Favole post-moderne: a letto con Willwosh e Laura Scimone

Diciamo che adesso non ho più scuse per sospirare al cospetto di tramonti maestosi, al di qua della mia finestra. Il virus, parrebbe – e il condizionale è sempre d’obbligo fosse non altro per ingannar la sfiga – sta per esser sfrattato, dopo un ultimo soggiorno alle gambe, non sazio di aver già scomodato polmoni, meningi e colonna vertebrale.

Per altro, il mio nuovo letto nella mia nuova stanza rischia davvero di trasformarsi in novella sindone ma, contrariamente a quella più famosa, senza alcun significato salvifico, che se un giorno questa mia modesta vita – sempre in bilico tra l’aspirazione dell’assoluto e il baratro della mediocrità – andrà per esser ricordata, venga fatto per il dubbio che ho sempre cercato di portar avanti come unico sale della vita, contro ogni certezza preconfezionata ad uso e consumo di chi certezze ne ha una soltanto: quella di fregarvi l’anima.

Ma sto tergiversando.

Si parlava di tramonti e lenzuola, e nessun romanticismo dentro. Le cose che ho fatto per ingannar la noia, tra una dormita lunga pomeriggi intieri e sudate bibliche, farebbero inorridire anche gli spiriti più pietosi. Eppur il tempo doveva passare, me ne darete atto, e mi perdonerete se ho fatto abuso, in questi giorni tediosi, di Youtube, vero vaso di Pandora e di tutti i mali che può contenere, pronti a esser dischiusi al mondo con un semplice clic. Ma cinque giorni passati a letto metterebbero alla prova pure lo scroto di Clark Kent e qualcosa da fare dovevo pur trovarmela, ne converrete…

Soprassederò sulla sovraesposizione ai video di Lady Gaga – ma solo Paparazzi, di cui trovo geniale la coreografia – e sull’intima poesia dell’ultima fatica di Carmen Consoli, così come eviterò di toccare il tema dell’assoluto valore soteriologico del finale della terza serie di Sailor Moon (detta anche “…e il cristallo del cuore”, titolazione tanto cretina quanto tutta italiana).

Vorrei invece che puntaste la vostra attenzione, per chi ancora non li conoscesse, su due fenomeni del web che stanno facendo parlare molto di sé, nel bene e nel male. Si tratta di un ragazzo e una ragazza, il primo romano, la seconda di Palermo, ovvero Willwosh e Laura Scimone.

Del primo si sa solo che si chiama Guglielmo, che ha vent’anni, che è romano ed è bello da paura. La sua pulchredo, per quel che mi riguarda, abita un corpo dalle forme morbide e taurine allo stesso tempo che si sposano ad un viso angelico e quasi imberbe. La sua bravura sta nell’interpretare vere e proprie chicche di quotidianità, in chiave demenziale, con una sapiente arte recitativa che, nei vari sketch, si declina nei personaggi più vari – dalla tipica ragazzina romana al coattone, dalla porca tuttatette allo sfigato di turno – che convergono attorno a un io narrante che coincide col personaggio-autore. Bellissime le gag su Harry Potter o sulle assurdità di certa cinematografia.

Uguale e contraria a Willwosh, invece, è Laura Scimone (si noti l’assoluta cura dei particolari, pur scarni, dei video di Will in confronto alla più assoluta sciatterie della produzione della palermitana). Questa ragazza siciliana non ha nessun talento particolare. Nei commenti più aspri che le si rivolgono, le si dà della sfigata e, sotto il profilo ontologico, intimamente connessa alla sfera dei sanitari da bagno. È sgraziata, a lei si imputa l’assassinio di Tersicore, quando canta sbaglia ogni nota possibile e nemmeno le sue pretese da usignolo riescono a nascondere un accento invasivo come una piaga della Genesi, una a piacere.

Di Will si pensa che sia gay o, quanto meno, bisessuale, ovvero gay al 50%. Non so se per intima speranza dei suoi commentatori, tra cui anche il sottoscritto, o per quel potere tutto finocchio che si chiama Gaydar e che ti impone a scovare – e a volte pure a convertire – potenziali omosessuali negli angoli più reconditi delle pieghe dell’esistenza.

Di Laura invece si dice addirittura che sia mentalmente insana e che i genitori abbiano fatto sparire il suo MySpace dopo esser assurta in gloria. A me appare così divinamente imperfetta da ritenere impossibile che tutto questo concentrato di devastazione sia totalmente casuale.

Entrambi i nuovi paladini del web – Will è stato pure notato in Rai e tra poco lo vedremo sul quarto canale – hanno però “sfondato” dimostrando che la nuova favola post-moderna non passa per i reality o i troni di improbabili regni defilippiani. Se vuoi essere qualcuno, al giorno d’oggi, ti basta avere delle cose da dire e un bel faccino o parole vuote e malpronunciate e movenze imbarazzanti, purché tutto venga immortalato da una web-cam (la nostra nuova scarpetta di Cenerentola?): date loro un punto d’appoggio dove posizionare un mouse e una telecamera e si solleveranno sul mondo.

Ormai funziona così.

Perché quello che conta, questo ci insegnano queste storie, è che la vita vale la pena di esser raccontata, nel bene come nel male. Non importa, invece, il perché. Qualcuno a cui strappare un sorriso lo si trova sempre. E appena scatta la scintilla della sim-patia (trattino messo apposta) il gioco è fatto. Il tutto a costo zero, eccezion fatta per quella che i borghesi e i ben pensanti chiamano la dignità. Ammesso che, nell’Italia di adesso, quella del processo breve e della morte di Stefano Cucchi, questa parola significhi ancora qualcosa.