Il Roma Pride torna a casa

Premessa necessaria: quanto scritto in questo post è frutto di considerazioni personali. Ho visto, nel corso di questi due anni e mezzo di permanenza qui a Roma, una serie di cose che mi hanno portato a pensare e a dire quanto leggerete. Le realtà citate sono, ovviamente, libere di lasciare i commenti che ritengono più opportuni nello spazio apposito. In questo spazio, d’altronde, vige la piena libertà di parola.

Andiamo per ordine, quindi.

Uno: sono state avviate diverse riunioni tra le realtà GLBT, nelle settimane precedenti, per capire se quest’anno era possibile creare un coordinamento unitario, nato dall’unione delle associazioni romane, per il pride di quest’anno.

Due: parte delle associazioni – riunite nel disciolto Coordinamento Roma Pride 2010 – ha chiesto di creare un coordinamento permanente, sull’esempio di Torino. Il CCO Mario Mieli ha rigettato questa ipotesi, motivando che non si possono creare tali percorsi dal nulla, ma possono nascere solo dopo un lavoro comune e attualmente assente sulla piazza romana.

Tre: la sensazione generale è che le associazioni romane sono molto divise tra loro e che prevale una certa reciproca sfiducia da parte di un blocco (attorno all’ex Coordinamento) verso il Mieli e realtà a esso vicine.

Quattro: le riunioni sono state molto concitate, con episodi di minacce verbali e aggressioni fisiche ai danni di singoli militanti, come è accaduto a danno di Giuseppe Pecce, maestro del Roma Rainbow Choir, da parte di un membro del Comitato che gli ha lanciato contro una bottiglietta d’acqua.

Cinque: durante l’ultima riunione – quella del lancio delle bottigliette, per intenderci – il disciolto coordinamento si è ricomposto e con un blitz finale ha rovesciato il tavolo delle trattative secondo quanto riportato da diversi testimoni.

Personalmente penso quanto segue.

Il progetto di creare un coordinamento permanente a Roma, in queste condizioni, sembra un tentativo di creare una gabbia istituzionale che abbia l’avallo della maggiore associazione della città, il Mieli appunto, per poi metterla in minoranza.

L’ex (o redivivo) Coordinamento Roma Pride 2010 ha bisogno del Mieli per dare autorevolezza politica a un pride che, altrimenti, sarebbe una manifestazione di una parte del movimento. Piaccia o meno, a Roma il pride ha un nome specifico e quel nome è Mario Mieli. Piaccia o meno, ripeto.

Tra poco ci saranno le elezioni amministrative. Un pride “poco scomodo” per l’attuale maggioranza in Campidoglio e per quella futura, composta in primis e verosimilmente da PD e UdC, sarebbe auspicabile e le realtà del Pride romano del 2010 si sono dichiarate, in diverse occasioni, promotrici del dialogo con l’attuale giunta capitolina.

Non è un segreto, per altro, che diversi esponenti del Coordinamento Roma Pride siano interni ad alcuni specifici partiti di centro-sinistra. Adesso, vero è che a pensar male si fa peccato, ma se passasse l’idea di un pride depotenziato a livello politico – niente matrimonio, niente adozioni (come piace a GayLib), niente riconoscimento pubblico delle unioni gay e lesbiche, scarsa visibilità mediatica, percorso lontano dagli occhi della gente, ecc – la politica di palazzo avrebbe un alibi eccezionale: se anche i “nostri” gay non vogliono la piena eguaglianza giuridica, perché dovremmo concedergliela? Temo che la presenza di certi esponenti rischi di divenire un cavallo di Troia dentro il movimento, più che una ricchezza.

Non vorrei, ancora, che il prossimo pride romano fosse una vetrina politicamente appetibile per poter chiedere voti e poi disattendere, con l’avallo di chi quei voti li ha garantiti, ogni rivendicazione: matrimonio per tutti/e, unioni civili per tutte le coppie, legge contro l’omofobia e la transfobia, tutela dell’omogenitorialità.

Intanto è uscito un comunicato del Mieli, in cui si resetta quanto fatto precedentemente con l’ex coordinamento del 2010 e ci si avvia a un percorso in continuità con la storia del pride di Roma con quelle realtà che si riconoscono dentro le richieste di piena eguaglianza che contraddistinguono il movimento GLBT italiano e il comune sentire della cittadinanza realmente democratica del paese.

Tali realtà – in opposizione a ogni tentativo di istituzionalizzazione di apartheid giuridici, a cominciare dai DiCo – auspicano la laicità delle istituzioni e l’abbattimento totale delle barriere per il popolo arcobaleno nonché un progresso civico per l’Italia tutta.

Il pride di Roma, per dirlo in parole davvero semplici, torna a casa sua. Laddove è nato. Laddove è cresciuto. Ogni altra strada, per quel che mi riguarda, non porta da nessuna parte.

Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia - chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.

Il pride non è di destra. E la destra è e rimane omofoba!

Leggo in una nota su Facebook di Cristiana Alicata che Daniele Priori, esponente di Gaylib, associazione gay vicina (o sottomessa) al PdL e di malcelate simpatie fasciste, avrebbe invitato Berlusconi al Pride di Roma perché ormai non è più una manifestazione dell’estrema sinistra.

Risponde bene Cristiana quando gli fa notare che:

1. il fatto che alcune realtà associative non abbiano partecipato ai lavori del Roma Pride non rende quell’evento automaticamente di destra;

2. che il modello politico a cui fa riferimento Gaylib continua ad essere ferocemente omofobo.

Riguardo alle parole di Priori, lo inviterei a vedere (e riprendere) le recenti dichiarazioni della Meloni sulle famiglie omogenitoriali. Mi pare che Priori sia felicemente fidanzato… il suo progetto di vita è stato visto, da un suo ministro, come “naturalmente” insano. La Meloni, per altro, chiama l’amore insito in una coppia GLBT, nel migliore dei casi, come amicizia.

Questa è la destra che piace a Priori, evidentemente. Il quale non si rende conto che certe dichiarazioni non fanno altro che alimentare quel clima culturale che poi porta a soprusi e violenze di cui egli stesso è stato vittima in passato.

E qui devo rimarcare una differenza. Noi di sinistra quando uno dei nostri sbaglia, e questo vale almeno per me, per Cristiana, per Fireman e molti altri che noi conosciamo, non abbiamo problemi a sconfessarlo o ad attaccarlo. Anche aspramente.

A destra, invece, la critica dei capi è inconcepibile. Contenti loro…

Se ne deducono due cose.

La prima, che sinistra è sinonimo di libertà.
La seconda, che quelli come Priori, Oliari e chi per loro devono avere un evidente problema con la figura paterna.

Dulcis in fundo: io penso che debbano esistere i gay di destra. Così come esistono in tutto il mondo. Non capisco perché un gay, per essere di destra, debba anche sospirare nostalgicamente per il fascismo. Questo è un atteggiamento profondamente idiota, a mio modesto parere.

Che Guevara fucilava i gay, per questioni ideologiche. Quando l’ho scoperto non ho avuto problemi a riporre la bandiera con la sua effigie nel cassetto. Non sono stato meno di sinistra per questo: semmai ho rivisto certe posizioni.

Perché Gaylib ha bisogno di essere “pessima”, con le sue note nostalgie mussoliniane, quando potrebbe essere semplicemente diversa e, magari, migliore? Ma qui forse ritorna la questione dei rapporti con la figura paterna.

Roma Pride 2010: perché io andrei

Non andrò al Pride di Roma, quest’anno, solo perché non sarò fisicamente in città. Fossi rimasto nella capitale, invece, sarei andato per una serie di ragioni. E credo che tali ragioni dovrebbero essere le stesse di chi dice di avere a cuore la questione GLBT.

Innanzi tutto perché occorre dare un segnale politico al comitato Roma Pride. Nella querelle che vede due fazioni contrapposte, quelli che organizzano e quelli che non andranno, mi sento ideologicamente più vicino a chi nutre perplessità rispetto ala gestione del pride. Tuttavia, come ho già scritto in precedenza, la scelta aventiniana del Mieli e dell’ala antagonista, è semplicemente sterile.

Dichiarare che non si va non è un atto politico, ma semplicemente identitario che con la questione dei diritti e della dignità del popolo rainbow non ha niente a che vedere. Adesso, è legittimo che non ci si senta rappresentati da Marrazzo e dalla Battaglia ma proprio per questo occorreva stilare un documento critico di partecipazione. Occorreva andare per dire che il comitato ha organizzato sì l’evento, ma che l’evento non è di proprietà di Arcigay Roma o del DGP. È di chi vi partecipa. E se io partecipo – con una piattaforma politica di spessore che parla di dignità, di laicità, di liberazione – aggiungo, con la mia presenza, un valore a una manifestazione presentata in modo annacquato: basta vedere lo slogan e il video di presentazione che svilisce il senso del pride in questione.

In altre parole: portare un valore che altrimenti non ci sarà. Perché non c’è. La partecipazione fa la differenza. La partecipazione sotto un’insegna di associazioni e realtà che fanno la differenza – politica prima di ogni altra cosa – avrebbe avuto un valore ancora maggiore. Il pride, d’altronde, non è la celebrazione delle differenze?

Ancora, occorreva andare per dare segnale di unità alla cittadinanza. Sabato a Roma ci sarà un corteo che vedrà il movimento GLBT ancora più diviso e fragile e questo avrà una ricaduta negativa per tutte e tutti. Un corteo più partecipato, anche se diviso tra schieramenti legati a documenti politici diversi, avrebbe dato un altro segnale: forse non si è d’accordo su come gestire una manifestazione, ma il bene ultimo è più importante della guerra fra fazioni. Ammesso che il bene ultimo sia davvero la cosa più importante. Anche più importante dell’identità, molto spesso ridotta solo a mero logo.

Dulcis in fundo: il rischio di una sconfitta totale è dietro l’angolo. Se sabato le cose andranno bene, sarà il successo di una parte, agli occhi dei media e del mondo politico. Se le cose andranno male, invece, sarà il segno evidente della debolezza del mondo GLBT nel suo insieme. Nel primo caso, la frattura dentro il movimento sarà ancora più insanabile perché i “vincitori” di una gara di cui si faceva volentieri a meno avranno un peso contrattuale che faranno valere in un futuro tavolo di trattative. Nel secondo, a essere sconfitta sarà la comunità, rea e responsabile di non avere interlocutori politici adeguati nei confronti della società civile e della politica di palazzo.

Le conseguenze sul piano pratico sono tanto facilmente prevedibili quanto pesanti.

I partiti ci vedranno come le grandi potenze europee vedevano gli staterelli italiani da medio evo in poi: piccoli, troppi, troppo litigiosi e, dunque, facilmente attaccabili. In virtù di quale forza potremo chiedere una legge contro l’omofobia o addirittura diritti per le coppie di fatto, per tacere del matrimonio, se non siamo una forza?

Gli svastichella di turno, intanto, avranno man facile a continuare ad aggredirci. Tanto sono soli, penseranno, chi li difende? Tra di loro si scannano e lo stato, in virtù di questo, non ha interesse a tutelarli. Questo penseranno e noi diventeremo carne da macello. A dispetto delle nostre splendide identità. Sia che esse stiano a destra, a sinistra o, come temo stia accadendo, nell’abisso in cui stiamo sprofondando. Tutte e tutti, indistintamente.