Amici di vetro (ma la sposa era bellissima)

La verità è che in fin dei conti gli aeroporti mi piacciono. Di tutti i non luoghi, sono quelli che sento più miei. Anche se mi stressano, e non poco. Li ho sempre visti come un ponte verso la felicità. O una via di fuga. Il preludio di un abbraccio. E allora mi siedo, col mio caffè, su un balcone che si affaccia sul mondo in partenza, con le madri dolenti che abbracciano i loro figli e non vogliono lasciarli andare, pur sapendo che ogni volta sarà così, come fosse l’ultima, e penso.

Penso a ieri, ad esempio. Al fatto che la sposa era davvero bella. Al fatto che il suo sogno fosse lì, così tangibile, così vero, per quanto a me lontano. Ho pensato alla sua vita, alle nostre. Al fatto che spesso non si siano mai toccate davvero. Perché se solo lei sapesse – o se ammettesse di sapere – che infine il nostro sogno è uguale… Che un po’ tutti noi vogliamo arrivare a un momento in cui la gente applaude all’evidenza di un amore. Alla forza di una promessa. Velo escluso, almeno per quel che mi riguarda.

E allora l’ho vista, emozionata, che pensava a suo padre, che non c’è più. E anche la Fricanea era un po’ triste per questo. Ed è stato lì che ho pianto un po’. Perché era tutto molto tenero. Molto bello. Perché le cose a volte si realizzano per come devono andare e lì, in quel centimetro di esistenza, nessuno ha il diritto di parola se non chi vive dentro quello spazio piccolo e assoluto. E mentre questo accadeva, è arrivato qualcuno.
«Cosa succede?»
«Oh, nulla. Solo questa maledetta allergia.»
«Come ti capisco, mio caro…»

E poi penso alla gente che rimane stupida. Come se a quasi quarant’anni ci si potesse ancora permettere il lusso di apparire così, intrappolati dentro il rancore. La gente che non ti saluta perché non hai partecipato a una finzione. Qualche anno fa, altro matrimonio. Un invito, per un’amicizia che non c’è più. Che era morta da tempo. Un’amicizia “borghese”. Che servisse solo a far capire agli altri che ancora qualcuno ti rivolge la parola, dai tempi del liceo. E ti ritrovo, dieci anni dopo, a non esser capace nemmeno di un sorriso spontaneo, quando non ti accorgi che ti guardo da lontano. E non essere in grado di dirmi che con me non ci vuoi parlare, non tanto perché non ho partecipato al siparietto dei buoni sentimenti una tantum, ma perché in realtà ti brucia il fatto che quel set di bicchieri, molto belli in realtà, non te li ho mai regalati davvero. A dover sorridere per forza, coi tratti del volto tirati, perché è così che ti hanno insegnato che si fa e a nulla può il tuo desiderio reale di dirmi che sono un pezzo di merda. Perché la vita è anche questa. E quando ci rinunci, rinunci a tutto. Parolacce comprese.

Amicizia di vetro. A ben vedere.

E poi…

Poi la Fricanea era splendida, anche se lei ha smesso un po’ di crederlo. Lo sposo combatteva la commozione con il sorriso e l’ironia. E Himelda, che sembrava un arcobaleno di toni del viola, tutti sapientemente adagiati a una compostezza che diveniva una mansueta nostalgia, fatta di infinita tenerezza. E tutti per la stessa, identica, ragione.

E poi, va da sé, io ero bellissimo. Daniela non ha fatto che ripetermelo. Anche durante le foto davanti allo specchio. Ma questa è una consapevolezza che ha lo stesso colore del cielo di questi giorni. A volte luminoso, di un azzurro terso. A volte incerto, con nuvole dispettose pronte a lasciarti addosso una pioggerellina fastidiosa, inutile, che serve solo a farti nascondere sotto un balcone di cemento o dentro il portello di ferro e di plastica della prima macchina disponibile. Foss’anche quella sbagliata.

Povia ci ripensa: Gianni era etero

riesce pure a essere simpatico, il merda, quando fa ste cose qua… (e ad ogni modo lo sappiamo che è tutto merito della splendida Victoria)