A Raoul Bova piace il matrimonio gay. Il pride un po’ meno…

Raoul Bova di passi avanti ne ha fatti. A cominciare dalla sua adesione all’appello lanciato da Vanity Fair alla ministra Fornero, per sostenere l’allargamento del matrimonio alle coppie gay e lesbiche. E per questo lo si ringrazia e gli diciamo pure “bello e bravo!”.

Tuttavia ci tiene a precisare che a lui, il pride, proprio non piace. E se vogliamo dirla tutta, ne ha ogni diritto. La cosa che mi stupisce, però, è che lo ha detto proprio in relazione al suo sostegno al matrimonio. Un po’ come a dire: ok, stessi diritti per tutti, però non allarghiamoci.

Ed è proprio quel “però” che mi lascia qualche perplessità. È un po’ come se dicessi: ok, difendiamoli i diritti dei lavoratori. Però ribadisco la mia contrarietà al Concertone del primo maggio. Suona strano, no?

Vogliamo, per altro, ricordare che la filosofia del pride è quella per cui il corpo, oppresso dagli eccessi del perbenismo borghese, si spoglia dei “doveri esteriori” che la società ci applica addosso come catene per frenare il nostro io più vero e profondo? Poi ognuno scelga la sua mise, per dire no ai freni imposti dagli altri. Io, ad esempio, vado ai pride sempre in jeans e camicia.

Ad ogni modo, Raoul avrà il tempo di capire, se lo riterrà necessario, che le feste dell’orgoglio gay servono a promuovere – in mezzo alla musica, ai coriandoli e ai lustrini – proprio quei diritti che lui stesso considera imprescindibili. Intanto lo ringraziamo per la solidarietà: di questi tempi, a ben vedere, non è mai troppa.

Che ne sanno Santanché e Checco Zalone del matrimonio gay?

Ci risiamo. Ancora una volta il giornalista di turno – in questo caso del Corriere, forse invidioso che tale pratica fosse divenuta quasi esclusiva di Vanity Fair – chiede pareri sulla questione omosessuale a chi non ha titolo per parlarne.

Come nel caso di Daniela Santanché che reduce dalle difese del bunga bunga, può adesso permettersi di dirsi impressionata all’idea che Paola Concia possa essersi unita davanti alla legge con la sua compagna: «Io mi impressiono, voglio impressionarmi, accidenti! Non voglio abituarmi a certe robe…»

La domanda conseguente è semplice: qual è l’esigenza da parte di giornalisti e cronisti di conoscere il pensiero di persone inammissibili su temi che andrebbero trattati con il dovuto rispetto?
Perché chiedere alla Ferilli che ne pensa dei matrimoni gay o a Checco Zalone delle adozioni? Qual è l’utilità? Che competenza hanno queste persone su questi temi?

Per altro: questa gente viene ugualmente interpellata per il nucleare, per la crisi economica, per l’acqua pubblica? No. E se la si interpella sui matrimoni gay è solo per svilire il discorso.

Perché se di certe cose può parlarne un saltimbanco qualsiasi è perché l’argomento non è serio. Questa è la filosofia.

Adesso sapere che l’ex leader di un partito di estrema destra sia favorevole o meno a certe questioni ha lo stesso valore della contrarietà di Massimo Boldi ai referendum sul legittimo impedimento o del biasimo di Flavia Vento rispetto all’aumento dell’IVA. Il problema però è che il giornalista interpella questa gente solo sui froci.

Un modo facile e semplice, a ben vedere, per riempire una pagina di un qualsiasi giornale italiano. Non importa se intrisa di luoghi comuni, di dichiarazioni offensive e di informazioni sbagliate.

(musa: Milla Delle Ore)

Trote e culattoni

«Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga”.»

Renzo Bossi, figlio del più conosciuto Umberto, qualifica che ormai lo contraddistingue (pare sia l’unica voce del suo curriculum), in un’intervista a Vanity-pattume-Fair.

Il mondo gay ringrazia, all’unanimità.

(che poi ti chiamano pure “il trota”, ricordatelo sempre).