I am hungry

amiciziaQuando nel lontano 1998 conobbi Lucia – all’epoca sul mio primo blog la chiamavo Chanel – entrai in contatto con una delle persone che avrebbero cambiato la mia percezione con l’esistenza e, di conseguenza, con la vita. Lucia era (ed è) lesbica, io un giovane gay che non sapeva nulla e che era infarcito di tutti i dogmi patriarcali, sessisti e misogini possibili. Non perché mi piacesse esser tale, ma perché quando vieni educato in un mondo in cui si dice ancora “auguri e figli maschi”, la forma che ti danno è quella. La conobbi all’Open Mind di Catania, un’associazione che faceva pratiche di femminismo e che mi insegnò come l’autodeterminazione – ovvero, la capacità di dare un nome alle proprie scelte e di rivendicarle – sia l’unica strada da percorrere per arrivare a ciò che conta davvero: essere pienamente se stessi. O in altre parole: la felicità.

Con Lucia, che è lesbica e femminista, ho vissuto i miei vent’anni. Considerando che non avevo vissuto la mia adolescenza – ero troppo impegnato a dover nascondere ciò che ero davvero – fu per me l’equivalente della migliore amica delle medie e del liceo, allo stesso tempo. Non che in passato non avessi avuto amici e amiche con cui divertirmi, ma non avevo mai avuto il coraggio di confessare a quelle persone chi ero davvero. La mia identità non aveva una parola possibile. E l’unica parola possibile mi era stata insegnata come un insulto. Capirete, insomma, il casino. E non aver potuto dire a sedici anni che anche a me piaceva il bello della scuola è una mancanza che mi segnerà per sempre. Con Lucia quei vuoti vennero, in un certo qual senso, colmati.

amicizia 2Con Lucia abbiamo fatto molte cose. Abbiamo cominciato accorciando le distanze, chiacchierando su un divano nelle sere di primavera e anche in quelle degli inverni a venire, abbiamo condiviso birre e sigarette, abbiamo scritto una canzone insieme e insieme abbiamo visto il nostro primo porno comprato in edicola – eravamo curioseh e fu un’esperienza lancinante, la bruttezza di quel video è ancora leggenda nella nostra memoria – ero con lei quando sua madre si ammalò ed ero a casa sua dopo che morì, perché sapevo di non poter essere altrove. Poi, il destino si è divertito ad allontanarci e unirci come fosse il suonatore di una fisarmonica e noi fossimo nelle sue mani, ma la musica composta è sempre stata bellissima: è lei che mi ha accolto le volte che non avevo casa, a Catania come nella capitale. È lei che mi diede forza per trasferirmi a Roma. Ero con lei e la sua compagna quando ha detto sì, qualche mese fa, e come sempre succede in queste occasioni non ho trattenuto le lacrime.

Nelle mie chiacchiere con lei si parlava di tutto: di politica e di questioni femministe – a proposito del porno, fu lei che mi fece notare come la pornografia, quella “lesbo”, è costrutto per maschi, perché la sessualità al femminile ha altre grammatiche – dei sussulti del cuore e di amenità, di uomini e di donne, di fallimenti e di quella cosa che è la speranza. Mai dimenticherò di quel giorno che, dopo una delusione con un ragazzo, chiedevo vendetta al cielo. Lei mi guardò a stento. Aveva un telo da mare addosso, lo tolse via, per rivestirsi – non c’era pudore tra noi – e poggiandolo sulla sedia con la stessa levità con cui Botticelli disegnava le stoffe delle sue veneri, mi disse: «Sii felice, è la migliore vendetta».

amicizia (3)Dico tutto questo perché lei mi ha insegnato molto del mondo lesbico, dal punto di vista umano. Insieme a lei molto ho appreso, dal punto di vista politico. Non riesco a concepire la mia esistenza – e con essa, come sempre, la mia vita – senza quell’esperienza che ancora è parte della mia carne. È ovvio, non posso avere la pretesa di conoscere tutto, di quel mondo, ma l’ho toccato, l’ho vissuto, è stato anche il mio seppur con tutte le differenze possibili. Differenze che ho rispettato, quando era il momento di vivere esperienze “a parte”, ma che mai mi ha escluso per il mio essere maschio, per il mio essere gay, per avere un pene tra le gambe. La mia esperienza con le lesbiche e con il femminismo è anche questa. Per tali ragioni le polemiche degli ultimi giorni – Arcilesbica vs mondo trans, per capirsi – mi lasciano basito, perché le cose che leggo e le prese di posizione che ravviso non si agganciano per nulla a quello che è il mio vissuto.

Non riesco a concepire il piano della realtà senza quell’armonia e senza quel dialogo: dialogo non sempre facile, perché è vero che siamo diversi/e e che si arriva a dei punti di rottura, ma che ha avuto il privilegio di una sintesi – umana, prima di ogni altra cosa – che andava oltre l’esclusione, il separatismo fine a se stesso, la diffidenza. Non riesco a concepire la mia vita – e quindi la mia intera esistenza come luogo fisico, oltre che empirico – senza le mie amiche, a prescindere da quello che può essere il proprio orientamento sessuale e la loro identità di genere. Non riesco a vedere l’etichetta, ma la persona sulla quale qualcuno vorrebbe attaccarla. E noi sappiamo – Sense8 ce lo insegna – che le etichette impediscono la comprensione. E comprendere significa “prendere con sé”, non certo escludere. 

Una sera d'estateNon riesco a concepire, in altre parole, un mondo che ragiona per schemi, per incasellamenti e per recinzioni identitarie. Una classificazione dovrebbe servire a descrivere, non ad escludere o a discriminare. Sono gay perché mi piacciono gli uomini, non certo perché vedo nell’eterosessuale “il nemico”. Anche se l’eterosessismo, con tutto quello che comporta, è quel sistema di rapporti di potere che genera “dolore sociale” e scompensi tra generi e identità. Dolore di cui anche le stesse persone non Lgbt sono vittime e dovremmo forse cominciare a parlare anche di questo, se vogliamo creare un contesto in cui dalla guerra tra identità – e tra sessi e generi – si arrivi a un’alleanza tra diversità.

Non posso pensare a una vita senza la mia amica Lucia, femminista e lesbica. Così come non posso pensare alla mia vita senza i miei amici, maschi di tutte le identità possibili, ai miei studenti e alle mie studentesse (con cui si cresce insieme giorno dopo giorno), alla mia famiglia, alle mie famiglie, a tutta la gente che ho l’onore di conoscere quando mi invitano a un’iniziativa, per presentare un libro o per moderare un dibattito, ai miei gatti, agli estranei con cui ci si scambia qualche gentilezza gratuita e via discorrendo. Io sono affamato di tutte queste identità, mi arricchiscono, mi completano, mi aiutano a correggere le asperità del mio carattere e ad esaltarne gli aspetti più luminosi.

chagallCredo, temo, invece che dall’altra parte non si voglia rinunciare alla rabbia – per comodità politica o per incapacità di “prendere con sé”? – non si voglia fare un passaggio ulteriore per arrivare a una pratica di conoscenza vera, invece che a una dinamica di etichettatura per generi e categorie. Mi sembra, in altri termini, che non rinunci alla vendetta. E non contro il sistema patriarcale, sessista e maschilista, bensì contro coloro che lo incarnano in quanto, semplicemente, maschi. Si ha la spiacevole sensazione che non si cerchi il riscatto, ma il suo esatto opposto: il mantenimento di un rancore che è identificativo di un’identità. E dentro esso – dentro il rancore, per mia esperienza – non c’è nessuna possibilità di felicità. Che poi è l’unica “rivalsa” possibile. O così mi ha detto Lucia. La mia amica di sempre. La mia amica lesbica e femminista.

Del disagio (e altri demoni)

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Momenti di mattutino disagio:
– mi chiede l’amicizia, ma non ha la foto profilo
– usa la chat di Facebook come se fosse Grindr
– gli dico che non uso Facebook per rimorchiare e lui prova a rimorchiarmi lo stesso
– guardo sul suo profilo e vedo post sessisti, tra cui stangona con coscia lunga in evidenza e la scritta “condividi se non sei gay”
– rimuovo dagli amici e blocco i messaggi.

Poi però dallo psicologo ci vado io.

Sette

Una sera d'estateAll’inizio di quest’anno avevo scelto sette parole. Le mie compagne di viaggio, per il mio percorso di vita. Un gioco un po’ magico, per attirare il favore del cosmo. Le avevo messe da parte e le guardavo, di tanto in tanto, distrattamente. Le ho riprese in mano, giusto oggi. Guardandole più da vicino, quasi distrattamente. E a distanza del tempo trascorso, dopo aver fatto al giro di boa, posso dire che.

1. Solidità – essere quercia, anche se le radici non sono ancora profonde. Quando un tempo eri edera e ti aggrappavi alle cose. Un po’ dove capitava, lasciandoti condizionare da direzioni casuali

2. Autodeterminazione – scegliere se stessi è difficile. Scegliere secondo ciò che si è e non come là fuori ci si aspetterebbe. Eppure, a volte, succede

3. Pietà – bisognerebbe dimenticare, a volte, di essere fatti di granito. Di essere cuore di diamante. Perché la fragilità degli altri è solo il riflesso della tua, e quando si infrangono sulla tua durezza, le vibrazioni arrivano comunque fino al punto più profondo. Dentro. E, anche quello, fa male

4. Moltitudine – non ho più paura a farmi abbracciare dagli sguardi degli sconosciuti, la cui bontà (è cosa nota) è qualcosa di cui ci si può e ci si deve fidare. Poi ben vengano anche le braccia, quelle vere

5. Pienezza – è un mondo, il mio, popolato da molte assenze. Persone un tempo care sono sparite e la casa è più vuota, adesso. Anche se chi è rimasto fa di tutto per riempirla d’affetto. Eppure c’è un suono che rimbomba un po’ troppo spesso. Ancora

6. Un percorso – Qualcosa dentro si muove ed io, prima o poi, prenderò il volo. Per qualche altrove. È solo all’inizio. Di quella consapevolezza che il viaggio andrà fatto. Chissà dove. E chissà l’attimo

7. Energia – rimpadronirsi del proprio corpo, che ti ha lasciato a piedi (e spesso anche a letto) negli ultimi tempi. Guarirne le macchie, l’anima che ti mostra le sue ferite, giusto perché dentro è invisibile. Guardarsi le mani e pensare: sì, puoi fare grandi cose, ancora. Guardare il sole o rallegrarsi del vento notturno. E trarne ispirazione

(…il resto, va da sé, è in aggiornamento.)

Essere al pride: per chi ancora non è libero

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“Il viso non lo mostro, sono riservato.”
“Andare al pride? Sei pazzo? Poi la gente pensa che sono gay.”
“Sei dichiarato, non possiamo uscire insieme, sono insospettabile e cerco altrettanto.”
“Ok, incontriamoci. Ma solo se sei maschile”.
Questi i discorsi in cui puoi imbatterti a Siracusa, nel 2017, in chat come nelle chiacchiere tra amici.
Nonostante i progressi fatti a livello giuridico e culturale.
Nonostante le unioni civili (che come previsto, prendono atto di un cambiamento e non spostano nulla nella coscienza collettiva).
Per queste persone che ancora non sono libere, è importante dare visibilità di noi stessi/e. Per essere da esempio. Perché il nostro coraggio sia più forte della paura.
Per questo oggi, al Siracusa Pride 2017 è importante metterci la faccia. La differenza tra esserci e non esserci è la stessa tra vivere pienamente e arrancare nell’esistenza. Ed io credo che bisogna sempre scegliere la vita nella sua pienezza. Buona fierezza, buona festa dell’orgoglio. Anche oggi.

P.S.: tesoro, tu che hai paura ad andare al pride perché la gente poi pensa che sei gay, ti do una notizia. Sei gay. Ed è bellissimo. :)

Tra arcobaleno e tempeste

Tavolozza

Quello che faccio, nell’insegnamento così come nella scrittura, è mosso da due forze, tra loro complementari: il “sentire” e il “piacere”. Lavoro in un certo modo perché sento che è giusto così e perché mi piace farlo. Entrambe le mie occupazioni hanno un soggetto esterno, a cui mi rivolgo. È un atto sociale, quindi, perché lo scopo ultimo è quello di condividere saperi, pensiero critico, narrazioni “nuove”.

Certo, sono un essere umano e posso sbagliare. Anzi, sbaglio spesso, soprattutto in quella che è la mia dimensione pubblica. Soprattutto le volte che appaio irascibile, polemico, anche duro di cuore. A mia difesa, dico: è passione. La passione non convive bene con l’intelletto e so che questo è un aspetto su cui devo ancora lavorare, e sodo. Per cui mi scuso per le asperità di cui sono capace, ma è il cuore che decide di battere più veloce del pensiero.

Tutto questo prescinde dalla fortuna che gli sforzi adottati possono ottenere. Le cose possono andar bene o meno, ma per me è al momento un dato secondario. Quando smetterò di divertirmi e di sentire che le cose vanno fatte in un certo modo, guarderò altrove. Certo, è bello arrivare a fine anno con un genitore che ti dice “la ringrazio per il lavoro svolto”, soprattutto se con quella persona hai avuto momenti difficili. Così come sorridi interiormente quando arrivano commenti positivi per l’ultimo articolo o l’ultimo libro pubblicato.

Poi, ovviamente, ci sono le ombre. Importantissime, anche quelle. Perché ti rendono più forte, perché ti aiutano a correggere il tiro. Perché attraverso esse discerni la differenza tra le critiche necessarie e la malafede di chi la produce. Arcobaleno e tempeste sono figli della stessa stella, a ben guardare. Non c’è il primo, se non dopo un cielo grigio. Ed è la luce che, frangendosi nella realtà del momento, genera i colori.

È stato un anno impegnativo, difficile. A tratti crudele. Lo potreste vedere nei segni che ancora adesso sono sul mio corpo. Però è stato un anno che mi ha fatto crescere, anche se credo di essere solo all’inizio di un percorso appena intrapreso. Il senso del viaggio è il viaggio stesso, sto imparando. Così come sto apprendendo a superare i pericoli che lestrigoni e ciclopi disseminano lungo la strada. Con un’unica risorsa a disposizione: la mia umanità. È difficile, ma non può essere altrimenti.

Perché è importante dire chi siamo

decalcomaniaE poi ti arriva questo commento, in privato. Una piccola recensione, involontaria, eppure poderosa nella sua verità.

E tutta la giornata, improvvisamente, assume un senso. Grazie M.A.M., per le tue parole e per avermi permesso di condividerle.

Ciao Dario, mi permetto di scriverle perché ho letto il suo libro Il gender: la stesura definitiva, acquistato in occasione della presentazione a Lecce, e volevo farle i miei complimenti. Oltre ad aver trovato il libro divertente nella prima parte e molto argomentato e colto complessivamente, in maniera dettagliata quale quella di un paper scientifico, mi sono metaforicamente incendiata positivamente leggendo alcune sue parole sull’importanza della visibilità anche, diciamo così, decisa durante i pride.

Io ho sempre pensato che i pride siano importantissimi, e a volte mi sono scontrata verbalmente anche con gay e lesbiche stesse che non amavano l'”ostentazione” pittoresca della manifestazione. Io invece ho sempre creduto fermamente fin da quando ero piccola che finché nel nostro paese saremo discriminati e oggetto di disparità di trattamento legale, allora forza con l’ostentazione: è necessaria! A me non è mai piaciuta la frase che molti eterosessuali dicono palesando la loro posizione non-discriminatoria nei nostri riguardi: «A me non interessa sapere cosa faccia una persona nella propria camera da letto».

Ecco, io penso che invece ancora oggi sia importante DIRE chi siamo e che facciamo dentro (e anche fuori) dalle nostre camere da letto, anche se il contesto apparentemente non è pertinente, perché nominarci, dire che siamo lesbiche e gay ci fa esistere. Il giorno che avremo gli stessi diritti e non saremo più derisi discriminati additati allora potremo dire: «A me non interessa con chi vanno a letto le persone tanto per me sono tutte uguali».

Complimenti ancora per il libro, mi ha fatto convincere ancora di più di quanto sia importante per me, giovane donna lesbica professionista (sono una veterinaria), diventare più attiva nella comunità Lgbtqi. Buona serata.

M.A.M.

Intermezzo a sud

18422958_10154436267065703_1229618972308025497_oIl profumo dello scirocco, che mi trascina in un angolo a scrivere parole intrise d’amore.
Le parole di una sconosciuta, una signora ottantenne che ci racconta della sua ribellione a suo padre, che la voleva zitta perché femmina, e di quando l’anno scorso è andata a Milano per il matrimonio di due suoi amici gay.
Lo sguardo di Gaia e Giovanna, quando mi parlano di come si sono conosciute ed è come cercarsi dentro la loro stessa storia e ritrovarsi sillaba dopo sillaba, coi gesti del volto, tra le pause e i silenzi. Ed io a stento trattengo una commozione che mi ricorda che c’è ancora vita, qui dentro, da qualche parte.
Il volo delle rondini come frecce scagliate da Dio, a promessa di una felicità a venire, tutte dentro il tuo cuore.
La pietra consumata dal tempo, i bambini che ridono, la volontà dell’edera e dei gerani di far capolino dai balconi. Il saluto finale della primavera, che supera ogni sua timidezza.
Di questi giorni a Lecce, porterò queste immagini con me.

Momento simpatia #7: le femministe della differenza

samaraMi interrogo molto sulle cosiddette “femministe della differenza”. Mi interrogo sul loro essere così arraggiate* coi maschi gay e con le donne che esercitano le loro libere scelte (leggi Gpa), nello specifico. Mi chiedo se a monte di certo astio a tanto al chilo ci sia quella sindrome da “vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie”, già isolata da De Andrè, o se sia una conseguenza del fatto che certe signore non sono mai diventate famose quando era il tempo per farlo.

In questo secondo caso, è comprensibile il tentativo di agitare le manine per rimediare un invito in un salotto televisivo qualsiasi delle tre del pomeriggio, in qualche rete sotto-ammiraglia, ma temo che sia anche abbastanza inutile. La carta dell’omosessuale socialmente pericoloso per i destini ultimi del concetto di “normalità” è già stata giocata da ben noti leader omofobi, con libri annessi e palinsesti occupati al seguito.

Per cui, care femministe della differenza, se non volete essere declassate a “club delle poracce” delle due l’una: o superate a destra la De Mari con qualche novità assoluta, tipo piattole carnivore che si prendono solo i gheis (sì, scritto così) e roba simile, oppure magari cominciate a capire che un sereno pensionamento è opzione più che dignitosa. Di certo, più dello scadere nell’universo argomentativo di una sentinella qualsiasi, già difficile da riproporre al family day di Caltabellotta o alla festa della famiglia naturale di Cinisello Balsamo. Per dire, eh. Poi fate voi.

* = termine siciliano traducibile con “arrabbiate”, deriva da “raggia” e indica quella condizione perpetua di rosicamento a prescindere. Una sorta di Lord Voldemort, per simpatia, in collisione con Alessandra Mussolini per la compostezza dei toni. Mixate il tutto e avrete una diapositiva del fenomeno in questione.

Un puntino destinato a svanire

TVset1Ogni tanto il passato bussa all’anima ed è un rimbombo silenzioso. Assomiglia a questa luce di adesso, là fuori. Timida. Lo stesso rintocco di gesti irrimediabilmente perduti. Come quando c’era tutto quel procedimento da fare, per spegnere la tv a casa della zia. Due canali soltanto, due pulsanti dietro. Smanettare con un aggeggio che stava sotto e solo allora premere off, anche se non si chiamava così. E poi di quelle immagini, in bianco e nero, non rimaneva che un puntino destinato a svanire. Ed è come se tutta la vita, in certi momenti, fosse rinchiusa lì. Tenue, come l’ultimo bagliore ad ovest.

È un suono che procede per immagini veloci.

Come lo sfrigolare delle zippole – voi le chiamate frittelle, forse, ma sono zeppole ed è una parola del sud – le sere di san Giuseppe quando la casa in cima alla strada, in quella salita verso il nostro vivere quotidiano, era popolata dal tutto.
Il rumore della macchina da cucire, con quell’incedere regolare sotto il piede e la manovella sapienti.
La luce che nella fessura del palazzo, costruito male, regalava incendi arancioni tra fine autunno e l’inizio di ogni altra stagione.
La vita che fu e che non può tornare (perché lo so, lo diceva anche Tabucchi, per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu e questo è impossibile).
Come il nostro sguardo indietro, per vedere se lei è ancora lì e capire che Ade ha vinto ancora una volta il suo gioco che divora tutto il tempo che ci è stato concesso.
I pomeriggi noiosi, di cui non hai nostalgia, tra le chiacchiere inutili e presenze ingombranti. Eppure è da lì che vieni. Da quei pomeriggi senza prospettive.
La paura dei compiti, per il giorno dopo, nelle domeniche oscure.
E il vasetto col basilico sulla finestra in alto, sulla cucina, che sembrava un saluto al sole.

La vita che fu, appunto. E che non può più tornare.