Il ritorno di Macadamia

Ne avevo già scritto qui.

Per chi volesse conoscere il genio di Ricci-Forte e apprezzare la bravura degli attori, per chi volesse gustarne di nuovo le oscure suggestioni, per chi volesse solo ricredersi (come ho fatto io) sul teatro sperimentale, vi invito a vedere Macadamia Nut Brittle. Per maggiori informazioni, cliccate qui.

Se poi avete tempo, leggete la mia recensione:

Mi è difficile parlarvi del Macadamia Nut Brittle. Non tanto perché potrebbe essere impegnativo raccontare un esperimento dove la trama narrativa – che c’è, ma è invisibile – cede il passo al susseguirsi di eventi e immagini. Ma proprio perché questo collage di sentimenti e pulsioni avrebbe bisogno di qualcosa di più di un semplice fruitore (e per di più occasionale) di teatro per essere descritto in modo da non far torto all’arte che lo spettacolo si porta dentro.

Tuttavia, siccome voglio che andiate a vederlo, perché va sempre premiato ciò che è bello senza essere accomodante, e ciò che è coraggioso senza scadere o indulgere nella maledizione di quella “ricerca” che trascende in “ricerchismo”, proverò a cimentarmi in tale impresa. Procedendo per flash-back, per temi conseguenti e rigorosamente messi lì in ordine sparso.

Innanzi tutto il sesso. Esibito, mimato, accennato, raccontato, gridato. Il sesso che parla di se stesso per parlar d’altro. Per aprire una finestra verso il posto più segreto del nostro io, che non è e non deve essere necessariamente quello del lato oscuro, ma che può tradire, invece, una tenerezza tragica e disarmante troppo spesso destinata a divenire tristezza, solitudine e malinconia.

Quindi la pelle. La pelle dei protagonisti, la pelle del coniglio di peluche che viene scuoiato tra grida laceranti, la pelle delle maschere che si frange dentro una narrazione che procede, apparentemente, per salti e che diventa diaframma tra ciò che è la nostra vita e ciò che altri hanno deciso che essa debba essere. Con tutto il dolore che questo può far scaturire.

E poi i corpi. Di una bellezza e di una sensualità che non indulge mai all’edonismo, al compiacimento. Il corpo che è bello in quanto tale, non perché tale. Il corpo che non è rassicurante, destinato, nel suo confine estremo – la pelle – ad essere squarciato dalle forbici per rompere il confine tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Perché per uccidere la solitudine bisogna uccidere innanzi tutto quella parte di noi stessi che ci rende tali.

E, infine, l’amore. Nelle sue sfumature più metropolitane. L’amore fisico e carnale. Il demone che ci fa scambiare un’erezione per un sentimento eterno. L’amore fatto di carne, che aspira all’eros, al divino, all’anima. Che ci abbandona su un marciapiedi, sotto il peso insostenibile della notte.

Il Macadamia Nut Brittle è una critica feroce sull’ “essere” gay. E non solo. È una critica su come il dono dell’omosessualità si pieghi, dentro ognuno di noi, per un momento soltanto o per sempre, a dettami esteriori che snaturano il lato più sacro di cui siamo portatori. Quello di una purezza che lascia il posto allo sperma da asciugarsi da dosso, quando uccidiamo il nostro lato romantico nel letto di uno sconosciuto; di un’aspirazione di infinito che si fa mettere da parte da  ogni convenzione borghese e dalle sue più inconfessabili e private depravazioni.

Geniale prova di teatro d’avanguardia, quest’omaggio a Dennis Cooper va visto per i pugni allo stomaco che ti arrivano tra una risata e l’altra, per il coraggio degli attori e per la loro performance fisica portata all’estremo (e allo stremo) per i fini delle esigenze sceniche, artistiche e narrative. Se ce la fate, possibilmente, in prima fila.

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Dei calciatori gay, l’identità nazional-mafiosa e delle elezioni dei paesi civili

Gli eventi che negli ultimi giorni la stampa ha ritenuto degni di interesse sono vari e, apparentemente, poco collegati tra loro. Si parla di due calciatori – Piqué e Ibrahimovic – che, forse, sono gay. Di due paesi – Germania e Inghilterra – dove le elezioni invece di far chiarezza complicano il quadro. E di un altro, in bilico tra vocazione europea e iranizzazione dei costumi (cioè l’Italia), dove in centocinquant’anni di storia unitaria si scopre che il sentimento nazionale è basato sull’arte di arraggiarsi e sull’attaccamento ai favori che un certo patriarcato, scambiato per famiglia, garantisce come paracadute sociale a uno Stato che non è in grado di fornire una nuova visione della società. Se mi si permette, una società basata sul valore dell’individuo, sulla solidarietà civile, sulla condivisione di valori edificanti e, perché no, sulla laicità.

Partiamo dall’episodio apparentemente più di costume. Due atleti dello sport per sua stessa definizione “maschio, macho, virile” e – diceva l’ex moglie di Fini quando quelli di AN erano ancora fascisti e non le mammolette liberal di adesso – incompatibile con qualsivoglia forma di effeminatezza, soprattutto con quella che fa rima con sodomia, tali atleti, dicevo, sarebbero in odor di omosessualità.

Il mondo del calcio rimane sconvolto. Gli interessati si trincerano dietro un rigosoro “no comment”, lo stesso Ibrahimovic lascia intendere, a chi mette in forse le sue maschie virtù, di esser pronto a metterle alla prova con sorelle, madri e figlie dei fautori del dubbio. I tifosi aprono una pagina su Facebook in cui si dichiarano sconvolti e nel giro di poche ore la pagina stessa si popola di decine di migliaia di iscritti. Come se amare un uomo, ammesso e non concesso sia vero, rendesse meno valenti i due calciatori. Come se i goal fatti in precedenza non avessero più valore. Come se – me lo passate il termine? – ogni potenziale “pompino” immaginato tra i due (per non parlar d’altro) rendesse inutili, folli, fuori luogo due carriere fino alla settimana scorsa inappuntabili. I deliri dell’omofobia. Che vanno, ne converrete, contro la logica degli eventi.

Adesso, a parte il fatto che quasi nessuno ha pensato che dietro quel gesto poteva esserci di tutto, da una spina ad un dito a un gesto d’affettuosa amicizia, fino all’amore – ché non è d’obbligo pensare al sesso anale, quando si parla di gay, veri o potenziali – l’episodio più squallido dell’intera vicenda si svolge in Italia. Dove il Corriere – e non Cronaca Vera o Eva Tremila – ridicolizza la cosa, incitando i suoi lettori a immaginare cosa possono essersi detti i due ragazzi del Barca. Dal maggiore quotidiano della nazione – quella tutta “arte d’arrangiarsi” e “gonne di mammà” (e posto in banca con raccomandazione cercata da papà) – ci si sarebbe aspettato un minimo di informazione, non certo la corsa a prendere per il culo (mi si perdoni l’accostamento) il plausibile frocio. Ma, per l’appunto, è il Corriere. Il maggiore giornale della nazione governata da Bossi e Berlusconi. Per l’appunto…

Nelle nazioni normali, infatti, e torniamo di nuovo in Europa, a governare sono partiti e culture di ben altro calibro. In Inghilterra i Libdems ottengono quasi il 25% dei consensi e diventano ago della bilancia della politica inglese (e forse pure mondiale). Il New Labour si difende nonostante le previsioni di apocalisse dei mesi scorsi. Sempre in Inghilterra la sinistra, vecchia, nuova e rinnovata, ha quote che si aggirano attorno al 50%. Lo stesso dicasi della Germania, dove la SPD risorge, i Verdi si mantengono un partito forte e la sinistra radicale si assicura seggi in parlamento.

Ma, per l’appunto, stiamo parlando di paesi molto diversi dal nostro. Di paesi dove le coppie gay, reali o presunte, sono trattate con rispetto a cominciare da quello giuridico oltre che mediatico. Dove non esistono partiti le cui classi dirigenti fanno l’occhiolino alle varie mafie esistenti sul territorio. Dove le sinistre hanno un’identità specifica – socialista e laburista, verde, liberalprogressista, radicale – e non sono i residuati bellici che sono diventati i nostri partiti, dove, quando va bene, ex comunisti e cattolici (i quali, come ha fatto spesso notare Anelli di Fumo sul suo blog, mai han rinunciato ad esser tali, contrariamente ai primi) riescono a trovare punti in comune solo nel dire no al progresso sociale: dal divorzio breve al testamento biologico, passando per le leggi per le unioni civili. Per litigare, poi, su tutto il resto.

Grandi eventi ce lo suggeriscono – elezioni, crisi, dinamica democratica – e piccole inezie mettono l’accento sulla grande diversità che c’è tra un paese europeo e la cloaca che è diventata l’Italia. Nei primi si hanno partiti seri, per quanto in difficoltà, e leggi buone (anche per gay). Da noi abbiamo Berlusconi, il pd, Casini&Cuffaro, un senso della patria conseguente (o determinante, fate voi) e un quotidiano nazionale che prende per il culo i froci.