Solo il giorno più lungo…

Comprare uno stereo che non sarà mai materialmente tuo può mai essere un passo, uno qualsiasi, verso la riappropriazione della propria vita?

Intanto.

Vivo in una terra il cui tramonto sposa il cielo alla labradorite ma questo non riesce ad essere, quasi mai, una consolazione. Nonostante tutto.
Non può mai esserlo, quando il tuo cuore batte tre sillabe, di volta in volta. Tre sillabe. Se le leggi veloci viene fuori: esodo.
Non può mai esserlo perché questa continua ricerca di senso e di significato dovrebbe avere come ingredienti primari una nuova storia e delle parole nuove. Le seconde, per raccontare la prima. Eppure tutto intorno, a volte, è di un silenzio che disorienta. Però la gente si lamenta con me, perché secondo loro non ho mai niente da dire. Io, non avrei nulla da dire…

(Ma mi hai chiesto quand’è stata l’ultima volta che sono stato felice? O che ho pianto. Guarda che per me è lo stesso.)

Per concludere: domani sarà solo il giorno più lungo. Anche se, come ogni giorno, durerà solo ventiquattr’ore. E forse questo consola. Chissà.

Querce e gramigne

Sentirsi come chi ha tanto inchiostro, per raccontare la propria storia. Ma ho poca carta e chi dovrebbe portarla la lesina con troppa prudenza. E poi succede che la gente sembra non capire, che esistono cose così profonde racchiuse dentro e invece si scambia un principio di infinito per una scheggia di tempo e si apprestano strumenti, bilance, se ne giudica il peso. Come se l’infinito potesse esser misurato.

Mi è difficile spiegare bene, dovrei parlare di tutto ciò che provo. E cioè che a volte anche un istante solo può raccogliere tutta la vita di cui si è capaci e se si è stati totalmente vivi in quell’istante, la piccolezza di quell’attimo non rende la nostra vita meno “viva”. Meno vera. La vita non dovrebbe mai essere una questione di quantità.

Una scheggia è pur sempre una scheggia, ma tutto quello che può esserci dentro non basterebbe una vita per raccontarlo, soprattutto quando non hai pelle e tutto ti attraversa.

Ciò che sfugge è che, almeno per me, per quel che mi riguarda, quel poco potrebbe essere come il seme di un albero che chiude in sé secoli interi tutti a venire.

Adesso può pure darsi che il seme non verrà mai piantato ma si può dire che l’albero potenziale non sarebbe mai diventato una quercia nobilissima? E non riusciamo forse noi a cogliere, di fronte ai colori infiniti di un campo di fiori, la differenza profonda che esiste tra un albero e una gramigna? Ed è questo, a ben vedere, che rende tutto ciò che viene dopo, di volta in volta, come insopportabile, auspicabile o irrimediabilmente gravido di nostalgia.