Tutti i numeri del precariato

Siamo tre milioni e cinquecentomila. Precario in più, precario in meno. Contrariamente a quello che si dice, non siamo un peso per lo Stato, e per due ragioni: la prima, svolgiamo un servizio senza il quale scuole, ospedali ed enti pubblici chiuderebbero. In altre parole, lavoriamo, non chiediamo l’elemosima. La seconda ragone: di quella cifra solo un terzo lavora nel pubblico impiego. Gli altri stanno tutti nel privato.

A quanto pare solo il 15% è laureato. Moltissimi i giovani. La media retributiva è di 800 euro al mese. Le donne, strano ma vero, sono pagate di meno.

La maggior parte dei precari sta laddove c’è disoccupazione, cioè nelle regioni del sud.

I numeri, usciti oggi in un articolo di Repubblica, ci lasciano una fotografia che suggerisce un’evidenza: combattere il precariato significa risolvere almeno tre mali storici del nostro paese. La disoccupazione giovanile, la subalternità delle donne, la questione meridionale.

La politica di domani deve ricominciare da qui. Tutto il resto è già visto. E porta a nuovi eserciti di disperati. Di cui non si sente davvero il bisogno.

La prima nota di grazia

La prima nota di grazia che mi ha accolto, stamane, dopo tempo che non andavo a Catania, è quella dei pupi siciliani: i paladini della saga carolingia, Rinaldo, Rolando, i mori… le chiome lunghe, i baffi all’antica e poi lo sguardo fiero, di latta e terracotta.

Ho vissuto sotto il vulcano per tredici anni. Quasi quattordici, in verità.

Subito dopo, ho visto il liotro, l’elefenate di lava con l’obelisco sul dorso. Il colore era il grigio. Cupo, terribile come un’eruzione di notte, della statua dell’animale. Quello più benevolo, ancestrale, del marmo greco. E ancora il cielo, latteo, tra nebbia e rabbia.

E poi.

I balconi del monastero, austeri e imbrociati, a dispetto del barocco che li ha forgiati.
Le chiacchiere “diaboliche” con Giovanni, al cospetto dei suoi cibi pregiati.
Gli occhi, sempre belli, del Filosofo, i suoi gatti e il suo terrazzino sopra i tetti d’argilla.

Sopra ogni cosa, il vulcano. E il cielo. Tempestoso in lontananza, ma placido. Come la gente del sud.

Oggi la mia città d’adozione mi è mancata come mai negli ultimi anni.
E oggi un po’, in mezzo al grigiore benevolo, l’ho ritrovata per com’era quando ogni cosa assumeva le sfumature dello stupore.