Il partito senza volto

Seconda riflessione sulla telenovela tutta piddina riguardo alle regionali. A distanza di due mesi dalle elezioni il partito di Bersani non garantisce alcuna certezza su quali esponenti candidare in regioni chiave come la Puglia e il Lazio. In Umbria, dove il pd potrebbe fare man bassa, c’è una faida in corso. In Calabria ci sono addirittura quattro nomi attorno ai quali si sono scatenate altrettante fazioni in guerra.

Ora, a parte la Bresso per il Piemonte – candidata che, per altro, hanno tentato di far fuori – il pd non è in grado di esprimere personalità di prestigio. In Lazio solo la mossa della Bonino (Radicali Italiani) sta velocizzando le cose. In Puglia è Casini (UDC) a porgere ultimatum a danno di una figura di primo piano, decisa dal popolo e non dall’apparato, come Vendola (SEL).

Bonino e Vendola, in pratica, sono candidati carismatici rispetto ai quali il maggior partito d’opposizione non è in grado di esprimere un nome che non richiami al grigiore delle burocrazie e dei bizantinismi di palazzo.

Leggendo un articolo di Michele Serra su Repubblica di oggi, si capisce il perché di questa situazione: il pd non ha una linea politica, non ha un progetto che non sia quello di tenere a galla i vari D’Alema e i vari baroni d’apparato. Persino la rustica personalità di un Di Pietro sembra un’alternativa culturalmente valida, al di là del suo pregevole tentativo di salvaguardare le libertà repubblicane.

In altre parole: non hanno idee, non hanno charme politico e in tutto questo il neosegretario pare assolutamente assente dalla scena politica nazionale.

E non per essere odioso, e anche se lo pensate sopravviverò lo stesso, ma io è da tre anni almeno che lo dico: un partito che nasceva con l’ambizione di essere “nuovo” dalle mani di Fassino e Rutelli, e coi voti degli ex comunisti a un progetto neodemocristiano, non poteva produrre niente di buono. I fatti lo dimostrano egregiamente. Purtroppo e per tutti e tutte noi.

Annunci