Seibezzi tra diritto, “cultura della vita” e minacce di morte

Camilla Seibezzi è una consigliera comunale di Venezia, con la delega da parte del sindaco Orsoni ai Diritti civili e contro le discriminazioni. Coerentemente con il suo lavoro, ha fatto una proposta che reputo giusta e condivisibile: ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido: invece di inserire i termini “padre” e “madre”, questi verranno sostituiti con “genitore”.

La ragione la spiega la consigliera stessa in un video all’Ansa: «La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono semplicemente li comprende. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che va a iscrivere i propri figli a scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli venga compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”».

Viviamo in una società in cui la famiglia eterosessuale è, ormai, una delle tante realizzazioni possibili. Sicuramente maggioritaria e certamente degna di ogni rispetto, ma altrettanto relativa rispetto ad altre forme familiari ormai presenti anche nel nostro paese.

Una scelta di buon senso, dunque, che non solo non è lesiva per le coppie eterosessuali, sposate o meno, credenti o laiche, ma che include nell’ambito del diritto anche tutte quelle realtà familiari e genitoriali che al momento sono escluse dal riconoscimento pubblico. Un atto di giustizia, per dirlo in altre parole.

Ovviamente la cosa non ha tardato a infiammare polemiche da parte dei soliti noti. UdC, Lega e Fratelli d’Italia – rispettivamente: un partito che ha fatto eleggere diversi esponenti condannati o indagati per mafia, un altro che ha fatto del razzismo la sua cifra politica (si ricordino gli insulti a Kyenge) e un drappello di ex fascisti che si sono fatti un partito a parte per la vergogna di stare nella stessa sigla di Berlusconi, ma non abbastanza coerenti con quel sentimento per correre da soli – hanno tuonato le solite litanie apocalittiche sulla fine della famiglia tradizionale.

E si sa: poiché viviamo nel paese in cui viviamo, all’omofobia di palazzo segue sempre quella di strada. E questa ha un linguaggio e uno soltanto: la violenza. Camilla Seibezzi, infatti, è stata minacciata di morte sul web per la sua iniziativa.

Evidentemente, la cultura della vita – tanto decantata dai tutori della famiglia eterosessuale e cattolica – ha bisogno dell’istigazione alla violenza, del mantenimento delle disparità, delle discriminazioni e delle minacce di omicidio per poter salvaguardare i milioni di “padri” e “madri” che vivono in Italia. Fossi in loro non vivrei poi così tranquillo…

Ci dovremmo essere abituati, visto che quella cultura ha già prodotto fenomeni analoghi con chi, nel corso dei secoli, ha semplicemente tentato a pensare con la propria testa: roghi, caccia alle streghe, inquisizioni e crociate dovrebbero renderci avvezzi a un certo tipo di esternazioni. Eppure la ragione umana non si rassegna di fronte all’esibizione di certa inciviltà.

Personalmente esprimo la mia più totale vicinanza umana e la mia più assoluta solidarietà per Camilla Seibezzi. Il suo impegno testimonia che, a volte, non è vero che la ragione – intesa anche come intelletto – non può stare da una parte sola. In tutta questa storia vedo, da un lato, un tentativo di rendere questo paese più civile; dall’altro, la solita logica basata su arroganza, prevaricazione e odio sociale. Quest’ultima non può e non deve avere cittadinanza. Non più.

Caro movimento LGBT, o tifi USA o tifi Idem

Qualche giorno fa è uscito un comunicato di solidarietà da parte di diversi esponenti nazionali del movimento LGBT in supporto della ex ministra Idem.

In queste ore seguiamo con apprensione l’evolversi della vicenda che coinvolge la Ministra Josefa Idem e le accuse di illecito che le vengono rivolte. Senza entrare nel merito della questione giudiziaria, rispetto alla quale solo la Magistratura è titolata ad esprimersi, stigmatizziamo la deriva misogina che questa vicenda ha raggiunto nei commenti di alcuni rappresentanti della politica e con sospetto osserviamo la curiosa simultaneità di questa vicenda con altre di ben altra evidenza rispetto alla quale il caso Idem ha quasi i connotati di un diversivo perfettamente organizzato. Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie. Pertanto è con preoccupazione che accogliamo l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del Ministero alla Pari Opportunità, eventualità che potrebbe mandare in fumo il lavoro che con serietà e spirito di dedizione la Ministra Josefa Idem ha costruito fino ad oggi. A Josefa Idem inviamo la nostra solidarietà per la violenza degli attacchi di cui è vittima e al Governo l’invito alla ponderazione nel valutare gli esiti di scelte affrettate rispetto a una vicenda ancora oggi poco chiara.

Flavio Romani (presidente Arcigay)
Paola Brandolini (presidente Arcilesbica)
Rita De Santis (presidente Agedo)
Giuseppina La Delfa (presidente Famiglie Arcobaleno)
Porpora Marcasciano (presidente Mit)
Titti De Simone (presidente comitato Palermo Pride)

Adesso, va benissimo che si stia vicini/e a una ministra attaccata in quanto donna. Il maschilismo è uno dei tanti ingredienti dell’omofobia, d’altronde. Ma c’è un passaggio, in quel comunicato, che lascia alquanto perplessi: “Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie”.

Bene, mi pare che le dichiarazioni di Idem non vadano nella direzione narrata nel comunicato. Perché sarà pur vero che ha speso parole di sostegno verso la questione omosessuale e transessuale, ma – e ricordiamolo sempre – non certo in seno alle richieste del movimento LGBT.

Il pensiero di Idem, infatti, potrebbe essere così riassunto: l’Italia non è pronta al matrimonio egualitario, per le adozioni non è il momento politico opportuno, un’accelerazione in tal senso metterebbe a rischio il governo, le unioni civili sono più che sufficienti e in fin dei conti la linea da seguire la decide il Pd. Più che un’elaborazione politica sembra  una “charte octroyée” da burocrate di partito.

E si badi, questo comunicato nasce poco prima della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha rigettato l’esclusività eterosessuale del matrimonio. Mentre il mondo va avanti, le associazioni nazionali LGBT in Italia fanno il tifo per personaggi come Josefa Idem, la cui linea, e ricordiamoci anche questo, si basa sulla creazione di istituti separati e a diritti minori per le persone LGBT. Mentre il mondo va avanti, in Italia si tifa per l’apartheid, in altre parole. E mi spiace dirlo, perché tra quelle firme ci sono persone che conosco personalmente e verso cui ho sentimenti di stima e amicizia.

L’ennesimo passo falso del nostro sgangherato movimento che denuncia un deficit di strategia e, soprattutto, una certa difficoltà a leggere i cambiamenti che ci circondano. Avranno un bel da fare i leader LGBT italiani a essere credibili tra il tifo per chi ci vuole a cittadinanza limitata e esultanza verso fatti storici di segno diametralmente opposto.

Sfiga Nuova

«Le perversioni vanno curate». Firmato Forza Nuova.

È successo alla sede del Cassero, a Bologna, la sede locale dell’Arcigay, una delle più importanti d’Italia, per il suo significato simbolico e per la sua storia: i militanti del centro di cultura gay si sono ritrovati questo bello striscione, proprio all’ingresso.

Le reazioni?

In rete è già scandalo.
La politica si ribella: perfino Mara Carfagna non crede ai suoi occhi e lancia strali. L’unica a criticare la comunità LGBT, invece di portare solidarietà incondizionata, è tale signora Noè, notabile locale in quota UdC – e qui parte, in automatico, l’ettepareva di rito.

Io penso una cosa e una soltanto: questa gentaglia ha bisogno delle comunità che disprezza per farsi pubblicità. Se non ci fossero gay, ebrei, neri, ecc, Forza Nuova non avrebbe nessuna attenzione mediatica, come non si dà spazio – al di là di qualche quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria (e anche Warhol, ricordiamocelo, era gay) – alle bravate dei teppistelli da stadio o di periferia.

Ottenendo, per altro, l’obiettivo opposto rispetto quello prefissato: la comunità è, infatti, ancora più vicina alle persone LGBT. La solidarietà (alla quale mi associo) di queste ultime ore lo dimostra.

Ecco, proprio per questa ragione, mentre non c’è nulla che dimostri che essere gay sia una perversione – anzi, semmai è vero l’opposto – ogni cosa evidenzia, al contrario, quanto i ragazzi di questa formazione di sfigati abbiano bisogno di vedere uno bravo. Chissà mai che si rendano conto di rappresentare uno dei tanti reflussi gastrici della storia, provare vergogna e, di conseguenza, correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

Dall’amore non si guarisce, dall’odio sì

È successo lunedi scorso, in tarda serata. Intorno all’una di notte, grosso modo.

«Stavamo caminando con una coppia di miei amici verso la piazzetta di Monti, quando un tipo che con dei suoi amici stava andando nel verso opposto al mio, mi colpisce con una spallata. Io gli ho chiesto spiegazioni e lui ha incominciato ad insultarmi.»

Marco Palillo, militante gay del Partito Democratico, era in giro per il centro di Roma, con due amici, Leo e Dario. E mentre passeggiava è stato aggredito e insultato, gratuitamente. Gli ho chiesto di raccontare la sua storia ed è stato così gentile da rilasciarmi questa intervista, che pubblico per esprimergli la mia piena solidarietà.

Con quale pretesto sei stato avvicinato?
«Non sono stato avvicinato. Sono stato colpito, mentre camminavo.»

Avevi avuto sentore di esser stato preso di mira oppure ti sei ritrovato in quella situazione spiacevole di punto in bianco?
«Sono sicuro che quell’uomo avesse voglia di provocare una rissa, altrimenti non si spiega la forza con cui mi ha urtato mentre camminavo.»

E dopo gli aggressori cosa hanno fatto?
«Ha iniziato a urlarmi contro “mortacci quanto sei frocio”, “frocio di merda” e cose del genere…Noi a quel punto abbiamo preferito non rispondere e rifugiarsi dentro un bar.»

Come ha reagito la gente che stava lì in zona?
«È durato tutto pochi minuti. Nessuno ha avuto tempo di reagire. Neanche io. Di solito, sono uno che sa rispondere a tono alle offese gratuite.»

Hai sentito la vicinanza e la solidarietà della comunità GLBT?
«Ho sentito la vicinanza dei miei amici, prima fra tutti Paola Concia, e del mio partito il PD. Ho ricevuto attestati di solidarietà e amicizia da Equality, Gay Center, Gaylib, SEL, i Giovani Democratici, Luiss Arcobaleno, il circolo Mario Mieli e tanti altri singoli esponenti del movimento LGBT. Ringrazio ovviamente tutti di cuore per l’affetto.»

Tu sei un giovane militante politico. Cosa pensi debbano fare concretamente le istituzioni, attraverso l’azione dei partiti, per evitare che vi siano altre aggressioni e altri pestaggi?
«Le istituzioni devono innanzitutto capire che non se ne può più della solidarietà e degli atti di condanna, servono le leggi per arginare finalmente quelle sacche di violenza che sono presenti sul nostro territorio. Se in Italia la legge Mancino vigesse anche per gli omosessuali io avrei potuto denunciare il mio aggressore per le offese ricevute. Invece, allo stato attuale non è così.»

L’apertura a diritti specifici, quali il riconoscimento delle coppie di fatto o l’apertura al matrimonio per le coppie gay e lesbiche, secondo te, è uno strumento culturalmente valido per arginare e debellare il fenomeno dell’omo-transfobia?
«Io ho sempre detto che la prima arma contro l’omofobia sono i diritti. Quegli stessi diritti che tutti i paesi fondatori dell’Unione Europea garantiscono alle coppie omosessuali. Detto questo oltre ad una legge di stampo europeo sulle unioni gay, possibilmente il matrimonio, serve anche una normativa a contrasto della violenza omofoba e transfobica, per costituire quegli anticorpi sociali che servono a questo paese per fermare l’intolleranza e la cultura della sopraffazione.»

Quanto le dichiarazioni di certi politici, di destra e anche di sinistra, incidono culturalmente, seppur non direttamente, in questa cultura dell’odio?
«Certo. Alimentano quel clima culturale che porta poi ad avere gente che come nel mio caso si sente libera di insultare una persona per strada. C’è un senso di impunità che è inutile negare viene avallato da parte di certe aeree politiche. Del resto se esponenti importanti del parlamento arrivano persino a negare che ci sia stato la persecuzione degli omosessuali durante il nazismo…»

Cosa diresti ai tuoi aggressori, se dovessi incontrarli in un confronto diretto?
«Gli direi che dall’amore non si guarisce, dall’odio sì. Curatevi e vivrete più sereni.»

Il mare arrabbiato di Lidia

Quel giorno Lidia mi chiese se poteva sedersi vicino a me. Non era la mia ora di lezione, stavo solo facendo una supplenza. Avevo detto ai ragazzi di fare i compiti per il giorno dopo, mentre io interrogavo qualcun altro sull’analisi del periodo. Tra qualche mese hanno gli esami, in fondo.

Lidia era abbastanza pensierosa.
«C’è qualcosa che non va?»
«Nulla…»
Ma i suoi occhi erano rivolti verso il vuoto, non mi cercavano, non trasmettevano il suo solito sguardo di spensieratezza e leggera irriverenza.

Crescono in fretta i ragazzi di periferia, pensavo. Se portassi Lidia, o tutti gli altri, in una seconda o in una terza di liceo, si confonderebbero con ogni facilità. Sono più grandi, anche fisicamente. E più svegli. Hanno cercato il mio nome su Google ed è venuto fuori il mio vissuto da militante gay. Soprattutto i video su Youtube. La cosa li ha destabilizzati, credo sia la prima volta che si trovano di fronte un omosessuale dichiarato. Qualcuno mi ha fatto pure un brutto scherzo. E la voce è girata, per la scuola. Qualche allievo mi chiama pure Elfo Bruno, per i corridoi…

A tutto questo, pensavo, allo scompiglio portato, senza volerlo. Al fatto che nelle cosiddette scuole “difficili” diventi forte a tua volta, anche se controvoglia. E poi, in mezzo a questa selva di pensieri, Lidia si gira e il suo sguardo è un’onda di mare arrabbiato.

«Le devo dire una cosa importante.»
«Dimmi pure.»
«Mi imbarazza…»
«Non lo dirò a nessuno.»
«Riguarda lei.»
Riesco a convincerla, solo sorridendo e con poche parole. E quindi Lidia mi dice che sì, lei mi stima. Perché ha visto i filmati. E lei, al posto mio, non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. Di venir fuori. E non perché pensa che essere gay sia qualcosa di sbagliato. Ma perché avrebbe paura. Tutto questo mi dice, con voce un po’ spezzata, ma subito dopo forte, a sua volta.
«E anche Miriam lo pensa.» Mi confessa alla fine.

E dal fondo dell’aula, Miriam, anche lei, col suo sorriso che è un’alba dopo la pioggia, mi dice che è vero. E di seguito, anche Stefano.
«Ma prof, io la stimavo anche prima di saperlo, eh!»

E sorridono. E sono bellissimi. E io, per non commuovermi, divento un po’ burbero e la butto sul ridere.

Ho parlato dei miei allievi, ma non ho usato i loro nomi reali, in questa storia che è assolutamente vera. Ad ogni modo grazie, ragazze e ragazzi miei. Davvero. Un giorno ve lo dirò a voce: a volte si sente il bisogno di un abbraccio. Soprattutto se insperato, improvviso, pronto a esplodere come una risata, limpida e pulita, di quando hai tredici anni. Grazie davvero. Mi avete insegnato molto. Un giorno ve lo dirò.

Il valzer dell’ipocrisia

Ecco il comunicato stampa di Bindi sull’aggressione a Paola Concia e alla sua compagna:

La mia solidarietà e quella di tutta l’Assemblea nazionale del Pd a Paola Concia e alla sua compagna per l’ignobile aggressione subita ieri sera. Mentre rinnoviamo la nostra ferma condanna per ogni forma di intolleranza e di violazione della dignità e della libertà delle persone ribadiamo l’impegno del Pd per una pronta approvazione della legge contro l’omofobia.

Comincia il balletto della solidarietà ipocrita.

Rosy Bindi avrebbe dovuto scrivere:

scusaci Paola, per essere, in quanto parlamentari cattolici e portavoce del pensiero di questa chiesa, i MANDANTI MORALI dell’aggressione che ti ha coinvolta assieme alla tua compagna.

Credo che posta in questo modo, sarebbe stata più credibile.

Se si usano i gay solo per abbattere Silvio…

La gara di solidarietà che da ieri si è aperta a favore di gay, lesbiche, bisessuali e trans italiani/e – sebbene la battuta di Berlusconi fosse limitata solo ai “froci” del paese – se da un lato ha, per così dire, ricollocato al centro del dibattito politico la questione GLBT, dall’altro ha un certo fastidioso sapore di carità pelosa che serve solo a politici, media e anche a un certo attivismo, pure omosessuale, a logorare l’ormai obsoleta e squallida italietta del Popolo della Libertà e, soprattutto, il suo più insostenibile esponente.

Atteggiamento più o meno smaccato, a ben vedere. Se l’inutile Bersani ne prende spunto per gridare allo scandalo, senza spendere una sola parola di vicinanza contro gli offesi, seguito a ruota da una Bindi che ieri a Ballarò si è limitata a prendere le distanze dalla volgarità del nostro amatissimo premier senza null’altro aggiungere – questo per altro è quello che succede quando affidi un partito a gente omofoba e/o codarda – altri protagonisti dell’agone politico si sperticano in critiche contro l’infelice boutade del Cavaliere: a cominciare da Concita De Gregorio che, per carità, pare quanto di più lontano dall’omofobia ma quanto più vicino al concetto di ignoranza sui temi trattati se poi ti viene a dire, appena può, che i DiCo, scritti da un’omofoba per l’appunto, sono quanto di meglio possa capitare a una coppia gay o lesbica italiana. Contenta lei…

Gli stessi giornali come Repubblica e il Corriere – troppo spesso indulgenti verso un comportamento nel migliore dei casi riprovevole quando si è trattato, per questo o quel pride, di sbattere tette e culi delle “solite” trans in prima pagina (e di chiamarle al maschile seppur glielo si sia spiegato che è offensivo), ignorando il dato politico delle manifestazioni – affermano di non credere ai loro occhi e orecchie rispetto a quanto detto dal presidente del consiglio.

Ci sarebbe da chiedersi dov’erano tutti questi campioni di sentimenti gay-friendly quando altri attori politici, a cominciare dai loro datori di lavoro, hanno fatto battute forse meno volgari ma ugualmente violente: alludo alle dichiarazioni di D’Alema, della stessa Bindi, di molti altri esponenti di spicco del partito democratico, dell’UdC, del Vaticano e via discorrendo.

Fermo restando che quella battuta, meglio puttaniere che frocio, è sicuramente grave, ma non molto più grave di un “una coppia gay la genitorialità se la sogna”, “i gay smettano di offendere il sentimento religioso dei cattolici emulando il matrimonio”, accostamenti vari alla pedofilia, ad altre patologie mentali, all’evasione fiscale e tanto altro ancora.

La De Gregorio, l’Unità, Repubblica, il pd che ci crede (o che fa finta), altri settori della sinistra più o meno estrema e tutti i frociaroli dell’ultima ora quali barricate mediatiche hanno alzato quando c’era da scatenare tempeste di certo altrettanto urgenti e opportune?

Questo glorioso esercito della dignità del mondo gay sarà così pronto, così sferzante, così presente e puntuale quando si tratterà di parlare di cose fondamentali ovvero di leggi vere e efficaci sui diritti e contro le violenze e non le scempiaggini, dai DiCo in giù, offerte e per altro mai approvate, degli ultimi anni?

Perché, sia chiaro, se le parole di Berlusconi sono gravi non è perché sono state proferite da lui, ma perché rimandano a un sentimento condiviso da una grande percentuale di italiani: l’omofobia. Ma essere usati, come categoria sociale, non come strumento di lotta a quel sentimento, ma semplicemente di opposizione al premier per poi essere dimenticati quando sarà ora di dimostrare quanto in realtà si è vicini alla causa GLBT è grave e volgare tanto quanto certe battute, sicuramente gravi e offensive. A futura memoria.

Dare un senso all’orgoglio GLBT

Oggi sarò al Catania Pride. Anche per questa volta, nonostante tutto. E le ragioni, se vogliamo, sono le stesse per cui sarei andato al Pride di Roma: per riprendermi ciò che mi appartiene, nonostante terzi abbiano deciso di farne un campo di battaglia di personalismi di più varia natura.

Ma di questo ne parlerò, in un secondo momento. Oggi la gente di Catania ha bisogno di capire che il popolo rainbow c’è. E chi sta ai margini della strada, perché ha paura, perché si vergogna – perché ha paura e si vergogna di vivere per come dovrebbe essere – deve capire che c’è una risposta a quel desiderio di vita, di completezza, di dignità.

Non so se chi decide di creare lacerazioni e distinguo si rende conto di questa urgenza, io nel mio piccolo non posso che cercare di dare questo senso al Pride. Crederci ancora, nonostante tutto.

E siccome il Pride è un momento in cui ci riappropriamo di un pezzo di realtà, voglio dare un significato ulteriore a questa giornata, marciando oltre via Etnea e tornando a Roma, idealmente, in via Gabi, dove sta l’omonima libreria. Un progetto culturale coraggioso, da parte di due donne, che hanno rinunciato a tutto per aprire un luogo dove ci si può confrontare, dove fare cultura, dove acquistare libri per sognare, per crescere, per riflettere.

La Libreria Gabi, diventata nel frattempo luogo di incontro della comunità GLBT romana, rischia però di chiudere e ha bisogno del nostro aiuto per non morire. Perché Marinella e Flaminia hanno fatto di quel progetto il loro romanzo personale e hanno permesso a chiunque di diventarne protagonista, anche solo per una volta. E se è vero che le emozioni non si interrompono mai, sarebbe una grande perdita chiudere questo romanzo a metà.

Se volete dare una mano o per saperne di più, andate a leggere l’appello per la libreria Gabi.

Fare di questo mondo un posto più bello per le persone GLBT significa, a volte, partire proprio da noi. Ovunque noi siamo.

Processo a Nomadelfia

PREMESSA

Nomadelfia è una comunità di cristiani che hanno deciso di seguire l’insegnamento del Vangelo in modo integrale. Come si legge nel sito ufficiale e nelle pubblicazioni della stessa comunità, è una struttura sociale di tipo patriarcale che segue determinate regole quali il lavoro non retribuito, la comunità dei beni prodotti, l’obbligo scolastico fino ai diciotto anni, la facoltà di accogliere bambini in affido, purché cattolici, un certo controllo nella fruizione dei mezzi di informazione, un’economia basata sul rispetto della natura e l’obbedienza alle regole imposte all’interno della comunità.

Alcuni allievi della scuola dove lavoro sono stati mandati in gita in questa comunità per capire cosa induce un insieme di individui ad aggregarsi attorno a un progetto di vita e, subito dopo, si è sviluppato un dibattito per capire se quel modello sociale, basato sull’adesione al cattolicesimo romano e strutturato su un’economia comunitaria, è esportabile nella società attuale. Ne è nato un processo che si è concluso con una vera e propria udienza in un tribunale fittizio.

La classe in questione si è divisa in due fazioni: i favorevoli al fatto che il modello nomadelfiano venisse esportato e i contrari. Il coordinatore del progetto faceva da moderatore al dibattito tra le due fazioni. Ogni fazione aveva un testimone, uno favorevole, uno contrario, che veniva interrogato dalla parte opposta.

A dover decidere il verdetto finale una giuria. Il caso ha voluto che in quella giuria ci fossi pure io.

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PRO E CONTRO NOMADELFIA

Le due fazioni hanno così motivato le loro ragioni.

La fazione favorevole vede in Nomadelfia un modello solidaristico vincente, sia sotto il profilo dei rapporti umani, improntati sul rispetto della dignità della persona, sia sotto l’aspetto economico, caratterizzato dalla gestione razionale delle risorse. I valori positivi riscontrati sono quelli dell’accoglienza delle persone bisognose (bambini orfani e in gravi situazioni familiari, per lo più) e l’adesione al credo cattolico.

La fazione dei contrari, invece, vede nei modelli educativi imposti a Nomadelfia – basati sull’osservanza alla fede e normati sia nelle scuole sia dalla continua supervisione della comunità degli adulti – il pericolo del pensiero unico. Non si apprezza, inoltre, quella che viene definita “censura” (i programmi televisivi sono filtrati) e il modello economico viene criticato per essere utopico.

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LA GIURIA

Il collegio dei giurati di cui ho fatto parte era composto da docenti e allievi. Premetto che l’invito a partecipare al dibattito e al “processo” è stato esteso a tutti i docenti interessati, ma solo alcuni hanno dato la loro disponibilità.

Abbiamo dovuto valutare sia il gruppo classe, sia il modello sociale propostoci per decidere se applicarlo, idealmente, a questa società o meno.

Il problema, perciò, non era discutere la legittimità dell’esistenza di Nomadelfia – ogni esperienza è legittima, per altro, purché non violi la libertà dell’individuo e il suo libero arbitrio – quanto capire se la nostra società possa essere rimodellata sui canoni proposti dalla comunità nomadelfiana.

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LA SENTENZA

Su alcuni valori espressi dalla comunità di Nomadelfia ci si rende conto che essi sono non solo largamente condivisibili, ma anche auspicabili.

Per quanto riguarda la gestione delle risorse, ad esempio, e una maggiore attenzione ai problemi ambientali, andrebbe esteso a larghe fasce sociali un certo tipo di rispetto e di attenzione per determinati fenomeni. Tuttavia, a ben vedere, queste prerogative non sono specifiche di Nomadelfia, in quanto le ritroviamo nei programmi politici di numerosi partiti (progressisti e verdi) esistenti in Europa e nel mondo, oltre a essere alla base dell’azione di molte realtà associative.

Per quanto riguarda l’accoglienza e la solidarietà, anche qui non si può non essere in disaccordo, ma anche qui occorre fare attenzione che il modello proposto è solo uno dei tanti, a nostro avviso rispettabili, basati sulla solidarietà tra i gruppi di minoranza (siano essi culturali, identitari, ecc). Basti pensare alle pratiche di accoglienza e di solidarietà applicate all’interno dei gruppi femministi, dei gruppi GLBT, nelle comuni, ecc.

Riguardo al rapporto con la religione, pensiamo che si faccia un errore di base a considerare certi principi come precipui del cristianesimo. La solidarietà, l’amore per l’uomo, l’attenzione dei bisogni delle fasce più povere e deboli della società sono tematiche da sempre esistite e, ovviamente, diversamente declinate a seconda del tempo e dello spazio che le ha prodotte. Dire che la pietà è un concetto cristiano è una distorsione culturale. La pietas esisteva anche prima della nascita di Cristo (per quanto presentasse un’accezione diversa da quella cristiana). E i valori di “libertà, uguaglianza e fraternità” della Rivoluzione Francese vennero prodotti proprio in contrapposizione a una chiesa che era compartecipe a un sistema di potere che affamava e rendeva diseguali uomini e donne di fronte alla legge.

Ogni cultura, inoltre, ha sviluppato il proprio concetto di dignità umana e, a sua volta, lo ha puntualmente tradito. Basti pensare alla tratta degli schiavi, benedetta proprio in nome di un cattolicesimo che oggi aspira a guidare il mondo verso un rinnovamento del diritto e della società.

L’educazione e l’ideologia proposte, inoltre, sono estremamente identitarie e annullano il valore dell’individuo. Ciò genera due rischi: quello di essere una cultura escludente verso le altre diversità e di essere limitante nell’azione di autodeterminazione di chi non si riconosce dentro determinati principi.

Riteniamo, infine, che un modello sociale laico, che accolga le istanze di miglioramento sociale, civile ed economico, è quello che permette a realtà come Nomadelfia di esistere. Dubitiamo che, al contrario, una realtà basata solo su principi identitari su base religiosa possa permettere altrettanta libertà a chi non si colloca sotto un’etichetta ideologica o religiosa che sia.

Per tutte queste ragioni, la giuria, a maggioranza, ritiene che il modello proposto da Nomadelfia non sia applicabile alla società moderna e che, in seconda istanza, non debba essere applicato per le ragioni sopra esposte.

Io sto con Emergency!

Nella vicenda dei tre volontari di Emergency, dalla quale, attraverso la lettura degli articoli che compaiono sulle varie testate nazionali, emergerebbe l’innocenza degli arrestati – e Gino Strada ha ragione quando dice che i medici «sono stati rapiti nella peggiore tradizione terroristica dalla polizia del governo Karzai» – da questa vicenda, dicevo, emerge un aspetto a dir poco preoccupante.

Se i prigionieri fossero stati mercenari o soldati, quella pletora di capre berlusconiane, travestite da fascisti che fingono di governare l’Italia, si sarebbe sperticata in condanne contro l’ennesimo atto terroristico ai danni della “civiltà” occidentale, portatrice di bene, civiltà e progresso.

Adesso che un “occidente” solidale e solidaristico viene attaccato dal fuoco amico di Karzai, col bene placito della Nato, il nostro ministro degli esteri – quello che ha scambiato il sito del ministero per un’appendice istituzionale di Facebook, per intenderci – invece di far bene il suo lavoro, non trova di meglio che polemizzare con Gino Strada e con la sua organizzazione, accusandoli di voler fare troppa politica.

Ricordo a tutte e a tutti che Emergency nel momento in cui ha «ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso» ha fatto una scelta politica. La scelta di curare le vittime di certi governi occidentali e delle loro scelte scellerate, guerrafondaie e omicide.

Per chi volesse sostenere Emergency e i tre nostri connazionali rapiti, può firmare l’appello sul sito.