Aule e crocifissi: Strasburgo riporta l’Italia dentro la civiltà

Non vorrei fare il solito mangiapreti, pasto per altro poco prelibato (vista l’età media della pretaglia, la carne risulta oltre modo coriacea), ma in nessun paese laico e civile si espongono simboli religiosi negli uffici pubblici. Questo tanto per capire cosa succede  laddove la democrazia e la laicità sono fatti acquisiti.

In Italia, invece, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo, tutte le prefiche della “libertà” religiosa già si strappano le vesti. Per chi non lo sapesse ancora: una signora italo-finlandese, Soile Lautsi, aveva chiesto alla scuola della figlia di togliere il crocifisso dalla classe della bambina, perché la sovraesposizione a un simbolo religioso, e uno soltanto, è lesivo della libertà di credo di tutti gli altri. La signora si era rivolta alle autorità italiane e, dopo un nulla di fatto, aveva fatto ricorso a Strasburgo. Che ha deciso di conseguenza.

Nella sentenza si legge che «la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni». Apriti cielo. Maggioranza e opposizione parlano di morte dell’Europa che, invece, a parer mio, sembra stare abbastanza male di suo, con o senza crocifisso (così come quando stava bene, continuava a farlo senza nessun pizzo ideologico da pagare alla chiesa).

La Gelmini arriva a dire che «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». Questa donna non si rende conto di quanto in realtà abbia ragione. Dei molti italiani, sensibili a croci appese ai muri quanto anestetizzate su tutto il resto, mafia al potere inclusa, pochi in realtà vivono il cristianesimo come filosofia di vita.

L’essere cattolici, in Italia, è solo una gigantesca ipocrisia che ha come effetti primari la negazione di specifici diritti (testamento biologico, diritti civili), la messa in discussione di altri (aborto e divorzio) e che ha come cifra culturale un moralismo incoerente che esige dagli altri un codice etico che i cattolici stessi sono i primi a non osservare: basta vedere come si è comportato, nel suo privato, tal Pierferdinando Casini, sposato, divorziato, in coppia di fatto e risposato.

A gente siffatta – che nega la dignità delle persone, ammette che i gay vengano picchiati e uccisi, che non fa nulla di concreto contro la pedofilia interna alla chiesa – il crocifisso in classe serve solo per avere quello che la psicoanalisi chiama “oggetto transizionale”. Una piccola coperta di Linus che li mette in pace con la loro coscienza, tra un misfatto e l’altro.

I cattolici non dovrebbero scandalizzarsi per la mancanza di un feticcio (perché tecnicamente di questo si tratta) in un’aula scolastica: dovrebbero invece scoprire se quel simbolo è realmente presente nei loro cuori, nella loro azione di vita quotidiana. Basta vedere intenzioni di voto e atti parlamentari, passati e recenti, basta vedere il sentimento comune contro extracomunitari e diversità in generale per farsi venire qualche dubbio in proposito.

La signora Soile Lautsi, che sarà additata come nuova figlia del demonio e paladina della deriva laicista, ha solo fatto valere un principio civico elementare: a scuola, come in ufficio, non si fa proselitismo. I luoghi deputati per le nostre ansie religiose (che per altro esistono e prosperano) sono altri. A parer mio, questi luoghi non lavorano nemmeno per la nostra felicità. Non vedo, di conseguenza, perché permetterne i simboli altrove.

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