H1N1: suina o bufala?

Allora, prima che leggiate le oscure parole di questo post voglio che sappiate che quanto scritto:
1. non ha velleità scientifiche (non lavoro alla redazione di Voyager, per intenderci)
2. si basa su riflessioni meramente personali su tutta una serie di fatti (ho un cervello e lo uso, bene o male, ma lo uso)
3. non è un invito a non vaccinarsi e, in caso di contagio, a non curarsi (ognuno faccia come meglio crede, ‘nsomma).

Bene, premessa fatta: ciò dovrebbe esser sufficiente a tutelarmi da qualche denuncia. Andiamo al dunque.

Come alcuni di voi sapranno ho la febbre. Non so se influenza o colpo d’aria – direi la prima, visto che la gola non mi è andata in fiamme e visti tutti i sintomi – ma poco importa: sto ugualmente dimmerda! Per farvi capire come son messo, il mio corpo è soggetto a devastanti cambi climatici interni – si passa da temperature allegramente estive al quasi assideramento – e ogni sbalzo viene accompagnato da tanto di quel sudore che ho già fatto fuori tutti i pigiami che avevo a disposizione.

Adesso, una domandina simpatica che tutti mi fanno è: ma è suina?

A parte il fatto che io non credo che la suina esista – è un po’ come l’inferno, serve a farti comportare in un certo modo affiché terzi ne traggano benefici – non credo di possedere gli strumenti medici e le giuste conoscenze per fare auto-diagnosi. Che si fa, allora, in questi casi? Si va sul sito del ministero della salute e si cerca sotto la voce H1N1. Riporto fedelmente (magie del copia&incolla):

I sintomi della nuova influenza umana da virus A(H1N1) sono simili a quelli della “classica” influenza stagionale e comprendono: febbre, sonnolenza, perdita d’appetito, tosse. Alcune persone hanno manifestato anche raffreddore, mal di gola, nausea, vomito e diarrea.

In particolare, l’influenza A (H1N1) viene definita un’affezione respiratoria acuta a esordio brusco e improvviso con febbre di circa 38° o superiore, accompagnata da uno dei seguenti sintomi:

  • cefalea
  • malessere generalizzato
  • sensazione di febbre (sudorazione brividi)
  • astenia (debolezza)

e da almeno uno dei seguenti sintomi respiratori:

  • tosse
  • mal di gola (faringodinia)
  • congestione nasale

L’influenza in questione assomiglia, in tutto e per tutto, a una normalissima influenza. Di fronte a questa sintomatologia così vasta, qualsiasi cosa potrebbe essere etichettata come suina. Anzi, non fatico a credere che, se i maschi avessero avuto il ciclo, lo avrebbero messo tra i sintomi.

Per non parlare di alcune affermazioni di questo testo che mi sembrano un attimo, come dire, demenziali:

«l’influenza A (H1N1) viene definita un’affezione respiratoria acuta a esordio brusco e improvviso con febbre di circa 38° o superiore»

adesso non so voi, ma a me l’influenza, ogni volta, è venuta all’improvviso, con punte di febbre che andavano allegramente anche attorno i quaranta gradi, per mia somma gioia. La suina, perciò, non manda telegrammi o sms: è cafona un po’ come tutte le altre.

Riguardo ai sintomi collaterali, sfido chiunque a non aver sentito mal di testa, debolezza, diffuso senso di balle girate e “sensazione di febbre” quando ti sei beccato un virus.

Ad ogni modo, andando sul sito del ministero non solo non ho capito se mi sono preso una suina o una normalissima e stramaledetta febbraccia stagionale, ma mi sorge pure il dubbio che, se la suina esiste, non ci sia stato anno in cui non me la sia beccata.

Certo, ho pure il naso che cola e una tosse che se continua così inizierò a sputacchiare pezzi di polmone, ma l’inappetenza – conditio sine qua non di ogni morbo pestifero e di conseguente procellosa morte – quella ahimè non mi sfiora nemmeno se dovesse esistere il bacillo dell’anoressia. L’aumento dell’appetito, che con le malattie di raffreddamento raggiunge nel mio corpo livelli esponenziali, e la costrizione nel talamo ormai ridotto a paccottiglia di lenzuola odiose e odiate, di suino mi daranno solo le forme. E, come si suol dire, oltre il danno anche la beffa!

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Io, proprio perché di sinistra, non difendo la Meloni

Io non ci sto. Ritenere inattaccabili le donne in quanto tali: per me è una scempiaggine. Secondo questa scuola di pensiero, l’essere donna dovrebbe prevenire, automaticamente, dalla critica, anche feroce. Per me questa è un’ipocrisia, tutta pseudo-femminista e, se vogliamo dirla tutta, anche un po’ meschina. Questo mantra che recita «siccome è donna non può essere attaccata e men che mai in quel modo» è solo un tentativo di non voler affrontare la questione.

Ieri è successo con la Bindi, oggi la Meloni con l’affaire Spataro.

Quando Berlusconi ha detto che l’esponente piddina è più bella che intelligente – cioè, dandole del cesso – ha detto una cosa condivisa da molti. Che poi quest’affermazione sia volgare e fuori luogo è un altro paio di maniche. Ma sostenere che la Bindi non poteva essere attaccata perché di genere femminile – messaggio che è passato in tutti i media che se ne sono occupati – non fa altro che rendere il concetto di “donna” una riserva indiana. Le donne, proprio in nome della parità, possono essere attaccate, nella satira, sul piano politico, intellettuale e, perché no, anche su quello estetico. Così come si attacca Brunetta per il suo esser troppo basso, Ferrara per essere un ciccione e così via.

Proprio oggi Paola Concia, esponente del partito democratico, in un articolo a Gli altri scrive: «se fossimo davvero gente che vuole cambiare il mondo in meglio, proprio noi dalle parti della sinistra, sui giornali di sinistra raccoglieremmo le firme in difesa della Meloni, come abbiamo fatto con la Bindi.»

Non posso essere d’accordo con queste parole per un semplice motivo. Il fumetto di Spataro non è “satira preventiva”, è una reazione. Ogni reazione si lascia dietro una scia di sangue, la storia lo insegna. Che possa non piacere è pienamente legittimo, ma se certe critiche, estreme, ci sono non è attaccando la “reazione” che si risolve il problema.

Spataro non attacca la Meloni in quanto donna, bensì in quanto personaggio che si distingue per cafonaggine e per affezione a una ideologia che, si sperava, doveva rimanere un residuo della storia. Quel fumetto forse non è satira, ma è sicuramente parodia, caustica e feroce, contro un “nemico” politico che usa una certa “ferocia” per attaccare lo stato sociale, la democrazia, il principio di uguaglianza, la Costituzione. Si può difendere, aprioristicamente, chi porta avanti questo disegno? Il male va davvero tutelato o occorrerebbe, invece, estirparlo in ogni sua forma?

Non si cambia il mondo difendendo fascisti e criptolesbiche omofobe (mi perdoneranno le cultrici dell’intoccabilità femminea per la scelta lessicale, ma è il mio pensiero). In questo sta l’errore: dando legittimità alla parabola esistenziale di una Bindi con la sua catto-omofobia o di una Meloni, con il suo fascismo porchettaro. Certi fenomeni di reazione – come la Ministronza – esistono perché esiste il peggio di cui essi sono una risposta. Forse sbagliata, ma al momento l’unica. Dire che questa risposta non deve esser data perché la Meloni è donna è un’affermazione sostanzialmente stupida e vuota che, come ho già detto, non affronta la reale natura del problema.

Febbre

La vita è una merda, ecco.

In tutto questo, prendo tisane chimiche al sapore di limone, miele e cianuro, che guariscono dal male alle ossa, dal cerchio alla testa, abbassano la temperatura e, con l’aggiuta di un additivo mucolitico, ti fanno scatarrare più in fretta. Cura un sacco di belle cose, ma in compenso ti fa venire il cancro. Al fegato.

Faccio test idioti su Facebook, del tipo “Quale Peanuts sei?” et similia. Per i più curiosi, è venuto fuori che sono Linus, il che è fondamentalmente vero. Poi qualcuno obbietterà che questi test cretini li faccio pure quando sto bene, altrimenti non si spiegherebbe sul mio profilo il riquadro “Quale guerriera Sailor sei?”.

E siccome ho deciso di volermi bene, mi coccolo un po’ con Carmen Consoli e occasionali prodotti a base di cioccolato che popolano la mia (nuova) cucina, dellà.

In tutto questo devo comunque andare a scuola perché non ho la copertura medica per cui se mi ammalo non mi pagano e visto che il mio stipendio non fa rima con “ricchezza”, perdere una giornata lavorativa non mi attrae moltissimo. Almeno fino a quando starò in piedi o sarò ancora in grado di farlo.

Tutto questo per dirvi che sono in [“lamento” mode: on], che mi sto facendo le palle à la julienne, alterno brividi di freddo a esplosioni solari dentro il letto – che assomiglia sempre di più a una friggitricee che voglio la mamma. Ecco.

Non molto lontano da qui…



Amore mio, non sempre tutto volge per il verso giusto:
ma non è soltanto a causa del maltempo
se il raccolto è andato perso.

Ed è buffo come a volte il tempo scorra
meglio del previsto: un panico incombente
ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso.

È forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre, non molto lontano da qui nevica.

Non molto lontano da qui la gente escogita affannose corse
in preda all’ansia di tornare al punto di partenza, e dimentica
il peso della posta in gioco
, e il come e il quando mentre fuori piove.

Amore mio, non è una colpa il non saper gestire la gioia
e il fatto di trovarsi a proprio agio nel dolore e nella rassegnazione.
Ed è innaturale come a volte ci forziamo di ignorare
il gemito costante delle nostre reali inclinazioni
il margine di errore di un’incessante sottrazione.

È forse una remota speranza la felicità?
Godersi il sole in dicembre, non molto lontano da qui nevica.
Non molto lontano da qui la gente ostenta oscure stravaganze
in preda all’ansia di stupire, indossa le sue maschere
e dimentica da qualche parte quella del coraggio nel momento del rilancio
.

Non molto lontano da qui nevica.
Non molto lontano da qui nevica.

(la dedico al Nano Mondano, che me l’ha fatta conoscere, a Himelda perché so che le piacerà e al Puer perché diventerà un ometto profondo e bellissimo).

E la Concia disse: “Scalfarotto è donna!”

La notizia è gustosa e gira sul blog del circolo del piddì on line Barak Obama. All’indomani dell’elezione di Scalfarotto all’utilissimo ruolo di vicepresidente del partito – praticamente una poltrona inutile – la Concia avrebbe così commentato:

Sono molto contenta di avere una donna come presidente e un omosessuale come vicepresidente, ma non sarò soddisfatta finché non vedrò Rosy Bindi presidente del consiglio e Ivan Scalfarotto ministro degli esteri!

Al che, Fassino ha sgranato gli occhi e in preda al delirium tremens avrebbe esclamato: «Ma è pazza… ha appena detto che Scalfarotto è gay, davanti a tutti!»

La notizia, vi dicevo, è gustosissima. Almeno per tre ragioni.

La prima: il blog del pd titola “Chi da scandalo in questa storia?”. Sicuramente la grammatica italiana e l’uso sconsiderato che ne fanno a casa Bersani. Il verbo dare, coniugato in terza persona singolare, vuole l’accento.

La seconda: Fassino fa, a parer mio, la parte dell’imbecille. Qualora questa storia fosse vera, va da sé.

La terza: la Concia è impazzita. Scambiare le cariche tra Scalfarotto e la Bindi, dire del primo che è una donna e fare l’outing della seconda… come dite? Quando diceva “donna” non era una goliardica “sfrociata” indirizzata a Ivan? Ah no? E allora scusate, ma la donna presidente chi è?

Goodbye Berlin (primo post scritto da casa nuova)

La cosa che dovrei dire, visto che tutti lo fanno, è che oggi è il ventennale della riunificazione tedesca. A dire il vero spenderò solo poche parole su questo argomento, al di là di tutta la solita retorica di cui grondano i nostri media.

La prima cosa che dirò è che c’è un film che parla di riunificazione, Goodbye Lenin. La storia di un amore assoluto di un ragazzo per la madre e per un’idea di società che si basava su quello che doveva essere il comunismo: la liberazione delle persone dalla schiavitù del bisogno. La storia si ambienta a Berlino nel 1989, il film è tenerissimo e molto ironico. Insomma, ve lo consiglio.

La seconda cosa che dirò è che il ministro degli esteri tedesco ha presentato alla diplomazia mondiale, riunitasi nella capitale tedesca per l’evento, il suo compagno Michael Mronz. Ricordo ai meno informati che Guido Westerwelle, il titolare degli affari esteri nonché vice-cancelliere, è apertamente gay. Speriamo che la delegazione italiana non faccia figure di merda e che Berlusconi non se ne venga fuori con la barzelletta sull’omosessuale che va in salumeria a comprar salsicce…

Chissà poi cosa accadrà quando il signore di cui sopra si recherà in Vaticano…

Ma oggi non volevo parlare di crucchi emancipati, quanto della mia nuova casa. Dopo quasi due mesi passati qua e là a casa di amici romani e non – tutto il mio amore si riverserà copioso sui destini della Pinzi e della mia piccola Chanel – finalmente ho anch’io una stanza tutta mia, in un appartamentino a un quarto d’ora dal lavoro e a un passo dalla metro (che a Roma significa: vita sociale). Si lo so, che culo. Ma dopo tutto io ho i poteri magici e a qualcosa serviranno pure, no?

Adesso ho giusto il tempo di ambientarmi, capire dove stanno pentole e alambicchi e a giorni le cucine elfiche riapriranno. Se poi qualcuno volesse approfittarne in tempi ultra celeri, può sempre venire con me in quel mega-negozio svedese, accompagnarmi a scegliere un tavolino da mettere nella mia nuova stanza e magari aiutarmi pure a montarlo! Graditi automuniti, no perditempo. Se poi siete pure maschi, fichi, single, disponibili e con un cuore così, vi sposo pure. Va da sé.

Specchietti per le allodole

Ivan Scalfarotto è stato nominato vicesegretario del piddì. A condividere tale carica con lui Marina Sereni: quella che disse che i DiCo non erano una priorità per il paese. Alla presidenza, invece, Rosy Bindi, sciatta, omofoba e cripto-lesbica.

In tutto questo fiorire di nomine, Bersani ha fatto sapere che sui temi etici vigerà libertà di coscienza nel suo partito. La Binetti è più che soddisfatta e l’Opus Dei ringrazia.

Complimenti comunque a Scalfarotto per la sua nomina. Uno specchietto per le allodole in più, dentro al partito, serve sempre.

Alleanze con l’UDC: defenestrare la Bresso? Pd possibilista

Il primo atto politico di Bersani? La possibilità di sacrificare Mercedes Bresso, abile e capace governatrice del Piemonte, per far maturare l’alleanza con Casini e con il suo partito (quello che candida indagati per rapporti con la mafia e che ha candidato politici che di giorno vanno al Family Day e di notte facevano festini a base di cocaina e trans).

La Bresso, giustamente, non ci sta e minaccia una lista propria, che andrebbe votata in massa, soprattutto dopo aver visto la puntata di ieri di Anno Zero, dove è risultato più che evidente che anche il pd si sta abituando a costumi largamente berlusconiani, in merito a candidature non proprio pulite e in odor di mafia in diverse regioni d’Italia.

Vogliamo inoltre dire perché a Casini la Bresso non piace? Perché è laica e gay-friendly. È stata sul palco del Pride nazionale del 2006, ha avviato una legislazione a favore delle coppie di fatto, è attenta ai temi dell’ecologia e ai temi etici. Tutti aspetti che i centristi e molti piddini delegano al parere del vescovo e del cardinale di turno. La stessa sorte, secondo i bene informati, dovrebbe toccare a Vendola: se si vuole fare l’alleanza in Puglia, il governatore attuale, che tra l’altro è pure omosessuale, deve lasciare spazio a un candidato gradito alla chiesa.

Parrebbe perciò che il prezzo dell’alleanza con l’UDC sia questo: eliminare ulteriormente la sinistra dalla coalizione (Vendola) e accantonare i temi di laicità e diritti civili (Bresso). Se queste richieste dovessero essere accolte, perciò, il nuovo corso inaugurato da Bersani sarebbe più che evidente. Il neosegretario, per altro, è molto amato in ambienti ciellini e ben visto dall’Opus Dei. Un nuovo corso, dunque, che apre una nuova vocazione dentro il partito democratico de noantri: da quella maggioritaria e quella “peggioritaria”. E a noi non rimane che prenderne serenamente atto e a valutarne tutte le conseguenze del caso.

Un’unica ricetta per il sud: licenza di uccidere e niente voto ai meridionali

Mentre stamattina ascoltavo la radio, ho sentito un’intervista a Renato Brunetta sulla sua ultima fatica letteraria: un libro, l’ennesimo, sul sud. Anche il ministro, quello che vessa milioni di lavoratori per lo più onesti, è caduto nell’errore di molti dei suoi predecessori in tema di questione meridionale: ha proferito formule vuote, che solo un idiota potrebbe non condividere, non fornendo nessuna reale soluzione da mettere in pratica per superare i mali di una regione che da troppo tempo tira a campare.

Gli annali delle frasi fatte registrano le affermazioni prodiane «faremo del sud Italia la California dell’Europa!», oppure «il meridione è un immenso molo per tutto il Mediterraneo» o, come ha detto Brunetta prima «il sud deve essere un collegamento tra Mediterraneo e Nord».

Adesso, io non ho letto il libro di Brunetta, né intendo farlo – per me questa destra è un male secondo solo alla mafia, per questo paese e non ne peroro nessuna iniziativa – ma non mi pare che i governi degli ultimi decenni abbiano posto il punto su una cosa fondamentale: il sud, per crescere, deve semplicemente rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di spiccare il volo, ossia mafie, analfabetismo culturale e clientele. Tre aspetti intimamente legati tra loro.

Quando mi si dice che al sud c’è assistenzialismo mi viene da ridere. Di solito a dirlo sono gli elettori di Berlusconi, gli stessi che votano un partito che, a quanto pare, prima di ogni tornata elettorale va nei quartieri poveri a regalare buste della spesa. Quartieri dove poi certi partiti prendono il 70% dei consensi. Il sistema di clientele non è prerogativa del sud, è strumento di governo di intere classi dirigenti capitolini e settentrionali, dalla DC in poi.

Questo è possibile perché il sud è stato mantenuto nell’ignoranza. Le scuole rimangono fatiscenti, le strutture pubbliche della cultura non esistono o sono mal funzionanti, studiare in Sicilia – faccio l’esempio della mia regione perché è quella che meglio conosco – è affare da ricchi e benestanti, viste le tasse da pagare e gli affitti da sostenere.

Questo sistema è poi fertile humus per il mantenimento delle mafie, che prosperano proprio grazie a questa situazione e impediscono che ci sia un’impresa meridionale che cerca di decollare ma che viene strozzata dai boss locali e dall’indifferenza dello stato, lo stesso che elettori leghisti e berlusconiani lasciano in mano a chi fa i tagli sulla benzina a polizia e carabinieri. Questo per ricordarci di chi stiamo parlando.

Sulla mafia, poi, penso che lo stato non abbia mai fatto nulla di concreto. Gli strumenti democratici non servono a molto, a quanto pare. So di essere utopistico, ma auspicherei una legislazione speciale per zone particolarmente sensibili al fenomeno, includendo anche l’uso della forza e la sospensione del diritto di voto (la mafia controlla anche quello).

Abbiamo una intelligence tra le più efficienti del mondo. Non capisco perché non ci scandalizziamo se un imam viene rapito in barba a ogni dettato costituzionale e poi ci permettiamo di seguire “la legge” con i mafiosi. Non mi vergogno di dire che occorrerebbe usare gli 007 contro i boss che una volta intercettati non vanno arrestati, ma terminati sul luogo. D’altronde la mafia è un cancro e quando si ha il cancro non lo si cura con gelato e aspirine, ma con la chemio.

Uno stato forte e autorevole dovrebbe agire in tal senso. Assicurare garanzie ai cittadini onesti e essere implacabile con gli ordini sovversivi e criminali. Lo stato in cui viviamo oggi di forte ha solo l’attaccamento dei suoi leader al potere e di autorevole nulla. È solo autoritario e solletica la psiche di nostalgici e illusi, i primi di passate e inesistenti glorie fasciste, i secondi del fatto che questa destra sia normale quando invece è solo delinquenziale.

Anche per queste ragioni, il sud rimarrà per molto tempo ancora terra di mafie e di ignoranza e i suoi cittadini onesti non potranno far altro di andare altrove, per vivere una vita dignitosa, normale e in molti casi, in barba a quello che possono pensare leghisti e tangentisti, ricca di successi e affermazione professionale.

Aule e crocifissi: Strasburgo riporta l’Italia dentro la civiltà

Non vorrei fare il solito mangiapreti, pasto per altro poco prelibato (vista l’età media della pretaglia, la carne risulta oltre modo coriacea), ma in nessun paese laico e civile si espongono simboli religiosi negli uffici pubblici. Questo tanto per capire cosa succede  laddove la democrazia e la laicità sono fatti acquisiti.

In Italia, invece, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo, tutte le prefiche della “libertà” religiosa già si strappano le vesti. Per chi non lo sapesse ancora: una signora italo-finlandese, Soile Lautsi, aveva chiesto alla scuola della figlia di togliere il crocifisso dalla classe della bambina, perché la sovraesposizione a un simbolo religioso, e uno soltanto, è lesivo della libertà di credo di tutti gli altri. La signora si era rivolta alle autorità italiane e, dopo un nulla di fatto, aveva fatto ricorso a Strasburgo. Che ha deciso di conseguenza.

Nella sentenza si legge che «la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni». Apriti cielo. Maggioranza e opposizione parlano di morte dell’Europa che, invece, a parer mio, sembra stare abbastanza male di suo, con o senza crocifisso (così come quando stava bene, continuava a farlo senza nessun pizzo ideologico da pagare alla chiesa).

La Gelmini arriva a dire che «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». Questa donna non si rende conto di quanto in realtà abbia ragione. Dei molti italiani, sensibili a croci appese ai muri quanto anestetizzate su tutto il resto, mafia al potere inclusa, pochi in realtà vivono il cristianesimo come filosofia di vita.

L’essere cattolici, in Italia, è solo una gigantesca ipocrisia che ha come effetti primari la negazione di specifici diritti (testamento biologico, diritti civili), la messa in discussione di altri (aborto e divorzio) e che ha come cifra culturale un moralismo incoerente che esige dagli altri un codice etico che i cattolici stessi sono i primi a non osservare: basta vedere come si è comportato, nel suo privato, tal Pierferdinando Casini, sposato, divorziato, in coppia di fatto e risposato.

A gente siffatta – che nega la dignità delle persone, ammette che i gay vengano picchiati e uccisi, che non fa nulla di concreto contro la pedofilia interna alla chiesa – il crocifisso in classe serve solo per avere quello che la psicoanalisi chiama “oggetto transizionale”. Una piccola coperta di Linus che li mette in pace con la loro coscienza, tra un misfatto e l’altro.

I cattolici non dovrebbero scandalizzarsi per la mancanza di un feticcio (perché tecnicamente di questo si tratta) in un’aula scolastica: dovrebbero invece scoprire se quel simbolo è realmente presente nei loro cuori, nella loro azione di vita quotidiana. Basta vedere intenzioni di voto e atti parlamentari, passati e recenti, basta vedere il sentimento comune contro extracomunitari e diversità in generale per farsi venire qualche dubbio in proposito.

La signora Soile Lautsi, che sarà additata come nuova figlia del demonio e paladina della deriva laicista, ha solo fatto valere un principio civico elementare: a scuola, come in ufficio, non si fa proselitismo. I luoghi deputati per le nostre ansie religiose (che per altro esistono e prosperano) sono altri. A parer mio, questi luoghi non lavorano nemmeno per la nostra felicità. Non vedo, di conseguenza, perché permetterne i simboli altrove.