E buona Pasqua anche a lei, monsignore!

Leggo in un articolo del Blitz Quotidiano le pacate esternazioni del vescovo di Madrid riguardo all’omosessualità:

Vorrei dire una parola a quelle persone che oggi, sostenuti da tante ideologie, non si orientano bene nella sessualità e pensano fin da bambini di essere attratti da persone dello stesso sesso. E per comprovarlo, si corrompono o prostituiscono. O frequentano club per soli uomini. Vi assicuro che finiranno all’inferno.

Queste parole mi hanno fatto riflettere.

Innanzi tutto mi stupisce quel “vi assicuro” finale. Evidentemente qualcuno dall’aldilà si è premurato a mandare un messaggio a monsignor Juan Antonio Reig Pla. E visto che stiamo parlando di inferno, deduco che sia stato il demonio in carne e ossa.

Ancora, fa strano che nel giorno del mistero per eccellenza della religione cristiana, un suo rappresentante senta la necessità di parlare di dark room, di meretricio, di morte e corruzione. Non hanno altri argomenti, dentro le chiese?

Infine: oggi non si dovrebbe festeggiare la vittoria della vita sulla morte? Non dovrebbe essere la celebrazione dell’amore di Cristo per tutta l’umanità? La Pasqua, e lo dico da non credente, non dovrebbe essere la celebrazione suprema dell’amore divino? E tale amore può essere reso col disprezzo per un’intera categoria umana, filtrato per altro attraverso l’ignoranza e la malafede di chi niente sa di milioni di persone GLBT bollate, senza mezzi termini, come pervertiti degni delle fiamme eterne?

Pare, in buona sostanza, che per certi vescovi non sia festa se non riescono ad avvelenare i cuori delle persone che cercano di seguire un messaggio, quello di Cristo, che era di rispetto, di apertura verso il prossimo, di amore universale. Ne consegue che l’unica perversione è quella che ha fatto il vescovo di Madrid del messaggio cristiano. E Gesù, credo, almeno a leggere i Vangeli, non ne sarebbe stato molto contento…

Coppie gay: nella chiesa è guerra tra bande

Dopo le dichiarazioni, già discriminatorie e offensive, del vescovo Urso di Ragusa, arrivano le richieste di dimissioni da parte di Alberto Giannino, dell’associazione culturale dei docente cattolici:

Urso se non condivide il magistero della Chiesa può sempre rimettere il mandato nelle mani di Benedetto XVI tre anni prima della scadenza naturale evitando di generare confusione, sconcerto, e disorientamento tra i fedeli.

Arrivano, quindi, le reazioni alle timide, insufficienti e sciagurate aperture del prelato ragusano. Tralasciando ogni valutazione ortografica sul comunicato del “docente cattolico” – per non parlare delle inesattezze, frutto o di crassa ignoranza o di malafede, sull’omosessualità – per la chiesa cattolica i gay e le lesbiche, evidentemente, devono vivere in stato di minorità giuridica, o avendo diritti inconsistenti (come i DiCo, ai quali si rifà Urso) oppure nessuna tutela.

Ciò che veramente deprime, in questa squallida guerra tra bande cattoliche, è il sostegno che certa parte del mondo gay – incapace di dare legittimità alle proprie scelte di vita senza il placet ecclesiastico – riserva a certi personaggi. Non ci si rende conto, infatti, che se passasse la linea di Urso, si arriverebbe a una legislazione che riserva il matrimonio agli eterosessuali, confinando le unioni civili in una riserva indiana del diritto.

E tutto questo, a ben vedere, è lontano dal concetto di eguaglianza e di democrazia. Per evitarlo, occorrerebbe sentirsi cittadini e non peccatori. E credo stia in ciò la chiave di volta della battaglia culturale da affrontare in Italia sui diritti civili.

L’ombra della morale cristiana sulle coppie di fatto

La notizia è di qualche giorno fa. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, “apre” alle coppie gay. Con tutta una serie di distinguo che in un paese normale verrebbero bollati come omofobe e offensive, mentre in Italia vengono scambiate per fervente illuminismo.

Innanzi tutto, la convivenza viene considerata «un elemento di poca sicurezza», se paragonata al matrimonio soprattutto, unico legame che garantirebbe – ma i fatti smentiscono il vescovo – una maggiore solidità affettiva e relazionale.

Prosegue poi dichiarando:

Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo.

Si noti l’elemento discriminatorio: lo Stato, per gentile concessione del porporato, può riconoscere dei diritti alle coppie di gay e di lesbiche, purché siano diritti azzoppati, inerenti a un istituto giuridico che deve essere diverso dal matrimonio.

Ancora:

Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri [...] la Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore.

In buona sostanza, alla chiesa cattolica viene affidata l’autorità di giudicare l’azione dello Stato, la moralità dei suoi cittadini, la facoltà di decidere che un gay, per quanto tenutario di diritti ridotti, rimane comunque un peccatore.

Il vescovo di Ragusa in realtà – riproponendo la filosofia giuridica che ispirò i DiCo – delinea ancora una volta la superiorità della chiesa sullo Stato. La morale della favola è elementare. Le istituzioni facciano quello che vogliono, alla fine, a decidere tra bene e male saranno sempre loro: i preti.

Temo, per altro, che queste dichiarazioni siano il trailer di un film già visto – la legislazione cattolica del pd in merito alle coppie di fatto, ovvero leggi discriminatorie e inefficaci sul piano della tutela giuridica – nel quadro di un cambiamento di rotta politica, qualora dovesse mutare la geografia politica del paese.

Lo scopo? Gettare anche sulle coppie gay e lesbiche l’ombra dell’etica cristiana, in vista di un loro riconoscimento. Controllare, in altri termini, le scelte di vita di un intero tessuto sociale che al momento, seguendo scelte di vita precise, si pone di fatto al di fuori del magistero ecclesiastico.

Un progetto culturale che ha radici lontane e che risalgono proprio al disegno di legge presentato, nel 2007, dall’ala pseudo-solidale e concretamente omofoba, rappresentata da Rosy Bindi, di quello che sarebbe stato il partito democratico.

A questo progetto – inaccettabile e offensivo, oggi come allora – occorre ribellarsi con ogni energia.

Non date la comunione ai gay

Sarà che oggi mi sono svegliato un attimo col piede storto.
Sarà che devo ancora prendere il caffè.
Sarà che sono il solito senzadio.

Ma.

Apro Facebook, trovo la notizia che il vescovo di Grosseto se ne esce con dichiarazioni tipo «a uno come Vendola non amministrerei mai la comunione. L’omosessualità è un peccato gravissimo» e penso: ma chi la vuole.