(Im)manifesti elettorali

Non so se lo avete notato. Almeno chi vive a Roma. E pure Queerway ci ha fatto un post. Parlo della campagna elettorale delle regionali.

La cosa funziona più o meno così. Da una parte – a destra, cioè – una selva di personaggi, più o meno oscuri, almeno per me, che promettono, anche con ardite prodezze linguistiche, di realizzare qualsiasi tuo desiderio. Manco fossero la lampada di Aladino. A capo di questo olimpo, lei, la dea con tailleur e pantalone, colei che ha fatto della monotonia la bussola estetica per il taglio dei capelli, la sempregrigia Renata.

Roma è tappezzata dei suoi manifesti in cui assicura di proteggere la famiglia, le imprese, il lavoro e tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico.

A questa sovraesposizione mediatica, le opposizioni rispondono male, in modo disorganizzato e, soprattutto, senza comunicare nulla.

I manifesti del partito democratico, ad esempio. Nessuno di questi pubblicizza la candidatura Bonino. Il pd ha messo in giro facce di elementi che sembrano venuti fuori da un film, uno qualsiasi, e che richiamano l’estetica di un album di Carmen Consoli o di una stagione di Lost e che dicono, guarda un po’, tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico. A capo di questa montagna di niente, spunta fuori il faccione di Bersani, eccitante come un attacco narcolettico, a commentare “in poche parole, un’altra Italia”. E amen.

Per cui: da una parte il candidato della destra alle regionali, con tutto il suo empireo ghignante. Dall’altra Bersani col suo esercito del niente. E adesso, io sono uno di quelli che si impressiona facilmente – e a dirla tutta, amo sia la Consoli sia Lost – ma vedere quei visi sofferenti che suggeriscono, senza dir come, che tutto dovrebbe essere migliore non è che ti mette esattamente di buon umore.

La ciliegina sulla torta di questo delirio che ha, come unica conseguenza, il trionfo del peggio – a cominciare dagli alberi tagliati inutilmente per permettere a questi loschi individui di esporre impunemente certe inanità – è rappresentata dalla campagna elettorale dell’UdC, che ha scelto una linea chiara e elementare: il tricolore ricucito, il simbolo del partito sul bianco e il nome del leader in bella vista.

Casini – che almeno ha avuto il buon gusto di risparmiarci il suo ipocrita sorrisino da secchia – vuol dare l’idea di essere colui che salverà l’Italia dalle lacerazioni tra una sinistra incapace e una destra oscena. Sì, alleandosi con entrambe. Vuol far dimenticare, forse, che se Berlusconi è arrivato dov’è arrivato è anche per merito suo. In quanto allo slogan “estremo centro”, ho reminiscenza di qualche lettura passata (perdonerete se non ricordo il titolo del testo) in cui furono proprio i fascisti a esser definiti estremisti di centro. Forse  l’elettore medio del centro-destra italico non lo sa ma, a livello subcosciente, anche questo potrebbe essere rassicurante. Almeno per quella fetta di elettorato che vede nello strapotere di un uomo solo una garanzia di libertà per tutti.

Per noi, invece, che crediamo allo stato di diritto, non rimane che qualche cartellone con volti sofferenti e, allo stesso tempo, senza espressione alcuna.