Sul razzismo, i migranti delinquenti e su chi ha cominciato prima

5030306091_488c1c7510_oHo condiviso un articolo, sul mio profilo Facebook, riguardo l’aggressione a Catania contro i tre migranti egiziani. «Non sono riuscito a vedere il video. Piccola riflessione: se a difendere la nostra “civiltà” sono questi personaggi, forse è il caso di sostituire i nostri abitanti con persone immigrate. Abbiamo solo da guadagnarci», è stato il mio commento.

Una persona che non conosco si è sentita in dovere di commentare così: «Non li difendo ! e non giustifico ! ma per arrivare a questo mi chiedo cosa abbiano fatto gli altri ? !» (la punteggiatura non è mia). Un’altra, invece, la butta sulla reazione rispetto alla delinquenza e ai soprusi che gli immigrati fanno ai danni della nostra società.

Ebbene, vogliamo affrontare seriamente questo discorso del “ma gli altri cosa hanno fatto?”. Lo vogliamo chiedere a chi ha subito cinque secoli di colonialismo selvaggio? Vi hanno mai detto che i belgi in Congo tagliavano le mani a quei neri che non portavano a compimento il lavoro assegnato (che non era esattamente riempire moduli in un ufficio)? Vogliamo parlare di intere civiltà distrutte, nel corso dei secoli? Di cosa facevano i francesi in Algeria fino a cinquant’anni fa? Si ha memoria di come abbiamo conquistato l’Etiopia, ovvero avvelenando i pozzi? Vogliamo parlare delle logiche del neocolonialismo, dopo gli anni ’60? Di chi ha messo Saddam Hussein in Iraq, i talebani in Afghanistan e di chi arma la mano dell’Isis?

Vogliamo davvero prenderlo questo discorso? Perché quello che oggi arriva nelle nostre coste, nel bene e nel male, è il frutto di tutto questo. Per cui, forse, agitare l’argomento di chi ha cominciato prima e di cosa ha fatto quell’altro, non mi sembra una scelta molto furba.

La bestia (nel cuore)

14629«Accidenti!» gridò.
Amaranta, che cominciava a mettere la roba nel baule, credette che l’avesse punta uno scorpione.
«Dov’è?» chiese spaventata.
«Cosa?»
«La bestia!» spiegò Amaranta.
Ursula si mise un dito sul cuore.
«Qui!» disse.

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine

Momento simpatia #1: il classismo

k10411276Momento simpatia del lunedì mattina: mi fa tanto ridere il classismo alla ‪#‎CiaoPovery‬ sui social da parte di chi ha il bancomat di papà o mamma come unica fonte di reddito, se tutto va bene. Al netto del fatto che per i ricchi, quelli veri, certa gente si colloca in un gradino qualsiasi del concetto di quasi indigenza. Insomma, sembrano “poracce” tanto quanto, di quelle che usano la -y finale per quel gusto dell’esotismo che fa tanto inserto di ukulele in una cover di Gigi D’Alessio.

(E inauguro con questo, la nuova rubrica del mio blog ad alto tasso di diversa amabilità).

Il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà

world-kiss-dayNel mio personale concetto di trascurabile felicità, ci metto due o tre cosette. Anzi, forse pure qualcosa di più.
Tipo un balcone con i fiori.
O camminare scalzo sul parquet, in estate, con l’aria condizionata in una giornata di sole.
Andare a prendere il caffè, di pomeriggio, da una cara amica.
Sapere che ci sono, gli amici, e te lo dimostrano sempre.
Il profumo del mare e il suo colore, in lontananza, quando le onde si colorano di schiuma.
La promessa della pioggia in estate.
Le cicale lontane.
Farsi un regalo, ogni tanto (come quando quella volta ho preso un profumo che da solo mi pagava la rata del mutuo che non ho).
Immaginare la tua casa, un giorno, con i vasi bianchi e le piante a cui dai un nome.
Sapere che un giorno avrai un cane e un gatto, che saranno amici e che saranno i tuoi figli.
Lasciare dietro l’angolo, in quella porta socchiusa che è diventato il tuo cuore, il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà.
Cucinare per le persone a cui vuoi bene.
Dare un nome alle tue emozioni.
Scrivere.
Riconoscere una canzone che lascia agitare tutti i tuoi globuli rossi.
Rileggere i libri che ti hanno fatto innamorare.
Ritrovarsi a provare tenerezza per gli sconosciuti.
Guardarti in faccia, a volte, e riconoscere di essere uno stronzo (e riprometterti che non lo farai più, anche se sai che lo rifarai e sai che per questo sei tremendamente umano).
Amarsi, incondizionatamente, anche se per qualche minuto.
Guardare in faccia i tuoi demoni e dire loro che anche no, adesso hanno decisamente rotto il cazzo.
Cantare un motivetto, sotto il sole, tenendo a bada l’angoscia e sapere che dentro di te, da qualche parte, hai la bacchetta magica per cui in un modo o nell’altro ce la farai. Perché hai deciso che non c’è alternativa a tutto questo.

Sera d’estate (e considerazioni sulla felicità)

Una sera d'estateMettiamola così: le lenzuola sono morbide e mi fanno pensare a chi, un questo mese di nomadismo, mi ospita (e mi ha ospitato) facendomi sentire a casa. E questo è un dono.
Fuori le cicale cantano, è una sera d’estate calda, placida, e c’è un silenzio tutto sommato benevolo. Tornando a casa, dal mare al tramonto, ho pure visto una fenice tra le nuvole e questo, invece, è di buon auspicio.
Ho sentito la mia famiglia, stanno bene, mi fanno sempre percepire la loro vicinanza e credo sia un altro dono da non sottovalutare.
Ho passato un weekend in compagnia delle mie amicizie più care e anche quelle più recenti, che mi hanno supportato nei miei momenti più “pubblici” e mi hanno “sopportato” nella mia biondaggine di sempre. A tutti/e loro: grazie!
Adesso sono a letto, la mia pelle è pure morbida, calda, e profuma di crema per il corpo. Non so se uscirò o starò ad ascoltare i miei pensieri, ma in momenti come questo mi affiora l’idea di avere davvero tutto ciò che mi serve per essere felice (ma non diciamolo troppo ad alta voce, che la sfiga è invidiosa).

P.S.: sì, lo so, manca l’uomo. Ma non è colpa mia se là fuori è popolato da stolti e qua dentro c’è un casino che levati.

Il consorzio, le medie e la “sua” donna

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Gentile consorzio, sono laureato, ho un master e ho fatto un dottorato di ricerca. Sono stato precario per anni e mi sono sudato la mia posizione. Alla fine faccio quello per cui ho studiato, che è pure un lavoro figo, ho due mesi di ferie l’anno, il tempo indeterminato, la stima di colleghi/e e famiglie oltre al rapporto bellissimo con le mie classi. Per cui ringrazio, rifiuto l’offerta e tiro lo sciacquone.

P.S.: non vivo ancora col “mio” uomo, ma magari prima o poi arriva pure quello.

P.P.S.: la donna non è “sua”, comunque. Cavernicoli!

Orfeo al contrario

Cuore-Spezzato-fine-amoreQuando un cuore si spezza, il suo rumore si confonde con quello della quotidianità. Per questo è invisibile.

Per questa stessa ragione riusciamo a percepirlo solo noi, quando ci accade. Ed è sempre per lo stesso motivo che quando è accanto a noi, esterno eppur diretto al nostro sentire, ne siamo infastiditi, imbarazzati.

Rimettere insieme i ventricoli in cui il sangue pompa globuli rossi e desiderio, l’infinitezza interrotta e il tempo smarrito, richiede coraggio. E tutto questo si consuma in solitudine. Perché non c’è alternativa.

***

L’evoluzione dell’uomo, poi. È una cosa complessa. Difficile da spiegare. Figuriamoci, poi, a crederci. L’evoluzione è peggiore dell’idea di Dio. Perché non dà speranza. È più semplice credere a un padre benevolo, severo o ingiusto che decide per noi con l’illusione del libero arbitrio. L’evoluzione no. C’è il caso. L’accidente. Il novero delle nostre scelte. E nessuno dalla barba bianca a cui dare la colpa. Decisamente, questo non aiuta. Eppure.

***

L’evoluzione può spiegare l’amore. Perché spiega l’uomo. In estrema sintesi, la storia amorosa dell’umanità è un filo rosso – sangue – che lega la clava al mouse.
E nella preistoria, a ben vedere, l’amore era più semplice. Un colpo di legno in testa, e vissero tutti contusi e contenti.
Oggi invece.
Planet Romeo, Gaydar, Hornet, Bearwww, HappySexo, Grindr, Wapo… e qualsiasi eden da perdere, mangiando il frutto del pene e del male e colpire l’oggetto del nostro amore con l’unica clava che ci rimane.

***

Ma dicevo della solitudine. E dicevo che non c’è alternativa. Non solo perché tutto si consuma dentro, ma anche perché il fulmine che gli dèi usarono per tagliare le gambe alle balene e frantumare i dinosauri in lucertole, ci taglia di nuovo in due e il nuovo ombelico che si forma per ricordarci la pena che scontiamo per esser stati ignoranti (e ignorati) di cose d’amore sta proprio dietro lo sterno. E tiene insieme atrii e ventricoli. La pienezza dei ricordi e la desolazione del presente. Le lacrime e il sangue.

***

Per tutto questo ci vuole coraggio. Quando siamo noi, a soffrire, siamo costretti a trovarlo. Da soli, appunto. E quando siamo noi a far soffrire, ce ne allontaniamo. Perché sappiamo il rumore di quella frattura. Perché conosciamo ogni anfratto del sapore della disperazione. Per questo siamo vigliacchi. Per non morire ancora una volta, senza essere diventati, nel frattempo, immortali.

***

Quando lui mi lasciò non mi disse che non mi sarei mai voltato indietro. Io, un Orfeo al contrario. Non mi disse che quella notte sarebbe stata l’ultima. Avrei fatto caso alle cose della sua stanza con uno sguardo più benevolo. Per rassicurare il suo caos che no, almeno quello, io non lo avrei abbandonato. Mai. Nonostante tutto. Tutto dentro di me. Tutto.

Quando ho detto all’altro, al “ragazzino” che non ci saremmo rivisti, non mi ha creduto. Ha pensato alle mie solite esagerazioni. Non ha creduto che fosse solo sesso. Ma erano questi i patti. Solo sesso. E ha fatto l’errore di innamorarsi. Per questo l’ho buttato via. Senza mai voltarmi indietro. E quando ho sentito il rumore del suo dolore, ho fatto finta di niente. Perché ne avevo vergogna.

E poi ci sono tutti gli altri. Connessione. Benvenuto in chat. Ciao. Attivo o passivo? Centimetri. Zona. Ospiti o ti sposti. Che ti piace a letto. Ok, vieni da me. E tutto il resto. La grammatica dell’amore pornografico. Preservativi usati. La scarpetta di lattice di cui nessuno cercherà il proprietario smarrito.

Lui.  E il “ragazzino”. E tutti gli altri.
L’amore. Il sesso. La pornografia.
Il mio personale uno, nessuno e centomila.

***

Ed è per questo che alla fine ti convinci che è così che deve andare. Per non sentire quel rumore invisibile. Perché quando non senti niente, non sei più umano. E quando questo succede, non puoi morire due volte.

Aspetto che gli deì mi taglino ancora, di andare in giro con una gamba ed un occhio solo. Condannato a ritrovare quella parte di me che ho perso in mezzo a troppo dolore, a troppe parole fuori posto, a troppi inutili orgasmi.

Sarò la faccia nera della luna. Con l’infinitezza del cielo alle spalle, per proiettare il buio sul regno dei viventi, sgomenti di fronte all’eclisse della gioia.

Per questo se non so accogliere il calore dei tuoi occhi, adesso, tu non me ne vorrai. Perché fai già male. E perché non sento niente. E se fai male, potrei tornare a vivere. Ed io sono un Orfeo al contrario. Che non si volta mai indietro.

***

Epilogo (per sdrammatizzare)

L’evoluzione non è solo orizzontale. A volte funziona a balzi. Come per gli X-men. A volte funziona come un ascensore.

In quest’ultimo caso subentra quella che, in para-anatomia, si chiama legge delle tre C.

I chakra di  cui abbiamo bisogno sono solo tre.

Il cazzo.
Il cuore.
Il cervello.

Quando l’ascensore si ferma alla prima C, siamo bastardi.
Quando sale fino all’ultimo piano, siamo cinici.

Non è un caso, a ben vedere, che l’ultima C stia proprio in mezzo.

Per equilibrare le intemperanze di ciò che in noi è più terreno e addolcire le asperità di ciò che ci rende contorti.

(Pubblicato in AA.VV., Diario pubblico dell’orgoglio, pubblicazione indipendente a cura di “Ossidi di Ferro”, Barcellona Pozzo di Gotto, 2011, pp. 46-51)

*****

P.S.: diverse opere hanno permesso che queste parole scaturissero. Come Verrai a trovarmi in inverno, di Cristiana Alicata (anche se non lo avreste mai detto), Hedwig – La diva con qualcosa in più di John Cameron Mitchell, e tutte le puntate di Grey’s Anatomy viste sino alla data della pubblicazione del racconto.

E ringrazio il mio amico Alessandro Motta, per averci creduto.

Le cose perdute

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Foto di Armando Sdao

Mi fa sempre strano raccogliere le cose e posarle tra le scatole da buttare via. Così come i vestiti da donare, quelli che vanno nelle buste grandi, di plastica spessa. Come se si aprissero gli spiragli della memoria, come a consegnare al vuoto conseguente gli attimi che ne hanno determinato la ragione, l’esistenza. Anche se non è così.

Perché è come maneggiare – mentre li poni in ordine, tra gli angoli e i suoni fuori dalla finestra – le cose che non possono più tornare. E tutto questo è sempre un po’ sacrilego, come ogni perdita di senso.

On air: M83, Wait