Figli dell’aria

La costanza delle cicale.
Il canto incompreso delle gazze.
Il cielo di quarzo, in guerra tra il vento e l’afa.

Nessun uccello a volteggiare per le nuvole. Ed io che appartengo all’aria, non ho il potere di interrogare il mare sugli auspici venturi.

Vorrà dire che attenderò tempi più adeguati e il temporale che purifica. Intanto, rimetto in ordine le mie armi magiche e, cosa ancora più importante, i pensieri di questi giorni tra ferro e fuoco.

Sapere che potrebbe esserci un molo

È la primavera. Il sole che acceca, fin dentro le finestre della casa di adesso. Ripenso al passato, in Sicilia. Quando, per un curioso paradosso, proprio laddove la pietra è in rima col quarzo, casa mia era buia ed ero io a dover portarvi dentro i colori. E adesso che i raggi contendono le tende bianche al vento di marzo, canto con fare vago e indifferente, ascolto musiche allegre e pensose, coinvolto dalle cose quotidiane.

O, I need
The darkness
The sweetness
The sadness
The weakness
I need this

Io sono così. Sapere che potrebbe esserci un molo, una sponda in tutto questo mosaico di intenzioni mi fa sentire così vivo e spaventato e la possibilità che sia solo un porto di passaggio, che razionalmente domino, mi rigetta in una malinconia che vorrei lasciarmi alle spalle.

Ed è buffo come a volte
il tempo scorra meglio del previsto
un panico incombente ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso

Un amico mi ha rivelato che riesco a vivere intensamente la vita. Diciamo che mi concentrerò su questo dono e sorriderò alle cose del destino, lanciando semi ingannevoli alle colombe del karma così che siano distratte da altro.

(In playlist: My skin, Natalie Merchant; Non molto lontano da qui, Carmen Consoli)

(S)mosso

Oggi sono tornato bambino tra una pedalata e l’altra, in mezzo a nuvole di palloncini e di bolle di sapone.

E poi… il sole che fuoriusciva dalle finestre del Colosseo, ed erano frecce cosmiche scagliate da tutti gli orizzonti mai stati.
Via dei Fori Imperiali, dominata da una gioia che tocca il lato più doloroso di ognuno di noi, quello che vuoi proteggere, che vuoi ri-costruire, proprio perché fa male la fame di ciò che non si ha. E ti curi con le grida, il sorriso, la speranza e la bellezza.
E l’odore delle castagne nell’aria, nel suo valzer di foglie caduche, all’unisono con l’autunno, nel loro imprescindibile vagare dal ramo al suolo, come sempre è stato.

Schegge di camelie sul muro muschiato, che ritrovo nella mia vita, un po’ stropicciata, un po’ infreddolita dal mattino ad aspettare un autobus che non passa, un po’ abbandonata a se stessa, nel vuoto che questa città mi porge in dono, adesso, come un tempo è stata capace di tutta la pienezza che si può chiedere alla vita, al destino, ai sogni affidati persino a un dentino caduto, sotto il cuscino.

Schegge che si conficcano in ordine sparso, e assomigliano all’acqua nella terra arida, per risvegliare il seme nascosto tra le crepe. Per ricordargli che la sua condizione non è quella di cadavere sepolto, ma di albero potenziale, che lascia cadere ancora le figlie delle sue fronde, che gode dei raggi che l’universo ha previsto per sempre.