Michelle non ride

Il copione è sempre quello. Qualcuno/a di noi, gay, lesbica, transessuale, decide di vivere la propria vita nell’unico modo che conosce: starci dentro. E starci dentro significa andare in giro per strada, a ballare, al ristorante, per negozi.

Qualcuno è più appariscente. Qualcuno più effeminato. Altri si confondono nel mucchio, e li riconosci perché in quell’apparente normalità c’è un bacio di troppo o un mano nella mano che non prevede due individui dello stesso sesso.

E allora il sistema va in crisi e produce: sorpresa, ilarità, nausea, sgomento, violenza, ira, legnate. Uno alla volta o tutto insieme.

E così è successo per san Valentino a Catania. Lei si chiama Michelle Santamaria. È una transessuale, il suo percorso la porta ad essere, forse anche per scelta, maschile. È, pure, una persona, un essere umano. Chi l’ha aggredita, con calci e pugni, e poi l’ha messa in fuga di fronte al bagliore dei propri coltelli non la pensava allo stesso modo.

Un sentito grazie va non solo agli aggressori, ma anche ai titolari del locale dove si è consumata l’aggressione. Pare che la titolare abbia omesso i dovuti soccorsi. Ma di questo risponderà davanti al tribunale competente. Arcigay Catania, intanto, mette a disposizione i suoi legali, nell’assistenza alla ragazza, e si costituirà parte civile nel processo.

Scrivo questo post mentre tra i commenti riguardo allo spettacolo pietoso consumato a Sanremo, nelle sere precedenti, molta gente – la maggioranza eterosessuale, di cultura cattolica e di sesso maschile – rimprovera me e i miei compagni di essere poco inclini al ridere su di noi.

Forse sono un po’ intransigente su questa cosa, ma viviamo in un paese in cui la categoria gay è discriminata sul lavoro, sugli affetti, nelle scuole, negli ospedali. Eccetera.

Se arriva il coglione di turno a far ridere la maggioranza (senza problemi) di tutto questo, mettendoci davanti una rappresentazione anche abbastanza offensiva, non sono io a trovare il tutto ben poco divertente. È il complesso delle cose a esserlo.

Facciamo così, mettiamo sullo stesso piano giuridico minoranze e maggioranza, poi ne riparliamo. Ci state?