTunes dovrebbe risparmiarti da questo gioco al massacro tra ciò che hai dentro e quell’allegria che ti tocca come un ragazzo bellissimo che però, per qualche strana magia, non vuoi proprio baciare.

Asse da stiro. Vestiti sopra. Accappatoio con borsa di jeans che ti ha regalato il tuo ex. Nike color nero-umore-del-mattino. Altre, color bianco sporco, anche se ormai forse lo sporco è vero. Stendino con la biancheria che profuma di detersivo verde. Maglietta Dokrostone – presa al mercatino giapponese – che giace sui jeans, anch’essi a terra, che odora ancora della notte di ieri. Valigia gialla, piena dell’inverno che fu. Borsa nera. Piumone da portare a lavare, perché quando lo restituirai alla Pinzi dovrà essere pulito così come te lo ha dato. Asciugamani verdi, qua e là. Un comodino che trabocca di tutto, dai medicinali per la dermatite e il collutorio che il medico londinese ha avuto la buona creanza di regalarti – sineddoche asettica di un desiderio inespresso – al profumo di Himelda (Benetton, gentilmente offerto), il tonico al rosmarino o della regina d’Ungheria (che ditemi voi dove trovi un tonico per il viso con un nome più frocio), libri che forse mai leggerai, il dizionario di latino, le calze a costine nere e viola, le ciabatte che hai comprato per… Tutto questo hai intorno. Manca solo lui.

Tutto questo attorno a te, sdraiato coi piedi che poggiano al muro, tu che sei la versione sbagliata di Carrie, tu che di Meredith sai solo copiare quella parte di storia che la porta a dormire con l’ennesimo uomo sbagliato, tu che riconosci gli odori del risveglio, che provengono dalla cucina, che ti ricordano quelli di tua nonna, certe domeniche estive dopo il mare, ma questa non è la tua casa e, di conseguenza, questa non è la tua vita. Succederà come per il telefonino o come per il portafogli, a un certo punto ti sveglierai, prenderai coscienza del vuoto nella tua mano o nella tasca, sgranerai gli occhi, cercherai ovunque e nessuno ti restituirà ciò che hai perso, ciò che ti è stato tolto.

Tu che hai appena capito che eri disposto a entrare nel castello e a mandare a fanculo la guardia all’ingresso, per realizzare, a un certo punto e non senza il tuo solito mezzo sorriso intriso di pioggia e di autoironia, che si trattava di un castello di carte. E nell’attesa di emettere quel soffio che tutto porterà alla fine, qualcosa ti dice che in fin dei conti nell’allegria della musichetta al risveglio c’è un fondo di verità e forse tutta l’incertezza di adesso è solo il torpore, è solo il caffè che sta ancora di là, ancora in polvere, lontano dal destino che gli è stato assegnato. È, tutto sommato, solo un po’ di stanchezza per questo mosaico di intenzioni che non si compone in figure precise, in presenze indissolubili, e che non ferma il tempo laddove tu volevi che venisse posto il The End con eventuale lieto fine.

Tutto qui.

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