Dell’amore e dei diritti

Per questo video devo ringraziare Ivan Scalfarotto, che me lo ha fatto conoscere in una sua nota su Facebook.
Devo ringraziare, soprattutto, sia Bruno e Orlando,  sia Marica e Daniela, per la grande speranza e il grande coraggio che riescono a trasmetterci con la loro esperienza di vita.

La prima coppia è unita da quarantacinque anni di vita passata assieme.
Le due donne, invece, sperano e cercano di avere un figlio.

Progetti di vita immensi, progetti che creano nuova vita, perché, al di là di tutto, quando Daniela Bellisario dice, col candore che le è proprio, che innamorandosi della donna che le ha fatto scoprire la parte più vera di sé è nata una seconda volta, dice il vero.

Queste testimonianze, per altro, ci suggeriscono una piccola evidenza, al di là di ogni stereotipo. Sono le nostre scelte che danno alla nostra vita una direzione piuttosto che un’altra. Solo le nostre scelte. Se queste sono orientate verso sentimenti elevati, daremo alla nostra esistenza un significato grandissimo.

Le parole che ci piovono addosso, come una tempesta di rancore, da parte di chi nulla sa di noi, restituiamole a chi ce le offre. Se non accettiamo il cibo avariato e di cattiva fattura, ci narra una leggenda zen, quel cibo rimarrà in casa di chi lo ha preparato.

A noi invece, come sempre succede dopo la pioggia, rimarrà l’arcobaleno e il profumo dell’erba bagnata.

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Bon ton per eterosessuali inconsapevolmente omofobici

Natale, si sa, è tempo di buone maniere. Ci si prepara per epici pranzi con i parenti e cenoni proverbiali con amici e conoscenti. Poiché in uno di questi appuntamenti ineludibili potrebbe capitare di trovarsi seduti accanto a un gay, visto che viviamo in un paese che guarda a Cina e Iran come modelli di democrazia applicata, ripropongo un post che ho scritto qualche anno fa sull’altra piattaforma sulle norme di comportamento in casi siffatti.

Può sempre tornar utile…

Ok, lo ammetto. Ho peccato di leggerezza.
Ho additato ingiustamente orde di menti semplici accusandole di militante odio omofobico.

Di questo chiedo venia!

Perché non mi sono accorto, invece, che tutta una serie di intimi e personali accidenti – ignoranza, abbonamento a Famiglia Cristiana e a L’Avvenire, militanza in associazioni e partiti cattolici, l’ascolto pedissequo di Radio Maria, orizzonti culturali che stanno larghi in una di quelle bocce di vetro con la neve finta dentro e, infine, situazioni familiari che per comodità terminologica diremo “difficili” – porta certa gente a credere naturalmente a cose che in ambienti più culturalmente sofisticati vengono tacciate di becera omofobia.

Un po’ come pretendere, in altri termini, che un cavernicolo sappia usare correttamente un mouse.

Per riparare al mio errore, quindi, stilerò una serie di comportamenti da evitare e di frasi standard da non ripetere più – a meno che non si creda di essere l’esatta via di mezzo tra un pappagallo e un vescovo.

Uso del voi.

Non ci siamo proprio. Quando si parla di gayezza e ve ne uscite con frasi che hanno il “perché voi…”, il “voi pensate che…”, il “questo è quello che voi…” non state facendo altro che prendere le distanze tra ciò che considerate normale e ciò che non lo è.

Lo stesso dicasi di espressioni che riprendono l’uso escludente di vi e di vostro/i.

Che, per dirla tutta, ricorda lo stesso moto psichico che indusse Maria Antonietta a consigliare la distribuzione delle brioche al popolo affamato.
Solo che lei era ricca, stupida e molto snob. Voi avete la Binetti e la Bindi come maestre di stile.
Vi renderete conto da soli che anche nei pollai non si ride più da tempo, per queste cose…

Ricorso alle citazioni bibliche.

Ok, Sodoma e Gomorra han fatto scuola, non lo mettiamo in dubbio.
Ma non vi è mai saltato in mente che le cose siano un attimo cambiate dai tempi di Lot?

E poi spiegatemi perché Sodoma e Gomorra sono ancora attuali mentre lapidare un’adultera o tagliare la mano a un ladro non si deve far più.
Per non parlare del fatto che, sempre nella Bibbia, c’è scritto che si possono vendere le proprie figlie come schiave e che non ci si deve sedere accanto a una donna incinta.

Ma voi, quando andate in autobus, vi sincerate sempre che le vostre vicine di viaggio non siano gravide?

Carità (pelosa) pro-infanti.

Soprattutto quando si tratta di adozioni gay.
“L’interesse è quello del bambino.” Ma siamo sinceri!

Vi preoccupate davvero della sorte di tutti i bambini o solo di quelli orfani che non devono essere dati, a livello teorico, in adozioni a froci e lesbiche?

No, perché non so se ve ne siete resi conto, ma ci sono milioni di bambini che schiattano ogni anno per fame, guerre, carestie, malattie e non mi pare che facciate tutto questo casino ai vostri governi affinché le cose cambino. O no?

Per non parlare delle vittime della pedofilia da parte del vecchio bavoso prete di turno.

E non mi pare che facciate barricate per i bimbi dei quartieri ad alto degrado sociale.
Dove nascono infanti che, nella migliore delle ipotesi, andranno a scippare vecchiette e metteranno altri figli al mondo all’età di diciassette anni.

Non pensate che, prima di provvedere ad adozioni che non sono all’ordine del giorno, occorrerebbe risolvere i problemi reali e concreti.
Perché non so se ve ne siete accorti, ma la provvidenza di Dio, da sola, non basta più.

Per quanto riguarda le frasi tipiche da evitare, infine, vi consiglio di fare molta attenzione a quelle che seguono.
Che si distinguono non tanto per banalità e noia, ma proprio per l’inconsistenza semantica di cui sono portatrici. E tutto si può perdonare a una persona di classe, fuorché il non sapere di cosa sta parlando (eleganza a parte, che è data come conditio sine qua non).

“L’omosessualità è contro natura”

Anche le scarpe di Prada e gli interventi alle coronarie, se è per questo.
Ma agli ultimi due papi nessuno di voi l’ha ancora detto…

E poi, per dirla tutta, se la natura dello spermatozoo è quella di fecondare e quella dell’ovulo di procreare, allora mi dovreste spiegare tutta la naturalezza di suore e preti.
Che di naturale hanno solo una certa acidità zitellesca, tipica di chi non ha fatto sesso come vorrebbe.
Oltre ai peli superflui delle prime, ça va sans dire.

“I DiCo aprono la strada alle adozioni gay”

Pienamente d’accordo.
Nel senso che pur di non fare un DiCo (o CUS, o altra sigla che sembra partorita da politici rincretiniti) un gay con un minimo di cervello se ne va in Spagna, si sposa e ottiene tutti i diritti e le facoltà che gli competono. Adozione compresa.

“Non ho nulla contro i gay, purché non ostentino”

Frase alternata a quella che vede migliaia di persone non avere nulla contro il frocio di turno purché se ne stia al suo posto.
Adesso, fermo restando che esser gay non significa necessariamente sbavare per ignari eterosessuali puri e casti – foste anche gran tocchi di fighi – nè tanto meno non riuscire a contenersi in preda ad attacchi ormonali, mi spiegate al dettaglio cosa vuol dire quel “non ostentino?”

Non sarà per caso che vuol significare che un gay va bene purché non faccia il gay?

E poi ragazzi, se avete tutto sto moralismo da spendere usatelo bene, che diamine.
Siamo l’unico paese che si scandalizza se due maschietti un po’ focosi si baciano davanti al Colosseo mentre nessuno dice niente quando vede un sano maschio eterosessuale buttare sigarette a terra come se vivesse in un porcile.

“Anch’io ho amici omosessuali…”

Affermazione tipica di solito seguita da un ma. Adesso, fermo restando che non è un obbligo morale nè tanto meno ve l’ha prescritto il dottore, posso obiettare che io se è per questo ho alcune amiche coi capelli rossi. Eppure non ho nulla contro le tinture.
Sarà che sono uno spirito eletto?

Come sarebbe stato Facebook duemilanove anni fa di questi tempi…

Circola da un po’ in rete ed è finita, com’era da immaginarselo, su Facebook.

La sensibilità dei cattolici ne risentirà?
Il governo farà definitivamente chiudere il social network?

Con unico interrogativo, per quel che mi riguarda e  cioè se stiamo parlando di satira di costume oppure di becera (per qualcuno) blasfemia.

Cit.: http://logzero.wordpress.com/

Pride 2010? Quasi quasi vado a fare shopping…

Roma a Natale impazzisce. E per chi, come me, si riduce sempre a comprare i regali a poche ore dalla mezzanotte o, ben che vada, a qualche giorno dal dies orribilis, è oltre modo sconveniente dover aspettare fino a quarantacinque minuti per prendere un autobus. Ciò succede, secondo il mio amico Queerboy, perché i romani per le festività natalizie escono di casa con una macchina procapite, al solo scopo di congestionare il traffico. Fortuna vuole che domani torni nella civilissima Sicilia, dove per gli acquisti dei regali accadono cose altrove narrate – a cui vi rimando – anch’esse portatrici di miseria, terrore e morte.

Voi direte pure: potevi pensarci un po’ prima, tipo ad esempio nel week end. Orbene, lo avrei fatto volentieri, fatto sta che giusto sabato c’è stata l’assemblea delle associazioni GLBT per decidere dove fare il pride del 2010. Essendo un esponente, anche se minore, del movimento, ho deciso di andare anche perché parlavo anche a nome del Milk, che mi aveva delegato all’uopo.

Poiché appartengo a una categoria professionale che lavora pure il sabato – mi chiedo perché mai a scuola non si faccia la settimana corta esattamente come nel resto degli uffici del pianeta – sono arrivato alla sede della riunione a giochi cominciati e a baruffa imperante.

La sintesi della giornata è già stata fatta dalla Vandilla Furiosa, una delle anime di We have a dream, che per oggi mi farà da musa. Sostanzialmente, dalla riunione di sabato è venuto fuori che:

1. Arcigay ha deciso che il pride si farà a Napoli. Io ero andato per esprimere due voti, quello del Codipec Pegaso di Catania e del Milk di Milano, ma quando è stato il mio turno era già deciso tutto. Tra l’altro: Arcigay mette i soldi ergo chi mette i soldi governa. Amen.

2. Arcigay e Facciamo Breccia sono ai ferri corti perché una delle brecciarde nel 2008 ha preso a sberle uno di Arcigay e da allora sono volate denunce e querele. Nel frattempo Taylor Forrester resuscitava per la sessantaduesima volta, mentre Alexandra Spaulding rivelava a suo fratello Alan di non essere sua sorella bensì sua nonna… (Dio che cosa importante per i destini dei gay e delle lesbiche d’Italia).

3. Facciamo Breccia è incazzata (ma va?).

4. Se il pride non è antifascista, contro Casa Pound, contro il capitalismo, contro l’eterosessismo, contro Babbo Natale e i puffi, contro a prescindere, Facciamo Breccia non scenderà in piazza (grazie per pensare ai diritti delle persone GLBT ogni tanto, ci si potrebbe commuovere).

5. C’è un totale scollamento tra le associazioni e la gente. Nessuno dei presenti pareva comunque preoccupato, a parte poche rare e importanti eccezioni, del fatto che la stragrande totalità dei gay, delle lesbiche e delle persone transessuali non si riconosca nell’azione politica che le associazioni portano avanti a nome meramente personale, arrivati a questo punto (voi sì che siete fighi, eh!).

Morale della favola: una colossale perdita di tempo. La sensazione di trovarmi a un appuntamento a metà strada tra il Concilio di Nicea e una puntata a caso di Uomini e donne, mi ha schifato a tal punto che forse faccio domanda di prepensionamento dal mondo GLBT. Quando ho cominciato a fare attivismo, l’ho fatto perché pensavo (e penso) che possa esserci un ragazzo impaurito, là fuori, che ha bisogno di chi gli dice che non è solo, che può contare su persone che credono in lui, che c’è qualcuno disposto ad ascoltarlo, che si farà qualcosa per rendere questa società meno squallida, più giusta, magari anche più felice.

Poi, se devo perdere pomeriggi intieri a fingere di essere un gay impegnato per poi strapparmi i capelli con la prima isterica, senza distinzione di orientamento sessuale e identità di genere, che mi capita sotto mano a causa di quanti asterischi mettere in un documento o per sentirmi dire, da chi ha i soldi, “perché io valgo” senza essere nello spot di un shampoo, preferisco fare il gay starnazzante e impegnare il mio tempo ad attività ben più amene quali shopping, ristorante giapponese, aperitivi chic e, all’occorrenza, mentula.

Parafrasando (al contrario) Vladimir Luxuria, qualche sega mentale in meno e molti orgasmi in più. Ne converrete.

Capodogli arenati: avevano la pancia piena di plastica

Butti la plastica a mare? Ecco cosa succede.
E, se mi si permette un’apertura al dolce stil novo, con questa notizia viene dimostrato che, se butti la plastica a mare, sei un colossale pezzo di merda!

Pensavo fossimo gay, invece siam solo capponi

Ci siamo. O ci risiamo. Domani, a Roma, nella sede della CGIL di via Buonarroti, ci sarà una riunione di coordinamento del movimento GLBT. O almeno di quella parte che ha partecipato alla manifestazione di ottobre Uguali e che si prepara a decidere il luogo in cui celebrare il pride del 2010.

Questo egregio e lieto appuntamento mi dà lo spunto di fare un paio di riflessioni sullo stato del movimento GLBT italiano.

Non è mistero per nessuno che tale movimento pare sopravvivere su una sostanziale contrapposizione di progetti politici diversi. Abbiamo almeno due correnti. La prima: quella che si richiama ad associazioni strutturate nazionalmente e la selva di piccole e grandi associazioni indipendenti che lavorano in ambito locale. Associazioni che fanno anche cose importanti e utili, io stesso faccio parte di una di queste, ma che, a mio avviso, scontano di una autoreferenzialità che ci rende non dico marginali, bensì insignificanti.

Le nostre guerre intestine non interessano a nessuno, non preoccupano il potere, lasciano indifferenti o disgustati, ma giusto per un giorno, i frequentatori di scalinate siciliane, gay street romane, saune, discoteche et similia. La guerra dei mondi delle associazioni, per altro, è un film più volte visto che potrebbe essere intitolato “La guerra degli sfigati”. I capponi manzoniani dovrebbero suggerirci a cosa assomigliamo. Se lo stato si interessa se cosche mafiose locali si fanno la guerra e non sa nemmeno che esistono lacerazioni tra Arcigay e Mieli (sto usando una sineddoche, ok?), vorrà pur dire qualcosa.

Accanto alle associazioni, abbiamo le piazze. Chi vive a Roma non può non ricordare la bellezza di quel movimento che è (stato?) We have a dream. Le fiaccolate, autoconvocate, che hanno portato in piazza migliaia di persone sono state un grande momento di partecipazione collettiva. Tuttavia quell’urgenza è finita. E finita l’urgenza le persone sono tornate a casa. Forse ritorneranno in piazza quando ci sarà il prossimo ferito. Forse. Da osservatore interno posso dire che c’è molto movimento tra gli organizzatori del popolo delle candele. Vediamo che sviluppi ci saranno, ma di fatto non si scende in piazza da diverse settimane, anche se penso sia comprensibilissimo.

Una terza corrente del movimento, che però non vuole stare dentro il movimento, è la frangia antagonista. Troppo impegnata a teorizzare al mondo come dovrebbe essere – possibilmente kontro – a dire che il matrimonio non ci piace, che bisogna fare la rivoluzione (mettici pure un bel “cioè”), che la famiglia va distrutta e che si è più felici solo se si è incazzati. Sarà…

Questo è quanto succede dentro il movimento.

Negli ultimi mesi il panorama politico, dal canto suo, non si è fermato agli accoltellamenti e alla legge Concia. Abbiamo almeno due grandi momenti di microperiodo: il No B Day e l’aggressione al premier. Tralascio il secondo. Non ho potuto fare, invece, a meno di notare che al No B Day il movimento, inteso come gruppo unito e organizzato, anche di semplici cittadini/e GLBT, non c’era. Le associazioni sono troppo impegnate a discutere su come e dove fare il pride, per i loro congressi e per le elezioni al loro interno.

Abbiamo, come cittadini/e GLBT e come movimento, sostanzialmente perso un palcoscenico fondamentale per riportare al centro del dibattito politico la lotta all’omo-transfobia e la questione dei diritti civili (anche il tribunale di Ferrara, intanto, ha detto che due gay possono sposarsi, non so se la cosa può sembrare importante a qualcuno). Il No B Day era un momento di autoconvocazione. Perché WHAD non ha partecipato? Perché non abbiamo portato una fiaccolata dentro l’onda viola? Il tema dell’omofobia e della transfobia non è forse intimamente connaturato al berlusconismo? Le associazioni che domani si incontreranno per discutere (o litigare?) su dove-come-quando fare il pride estivo – che andrebbe profondamente rivisto, ridiscusso e cambiato – perché non hanno dato aiuto economico (per chi poteva) e fattivo agli organizzatori che pure lo chiedevano?

Nel frattempo – mentre Arcigay pensa al suo congresso, il Mieli vive una normalizzazione dopo i recenti fatti che tanto ci lasciano perplessi, mentre le associazioni in buona sostanza ripiegano nella loro autoreferenzialità – abbiamo un apartheid in atto, chi vuole le leggi speciali per il diritto di scendere in piazza, un premier con la sindrome di Ottaviano Augusto e movimenti di piazza che ottengono una ribalta mondiale e a cui noi, come persone GLBT, non abbiamo dato una mano concreta e da cui non abbiamo preteso una voce sul palco.

Domanda: sono solo io che ci vedo qualcosa che non va? E ancora: domani, quando si discuterà di pride, si parlerà anche di Politica?

Prosperini, l’omofobo, in prigione per tangenti

L’assessore Pier Gianni Prosperini, il quale, come si legge sul Corriere, è un «conosciuto “predicatore” nelle tv private in Lombardia per le sue invettive moralizzatrici», è stato arrestato per corruzione e turbativa d’asta. Un episodio certamente poco edificante per un moralizzatore. Alla magistratura, ad ogni modo, va il compito di accertare la sua innocenza e ai suoi avvocati quello di difenderlo.

Vero è pure che da uno che disse «I gay garrotiamoli, ma non con la garrota spagnola, il collare che stringe lentamente la gola. Ma quella indiana, pare degli Apache: cinghia di cuoio legata intorno alle tempie che asciugandosi al sole si stringe ancora» ti aspetti qualsiasi cosa. Anche il peggio.

Ad ogni modo, faccio notare che se ci fosse stata una legge contro l’omofobia – legge bocciata grazie al sollecito impegno dell’UDC, nuovo alleato del pd che quella legge l’aveva voluta, attraverso la sua relatrice Paola Concia – se ci fosse stata una legge siffatta, dicevo, magari da qualche anno, Prosperini sarebbe stato arrestato per incitazione alla violenza e all’omicidio di persone omosessuali.

Il fatto che non gli sia stato fatto nulla – nemmeno una denuncia di generica istigazione all’odio – dimostra il grado di civiltà di questo paese.

Spleen

Il fatto è che questa città a volte è così grande che invece di farmi correre a cercarti per dirti tutto quello che ancora si agita dentro, come una nuvola di libellule smarrite, mi rinchiude dentro questa stanza che non mi appartiene e che rende, a volte, ancora più invalicabile quel margine tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.


And you’re singing the songs
thinking this is the life
and you wake up in the morning and your head feels twice the size
where you gonna go? Where you gonna go?
Where you gonna sleep tonight?

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie (a cura di Margherita Dalmàti e Nelo Risi), Einaudi, Torino, 1968, pp. 62-65

Contro la violenza al premier: una soluzione concreta

Seguendo la logica leghista, se vogliamo evitare che si ripetano episodi come quello di domenica scorsa, non si deve chiudere il web: si devono abbattere le chiese ed evitare che si facciano statuine delle stesse.

Si lo so, è una stronzata. Ma sto seguendo, per l’appunto, la logica leghista.