Partiti e parole: sul PD, il linguaggio e l’identità

Proprio ieri mi sono ritrovato a leggere un articolo interessante, su Tamtàm Democratico, in merito al linguaggio dei partiti.

Il pezzo è firmato da Raffaele Simone, un linguista per altro molto attento al problema dei rapporti tra modernità e linguaggio – per chi ancora non l’avesse fatto, consiglio di leggere, di quest’autore, La terza fase, edito da Laterza.

Simone fa notare un aspetto che dovrebbe essere evidente ma, al tempo stesso, sfuggente: la politica, attraverso le parole, non solo racconta ma crea se stessa. La stabilità del linguaggio adottato è indice della forza del progetto politico. Se il linguaggio cambia, quel progetto sta subendo una metamorfosi dovuta a fattori esterni, a volte anche drammatici.

Volete un esempio? 1989, caduta del muro di Berlino. Un certo partito, il PCI, da lì a poco avrebbe cambiato addirittura il proprio nome.

Ad un convegno di Scienze onomastiche che ho tenuto personalmente a Barcellona, a settembre del 2011, ho dimostrato che dopo tangentopoli, nell’arco dell’intera seconda repubblica, molte formazioni politiche hanno smesso di adottare la parola “partito”, termine ormai significativo di una realtà istituzionale malata: Forza Italia, Alleanza Nazionale, Democratici di Sinistra, giusto per citare tre nomi.

Il trend è ancora in atto, a ben vedere, se si esclude il Partito Democratico.

Ecco, a proposito. Simone fa notare che in questa formazione si è passati a un processo di impoverimento lessicale. Non si usano più certi riferimenti storici – fondamentali per un aggancio a una tradizione, elemento fondante di ogni realtà politica che si rispetti – come ad esempio “socialismo” o “socialdemocrazia”.

In compenso, si usa – dentro quel partito e al di fuori di esso, verso la comunità che dovrebbe eleggerlo e mandarlo al governo – un codice senza identità. Dice, ancora, Simone: «Ma, siccome il vocabolario serve per chiamar le cose, prima di inventare nuove parole bisognerà aver inventato le cose a cui applicarle!»

Una critica, a ben vedere, non solo all’inconsistenza lessicale – e con essa semantica – del progetto del PD, ma al partito stesso, ridotto a massa senza identità che è, appunto, oltre che storica anche linguistica.

Un partito, dunque, senza storia e senza linguaggio? Così pare. Le ragioni? Il mio amico, blogger e scrittore, Sciltian Gastaldi, ebbe a suo tempo a esplicitarle in modo egregio: il pd nasce dalla fusione di due correnti tra loro da sempre nemiche, comunisti e democristiani. I primi hanno dovuto rinunciare ad esser tali, i secondi non hanno mai rinunciato a esser cattolici.

Il Partito Democratico si profilerebbe, in tal modo, come la sommatoria di due elementi, uno connotato dalla perdita di identità – e se non sai chi sei, come lo spieghi a parole? – e un altro, al contrario, iperidentitario.

Ancora Simone denuncia le pratiche locutorie, non più basate sul dialogo, il confronto e la polemica costruttiva, ma sullo scontro verbale e sul dileggio sistematico dell’avversario. Tali dinamiche hanno portato alla desemantizzazione di termini precisi: ovvero, alcune parole hanno perso significato. Simone ne cita alcune. Mi permetto di aggiungerne altre.

Demagogia: serve per indicare il ragionamento dell’avversario qualora dice cose contrarie alle tue. Si parla di una misura economica e sei contrario a quella proposta dal tuo interlocutore? Puoi bollarlo come demagogo.

Populismo: qualsiasi tentativo di esprimere un proprio pensiero autonomo, in presenza di vaste platee. Quello che è successo, ad esempio, ieri a Celentano quando ha criticato la Consulta. Molti amici del PD lo hanno accusato di populismo. E invece, magari, ha solo detto cazzate.

Antipolitica: qualsiasi critica rivolta, con tanto di dati oggettivi, a sprechi, storture e malaffare nei confronti del sistema dei partiti attualmente in vigore (è, per altro, un neologismo per cui molti dizionari non lo hanno ancora adottato).

In parole più povere?

Se sei contro il pensiero dominante sei demagogico.
Se hai idee personali e le esprimi liberamente, diventi populista.
Se critichi un partito, magari perché ha candidato un mafioso o un tangentista, sei un paladino dell’antipolitica.

La cosa gravissima? Anche dentro i partiti a noi amici questa stortura di significati ha fatto breccia nei cuori e nelle bocche di molti militanti, onesti, bravi e preparati, aggiungo.

Conosco molte “giovani leve” dentro partiti, grandi e piccoli, e so che il loro lavoro è importante, prezioso e sentito. Anche se, in alcuni casi, non condivido storie di partecipazione e militanza. Tutte queste persone hanno il dovere, tuttavia, di unire alla serietà del loro impegno un più pertinente uso del linguaggio. Perché con le parole non solo raccontiamo il mondo, ma lo creiamo. Perché sarebbe responsabilità non da poco quella di generare un futuro basato su un’incomprensione di significato o, peggio ancora, sulla sua corruzione.