0

Il percorso

Oggi ho capito che la mia dimensione totalizzante, nel senso di approccio pieno a un’autodefinizione della propria identità, sta nella ricerca militante. Nel produrre cultura per cambiare questa società. Credo sia questo il mio destino. E per questo, ogni strada alternativa diventa deviante rispetto al mio io. Dovrò lavorare perché il sogno diventi la mia quotidianità.

Adesso io non so se è un destino eroico quello di chi per assomigliare all’idea che ha di se stesso, e quindi per essere autentico, deve passare attraverso il sacrificio o se tale valutazione è un retaggio di una cultura millenaria, di tipo “cristiano”, per cui ci aspetta un premio finale dopo un percorso di accidenti e di riconsiderazioni. Io propendo per l’idea che bisogna essere felici ogni adesso possibile, per quanto possibile, per vivere la propria vita dentro l’ambito della piena dignità.

Eppure, per adesso, mi conforta il fatto di avere ritrovato una direzione, qualcosa in cui credere. Anche perché ho letto da qualche parte, in un luogo tra i più improbabili, che l’essere umano è l’unica specie incapace di fare qualcosa se non ci crede davvero.

Io ho trovato una strada. E qualcosa in cui credere. Adesso devo trovare la forza e il coraggio. Ed è difficile, perché il rischio è il fallimento. Ma almeno potrò dire di non aver gettato la spugna. Almeno quello.

2

Cambiare direzione

Riflessioni del giorno, scaturite da chiacchiere casuali con persone che chiedevano lumi sulla mia identità.

Insegnante e docente sono sinonimi. Essere qualcosa e fare qualcosa sono due cose diverse. Io non sono un insegnante. Lo faccio.

E ho capito che non voglio più insegnare semplicemente perché io non voglio essere un modello per nessuno. Propendo, invece, per un più sano individualismo.

Pur tuttavia: fare a lungo qualcosa in cui non ti riconosci rischia, col tempo, per farti essere quella cosa lì. E questo può portare a snaturare sogni, aspirazioni, identità intere.

Ergo: devo cambiare direzione. Prima che sia troppo tardi.

1

Pausa caffè

pausacaffèCoi sogni bisogna stare molto attenti. Perché son timidi e fuggono via. E perché la gente a volte è stupida e invidiosa e non sopporta che gli altri non si rassegnino.

Non credo di chiedere molto.

Solo un mondo che mi assomigli il più possibile, per non girarci in mezzo, con quel fare smarrito degli ultimi tempi. La sicurezza di un sentiero. La modulazione di voci e risate in quell’unisono familiare. La giusta posizione degli oggetti nella stanza, anche in mezzo al disordine. Il profumo dei biscotti. La saggezza dei gatti o le corse di un cucciolo. E il profumo del mare o del bosco, dopo la pioggia.

Forse qualcuno penserà che questo significhi essere viziati.
E forse è pure vero.

Per me significa solo avere il coraggio delle proprie scelte. D’altronde, a ben vedere, la mediocrità è la più semplice delle strade da percorrere.

1

Fino all’ultima goccia di sangue

Chissà se tornerà il tempo dei sogni, quelli simili all’alba, che secondo il mito sono destinati a realizzarsi.
Il tempo in cui le storie che vivi e l’uomo che ami ti assomigliano per intero. Fino all’ultima goccia di sangue.
Chissà se nella mia vita sarò mai come la Principessa della Luna.
«Prima lavoravo per la moda.»
Mi ha detto, mentre giocava con la sua buccia d’arancia, figlia illegittima del cocktail, a giacere al suo cospetto di ghiaccio e opinioni.
«Ho beccato il telefono di Mick Jagger… una volta gli ho mandato un messaggio di auguri, a Natale, per gioco. Mi ha risposto. Ogni tanto ci sentiamo.»
A volte mi chiedo se la mia vita assomiglierà a un mattino islandese e alle onde dell’oceano, in un’isola africana.
Alla musica regalatami da uno sconosciuto, in quel mattino di aprile.
Chissà se essa ha raggiunto il suo punto più alto, nel sole di questa giornata. Chiamata vita, per convenzione.
O chissà, appunto, se tornerà il tempo dei sogni all’alba.
«E capisci perché mi incazzo? Mick Jagger mi scrive e quell’altro si fa desiderare per un appuntamento…»
Il solito uomo sbagliato, nel cuore giusto.

Volevo dirglielo, alla Principessa della Luna. La legge dei tempi moderni, quella per cui se ti piace lui scappa, è solo il suono una canzone modesta. Ma non avevo le parole, in quel momento. Magari un giorno glielo dirò. Quando troverò i sogni e le parole. A me uguali. Fino all’ultima goccia di sangue.

9

Paura dei sogni?

Ho scritto una lettera al ministro Profumo, lo sapete. L’ho scritta qualche giorno fa. Ed era un grido. Un grido, non certo disperato. Ma pur sempre un grido. Ho ricevuto moltissime visite, molti commenti, tante e-mail. La stragrande maggioranza delle persone è d’accordo con quello che io dico. Molti altri mi dicono che, pur essendo d’accordo, proveranno lo stesso a fare il concorso. Un paio di commenti sono stati di scherno, di rimprovero – per cui sarei un bambino capriccioso a cui hanno rotto il giocattolo –  o di disprezzo – considerandomi, addirittura, un fallito.

Ho semplicemente detto, e credo che chiunque sappia leggere possa riscontrarlo in modo sereno e limpido, che avevo un sogno e che scelte politiche scellerate lo hanno trasformato in qualcosa in cui non mi riconosco più. È forse un male denunciare questo stato di cose?

Ho anche detto che il mestiere che faccio adesso – l’insegnante alle medie – non mi assomiglia, non mi rende felice. Poi, ed è sempre scritto lì, nero su bianco, massima stima per chi fa questo lavoro, perché è difficile e duro.

Credo, ancora, di svolgere bene il mio lavoro, perché anche se non mi piace, faccio l’interesse esclusivo dei miei allievi e delle mie allieve. Le persone di cui sopra hanno invece messo in forse la mia professionalità, giustificando il mio successo didattico come mera fortuna o fortuito caso.

Eppure io ho solo detto che il punto a cui siamo arrivati non mi piace, che lo Stato – con questo concorso – sta compiendo l’ennesima ingiustizia ai danni del mondo della scuola e che, stanco di tutto ciò, proverò anche altre strade. È forse un crimine, il mio?

Mi chiedo perché la gente abbia così paura del fatto che qualcun altro possa sentirsi libero e inseguire i suoi sogni. Io rispetto sempre le aspirazioni e le ambizioni degli altri, anche quando le sento distanti anni luce dalle mie.

A quelle persone – non so se buone a criticare in modo rancoroso o forse, più semplicemente, incapaci di leggere un testo per quello che è – dedico una canzone, Your woman, il cui video è indicativo del concetto di libertà e, soprattutto, di libertà di scelta.

3

Quel 19 settembre

Non era un giorno di pioggia come questo, il 19 settembre di tre anni fa.
Non sapevo, quel giorno in cui ero tornato a prenderti, che te ne saresti andato di nuovo e, stavolta, per sempre. Così come ignoravo che, a distanza e a dispetto di tutto il tempo trascorso, alla fine non avresti fatto più male di qualsiasi altra scheggia d’oblio.
Non avrei mai potuto immaginare che mi sarei innamorato di nuovo e che avrei torturato Barbara per le follie mie e degli altri.
Una cosa la intuivo, e cioè che gli amici di sempre, anche se lontani, sarebbero comunque rimasti. Così come conoscevo già il piacere delle foglie calpestate sotto i miei piedi, per i viali alberati di Trastevere.
Non sapevo che avrei dovuto fare i conti con i miei sogni, in una lotta serrata tra desiderio e realtà.
E non sapevo neppure dell’abbraccio con il buio, ancora, nonostante gli angeli del passato (ma stiamo lavorando anche per questo).
Non avrei mai creduto che avrei pubblicato un libro e che, in un modo o nell’altro, avrei trovato la mia dimensione – per carità, sempre imperfetta… eppure stiamo parlando di qualcosa che, bene o male, ha il mio volto.
Non potevo conoscere, invece, il volto delle persone che avrei incontrato, dei pini solitari, delle case in cui ho abitato, delle strade percorse quotidianamente, sotto gli alberi sempre più spogli, sotto i colpi dell’autunno.

Tutto questo è successo, in questi ultimi tre anni, da quel 19 settembre in cui mi sono trasferito qui a Roma. Un po’ per caso, un po’ per follia, sicuramente per amore… le tre cose che ho deciso di non perdere mai, proprio in questo anniversario un po’ strano, dal sapore di pioggia e dello stesso colore di un cielo come piace a me.

2

Il salto nel tutto

La vita è quella cosa che ti fa fare scelte folli. Quella promessa che è un salto nel vuoto. Quella carezza data in lontananza, quando speri – e forse un po’ lo sai – che ogni cosa è possibile. Come ogni atomo di presente. Come tutto il caso, pronto a trasformarsi in destino.

Perché tu sai che al di là dell’angolo può esserci il vuoto. Oltre il precipizio, la strada a livello. Il salto rischia di diventare solo asfalto calpestato troppo forte. Da far tremare le ginocchia. E nulla più.

Oppure.

Il buio riscaldato dalle persiane marittime. E la luce a scaglie, sulle pareti.
Le cose sussurrate, col sottofondo della tv e un divano bello come un presepe.
La gentilezza dei mirtilli, sul tavolo. E l’eleganza delle opinioni, sul piatto.

Ogni cosa, o il nulla. E in ogni caso, la pienezza dell’essere. A dispetto delle convenzioni del sentire comune. Al niente – quello vero – delle cose che devono essere dette o fatte.

Io scelgo il salto. Il vuoto. Il volo.
Io scelgo tutto.
Perché anche morire può dimostrarti che hai saputo essere vivo. Per davvero. Senza nessuna mediazione. Senza tradirsi, o senza farlo più.

7

Messaggi tra le galassie

Abbiamo dei sogni. Tutte e tutti. Da bambini sogniamo di diventare principesse o astronauti, medici o ingegneri, scrittrici o ballerini classici. Il sogno è l’e-mail che spediamo al nostro futuro, nella speranza che qualcuno, da quell’altrove, prima o poi risponda. Il messaggio in bottiglia, in balia delle correnti della volontà e del caso.

Faccio un sogno ricorrente. Sono davanti una porta. Chiusa, serrata. E a un certo punto la porta fa click. Come pronta per schiudersi. Appoggio la mano sulla maniglia. Riesco ad aprirla. Il buio che sta al di là si espande di fuori, come un liquido nero. E dietro c’è una forza oscura, terribile, pronta a travolgermi. Ad uccidermi. E ogni volta che sto per varcare la soglia, o che il buio la attraversa per ghermirmi, mi sveglio. In preda al terrore.

Fino a quando. Ieri.

Una rappresentazione tipica dell’arte italiana è quella dell’annunciazione. Tutti i più grandi pittori ne hanno dipinto. La scena è sempre la stessa. A destra la Madonna, pronta a ricevere il suo incarico divino. Il suo fato inevitabile. La sua missione al di sopra di ogni umana volontà. A sinistra, l’angelo. Il seme del destino. Tutto come da copione. Anche nel palcoscenico, che è sempre lo stesso.

Antonello da Messina, tuttavia, ebbe il merito di ribaltare le cose. La sua Vergine annunciata guarda direttamente il pubblico. L’angelo è lo spettatore. L’uomo è capace del divino. Lo incarna, tra la pelle e il suo sangue e la tela e la sua vernice.

Dico questo perché ognuno di noi recita un copione. Lo esige la società. Lo vogliono i nostri genitori. Il lavoro ce lo impone. Siamo tutti e tutte vergini ignare, pronte ad obbedire al destino che uccide i nostri sogni. Eppure continuiamo a farli. Per non morire.

Tra i miei sogni c’era quello, incontrollato, del buio. Fino a ieri. Ieri, al buio, c’ero io. C’ero già io. E dall’altra parte della porta, un ricercatore, vestito bene, col faccino pulito. Prendo il coltello. Appena aprirà, penso, gli farò prendere un bello spavento. Non gli farò del male, sarà solo uno scherzo, feroce. Per dirgli che adesso va bene così. Adesso basta. Basta dover dimostrare di essere una persona per bene. Basta dover sempre dire di sì. Basta seguire i sogni degli altri e nascondere, dietro la porta, la paura di realizzare i propri.

Un po’ come nel dipinto di Antonello, in quell’incontro tra sangue e vernice. Perché noi possiamo essere l’angelo di noi stessi, e recitare un destino diverso. È quello che facciamo ogni volta che esprimiamo un desiderio, ogni volta che diamo il senso al volo di una stella cadente. Basta ascoltare ogni cosa di noi, al di qua e al di là delle nostre porte interiori. Accogliere il lato nascosto. Abbracciare l’istinto. Dargli, addirittura, progettualità. Senza arrendersi mai, nonostante le false partenze, le cadute, le ginocchia sbucciate.

Perché anche se vuoi davvero qualcosa, a volte la vita va al contrario e non c’è colpa in questo. Per guarire dalle delusioni, poi, possiamo sempre spedire e-mail al domani e messaggi di vetro tra le galassie. Questo ci fa vivere.

4

Nello stesso punto

Il colore delle nuvole, sospese tra la pioggia e il pomeriggio.
La poesia dei violini.
Quella canzone che sa di lacrime e fiamme.
E quell’altra, che racconta tutte le volte che ho abbracciato il cuscino.
Il ricordo di Te, col quale ho fatto pace. Perché di Te è il ricordo che amo, adesso.
Il pensiero di te, che ricordo non sei, perché una meteora che riga il cielo non è una cometa e men che mai una stella. Ed è inutile affidarvi desideri.
I dolci fatti in casa, da tua madre o da un’amica. E la di loro bellezza, riposta un po’ a caso, tra le mensole e i mestoli che odorano di cioccolato.
Una mail che tarda ad arrivare.
Parole che tra poco avranno tutte un significato.
La nuova disposizione dei mobili della mia stanza, con la parete di cielo azzurro.
I mandorli fioriti, perché c’è sempre una speranza.
La sciarpa, il regalo di un amico, il suo sogno fatto di cotone e seta.
La consapevolezza che dopo parole forti e gridate c’è sempre l’opportunità di un abbraccio vero. Reale. Eterno.
I capelli non ancora biondi della mia amica bellissima.
Le confidenze notturne di Anna Nim.
I vetri taglienti. La pelle di mirtillo nero, da difendere oltre modo.
Il progetto di andare al mercatino giapponese.
I progetti di fuga.
Il mio angelo custode, anch’egli con gli occhi di ghiaccio.
Il deposito delle cose da sapere. E quello delle cose da conservare.
Le parole carezzevoli. Impudenti. I pugni stretti, lungo ai fianchi.
Ogni lacrima versata.
Ogni risata da regalare al cosmo.
Il mare. Di notte, sotto le scaglie lunari.
L’abbraccio di un’amica lontana.
Le carezze di Maria.
Un bacio che, prima o poi, arriverà.

E ogni cosa, insieme, nello stesso punto. Adesso.

7

A scuola con leggerezza

Oggi a scuola sono entrati venti studenti. Li abbiamo raggruppati tutti in un’unica classe. Tra prime, seconde e terze. Mi tocca star qui, anche se non ho classi con i miei allievi. Tranne una, a dire il vero. Ma tant’è…

I colleghi fanno vedere alcuni film sullo schermo gigante. Perché la mia scuola sarà pure in periferia, ma è fica. Ha le lavagne multimediali, il teatro, i pc e i prof di geografia più belli della città (io, tra questi).

Suona la quarta ora, tocca a me. E siccome io mi annoio a non fare niente, comincio a pensare. E mi illumino, come la lampadina di Archimede, quella dei fumetti Disney per intenderci.

E allora…

Vai con il video dei Black Eyed Peas, quelli di I gotta feeling, col flash mob di Chicago, in cui ballano migliaia di persone tutte insieme per far capire ai ragazzi che con la disciplina e l’impegno si possono raggiungere grandi risultati.

Vai col video di I’d rather dance with you, dei Kings of  Convenience, perché sappiano cosa dire quando qualcuno – adulto, e senza l’amore per la vita – dirà loro che i loro sogni non sono realizzabili. Anche se sono sogni tutti strambi.

Poi l’omofobia. Perché loro ogni tanto sghignazzano, anche verso di me. Ne parlo con molta ironia, senza risentimento. Perché non è colpa dei ragazzi se gli adulti di cui sopra li hanno educati al disprezzo. E allora mando le immagini dello spot del governo, anche se è brutto, e poi ancora quello delle vecchiette portoghesi, che invece è bellissimo.

E ancora, siccome devono crescere innamorandosi della cultura, gli dico: volete sapere a che serve la geografia? Bene, se il tizio de L’era glaciale non avesse studiato questa materia non avrebbe mai disegnato il film, col trailer della deriva dei continenti. Lo guardano, ridono. Sono contenti.

Perché la cultura, la musica, la gioia, il rispetto, la bellezza dei corpi che si muovono all’unisono possono farci innamorare di noi, dei nostri sogni, delle cose che riusciamo a fare nel mondo, anche se a volte il mondo è brutto.

E così suona la campana della quarta ora e vado via.

Non so se ho lasciato loro qualcosa. Ma ci ho provato. E credo che se l’anima è fertile, i germogli cresceranno rigogliosi. Carichi dei frutti della speranza e del domani. Tutto con leggerezza, improvvisazione, ma senza andare a casaccio. E scusate se è poco.