Orfeo al contrario

È una cosa che ho scritto un anno e mezzo fa, pubblicata su I diari pubblici dell’orgoglio, per la Queer Week di Catania del 2011. Gli organizzatori, tra cui il mio amico Ale, il Filosofo, mi chiesero di parlare, sotto forma di diario, della mia esperienza dentro la realtà LGBT italiana.

Il tema poteva essere svolto in modo duplice. O in senso politico, testimoniando il senso della militanza; oppure in senso intimo, partendo da se stessi. Decisi di far parlare la mia interiorità. E siccome vivo un momento, in questo periodo, in cui dialogo molto con me stesso, ho deciso di rendere pubblico, qui in questa sede, il mio diario pubblico.

Come dissi quel giorno di giugno, mi hanno aiutato, per trarre la giusta ispirazione, alcune opere fondamentali: il libro di Cristiana Alicata, Verrai a trovarmi d’inverno, il film Edwig – La diva con qualcosa in più, di John Cameron Mitchell e la visione di tutte le stagioni di Grey’s Anatomy fino ad allora trasmesse.

Buona lettura.

Orfeo al contrario

«Quando un cuore si spezza, il suo rumore si confonde con quello della quotidianità. Per questo è invisibile.

Per questa stessa ragione riusciamo a percepirlo solo noi, quando ci accade. Ed è sempre per lo stesso motivo che quando è accanto a noi, esterno eppur diretto al nostro sentire, ne siamo infastiditi, imbarazzati.

Rimettere insieme i ventricoli in cui il sangue pompa globuli rossi e desiderio, l’infinitezza interrotta e il tempo smarrito, richiede coraggio. E tutto questo si consuma in solitudine. Perché non c’è alternativa.

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L’evoluzione dell’uomo, poi. È una cosa complessa. Difficile da spiegare. Figuriamoci, poi, a crederci. L’evoluzione è peggiore dell’idea di Dio. Perché non dà speranza. È più semplice credere a un padre benevolo, severo o ingiusto che decide per noi con l’illusione del libero arbitrio. L’evoluzione no. C’è il caso. L’accidente. Il novero delle nostre scelte. E nessuno dalla barba bianca a cui dare la colpa. Decisamente, questo non aiuta. Eppure.

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L’evoluzione può spiegare l’amore. Perché spiega l’uomo. In estrema sintesi, la storia amorosa dell’umanità è un filo rosso – sangue – che lega la clava al mouse.
E nella preistoria, a ben vedere, l’amore era più semplice. Un colpo di legno in testa, e vissero tutti contusi e contenti.
Oggi invece.
Gayromeo, Gaydar, Il Circolo delle seghe, Bearwww, HappySexo, Grinder, Bender… e qualsiasi eden da perdere, mangiando il frutto del pene e del male e colpire l’oggetto del nostro amore con l’unica clava che ci rimane.

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Ma dicevo della solitudine. E dicevo che non c’è alternativa. Non solo perché tutto si consuma dentro, ma anche perché il fulmine che gli dèi usarono per tagliare le gambe alle balene e frantumare i dinosauri in lucertole, ci taglia di nuovo in due e il nuovo ombelico che si forma per ricordarci la pena che scontiamo per esser stati ignoranti (e ignorati) di cose d’amore sta proprio dietro lo sterno. E tiene insieme atrii e ventricoli. La pienezza dei ricordi e la desolazione del presente. Le lacrime e il sangue.

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Per tutto questo ci vuole coraggio. Quando siamo noi, a soffrire, siamo costretti a trovarlo. Da soli, appunto. E quando siamo noi a far soffrire, ce ne allontaniamo. Perché sappiamo il rumore di quella frattura. Perché conosciamo ogni anfratto del sapore della disperazione. Per questo siamo vigliacchi. Per non morire ancora una volta, senza essere diventati, nel frattempo, immortali.

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Quando lui mi lasciò non mi disse che non mi sarei mai voltato indietro. Io, un Orfeo al contrario. Non mi disse che quella notte sarebbe stata l’ultima. Avrei fatto caso alle cose della sua stanza con uno sguardo più benevolo. Per rassicurare il suo caos che no, almeno quello, io non lo avrei abbandonato. Mai. Nonostante tutto. Tutto dentro di me. Tutto.

Quando ho detto all’altro che non ci saremmo rivisti, non mi ha creduto. Ha pensato alle mie solite esagerazioni. Non ha creduto che fosse solo sesso. Ma erano questi i patti. Solo sesso. E ha fatto l’errore di innamorarsi. Per questo l’ho buttato via. Senza mai voltarmi indietro. E quando ho sentito il rumore del suo dolore, ho fatto finta di niente. Perché ne avevo vergogna.

E poi ci sono tutti gli altri. Connessione. Benvenuto in chat. Ciao. Attivo o passivo? Centimetri. Zona. Ospiti o ti sposti. Che ti piace a letto. Ok, vieni da me. E tutto il resto. La grammatica dell’amore pornografico. Preservativi usati. La scarpetta di lattice di cui nessuno cercherà il proprietario smarrito.

Lui.  E l’altro. E tutti gli altri.
L’amore. Il sesso. La pornografia.
Il mio personale uno, nessuno e centomila.

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Ed è per questo che alla fine ti convinci che è così che deve andare. Per non sentire quel rumore invisibile. Perché quando non senti niente, non sei più umano. E quando questo succede, non puoi morire due volte.

Aspetto che gli deì mi taglino ancora, di andare in giro con una gamba ed un occhio solo. Condannato a ritrovare quella parte di me che ho perso in mezzo a troppo dolore, a troppe parole fuori posto, a troppi inutili orgasmi.

Sarò la faccia nera della luna. Con l’infinitezza del cielo alle spalle, per proiettare il buio sul regno dei viventi, sgomenti di fronte all’eclisse della gioia.

Per questo se non so accogliere il calore dei tuoi occhi, adesso, tu non me ne vorrai. Perché fai già male. E perché non sento niente. E se fai male, potrei tornare a vivere. Ed io sono un Orfeo al contrario. Che non si volta mai indietro.

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Epilogo (per sdrammatizzare)

L’evoluzione non è solo orizzontale. A volte funziona a balzi. Come per gli X-men. A volte funziona come un ascensore.

In quest’ultimo caso subentra quella che, in para-anatomia, si chiama legge delle tre C.

I chakra di  cui abbiamo bisogno sono solo tre.

Il cazzo.
Il cuore.
Il cervello.

Quando l’ascensore si ferma alla prima C, siamo bastardi.
Quando sale fino all’ultimo piano, siamo cinici.

Non è un caso, a ben vedere, che l’ultima C stia proprio in mezzo.

Per equilibrare le intemperanze di ciò che in noi è più terreno e addolcire le asperità di ciò che ci rende contorti.

Punta Raisi, 27 maggio 2011
Roma, 7 giugno 2011

Il senso del tempo che è stato. Per Alessandro Motta

Caro Alessandro,

ti scrivo qui, in una nota pubblica, in un documento visibile a tutte/i, per onorare la dignità e il coraggio delle tue lacrime di ieri. Lacrime che hanno origini lontane e che io penso di conoscere tutte. Le definisco, per altro, coraggiose perché hai esposto la tua più nuda umanità e questo era il senso dei Diari dell’orgoglio. Ma hai fatto di più: non hai avuto paura di affrontare la tua fragilità e per fare questo occorre una dimensione interiore che non tutti sono in grado di contenere.

Non riuscirò a rispondere a tutti gli interrogativi che hai cercato di enucleare, tra i singhiozzi, la rabbia, la delusione degli eventi passati. Non perché non voglia, ma anche io, a un certo punto, ho smesso di seguire il senso delle parole per controllare un’emotività che avrebbe voluto essere forte e onesta come la tua. Allora risponderò a quello che mi ricordo e per quello che avrei voluto dire, che avrei dovuto dirti.

Ci chiedevi a cosa è servito il tuo impegno, in tutti questi anni. Anni in cui abbiamo affrontato, prima ancora delle questioni complesse della causa omosessuale italiana, le faide associative, gli odi incrociati, il riconoscimento del nemico e tutta una mole enorme di energie oscure, ingiustificate – col senno di poi – alimentate in nome di ideali non (più) attinenti con la realtà in cui siamo immersi e non come gay, ma come cittadini, come persone, come esseri umani.

Ci chiedevi qual è stato il prezzo del tuo sacrificio, di fronte ai tuoi studi, di fronte alla tua vita privata, per portare avanti una causa che i più sembrano ignorare. Molte volte ci siamo sentiti dire, anche da “insospettabili”, a cosa servissero i nostri sforzi. Come se dovessimo essere noi a spiegare le ragioni che ci portano a volere un mondo migliore, anche per coloro che ci denigrano e continueranno a farlo.

La prima risposta che ti do può apparire scontata, ma è quello che sento di dirti. La ragione delle tue scelte, che poi sono anche le mie, sta nelle scelte stesse per cui siamo diventati militanti gay. No c’è una giustificazione che dobbiamo fornire se vogliamo che l’Italia diventi come la Spagna, la Svezia o la Germania. Dovrebbe essere qualcun altro, semmai, o dover spiegare la propria ignavia o la propria inadeguatezza. Ho la presunzione di credere che siamo nel giusto, perché vogliamo che tutti vivano nella possibilità concreta di seguire le loro scelte e le loro aspirazioni.

La seconda risposta che ti do è invece più intima. La forza che ti ha spinto a sacrificare una parte di te stesso sta nella tua nobiltà, una nobiltà che ha, tra i suoi ingredienti, il tuo idealismo, la tua amarezza di fronte le ingiustizie, il tuo orrore di fronte all’ignoranza, l’amore per Marco per il quale e con il quale immagini un futuro.

Un futuro, aggiungo, che è legittimo così come lo immagini, col tuo desiderio di famiglia. E se qualcuno dei “nostri” non riesce a capirlo, perché non capisce quanto può essere rivoluzionario nell’Italia di adesso l’aspirazione alla “normalità” di ognuno di noi, credo che, ancora una volta, non debba essere tu a fornire giustificazioni.

Le tue domande di ieri contenevano in esse le risposte che cercavi. E a quelle risposte aggiungo un’evidenza che in molti, però, non fanno troppo caso. Il tempo che ci lasciamo alle spalle non è mai perso, se alla base di esso ci sono scelte, sogni e aspirazioni. La vita si vive e il prezzo che paghiamo, a volte, è la sconfitta o il senso di impotenza. Ma la vita, per fortuna, non è solo questo.

La vita, se ci fai caso, sono le nostre serate a giocare a Bang con Lele e Monica. Sono i cineforum con Fili, le chiacchiere di fronte a un mojito con la Fuschi e Selene, i nostri appuntamenti con Giovanni. La vita è riempire un cortile o un’arena, perché la gente ha voglia di sentire quello che hai da dire. La vita è una cena dal gusto meravigliosamente retro a casa di Carmina, la stessa che ieri ti ha sostenuto, col suo abbraccio, mentre leggevi.

Fino ad adesso hai vissuto. E a volte ti sei fatto male. Ma se ieri c’era tutta quella gente ad ascoltare le tue parole, un po’ (o un po’ troppo) arrabbiate, è perché in questi anni hai comunque costruito qualcosa. Spero di farne parte ancora per molto tempo.

Con affetto sincero, con stima, con orgoglio,

tuo Dario

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Alessandro Motta è coordinatore del Codipec Pegaso di Catania, membro del Laboratorio per il Pride e ha organizzato gli ultimi pride cittadini e il Sicilia Pride del 2009.

Ideatore, tra gli altri, della Queer Week, la nuova formula del Pride etneo del 2011.

Queer Week Catania: il Pride diverso

Anche quest’anno la festa dell’orgoglio LGBT etneo chiuderà la stagione dei pride italiani. Una stagione che ha visto, tra gli altri, il clamoroso successo dell’Europride di Roma, il pregevole bis di Palermo e le “nuove stagioni” di Milano, col patrocinio del neo-sindaco Pisapia, e di Napoli, che ha visto il primo cittadino De Magistris marciare assieme ai manifestanti.

Un anno di novità, in altre parole, sul solco di una tradizione che più volte ha suscitato critiche interne ed esterne, sull’opportunità di “festeggiare” un evento che commemora lotte lontane – come la rivolta di Stonewall, del 1969 – ma che non ha prodotto nessun progresso legislativo e sul piano dei diritti nel nostro paese. Proprio da queste considerazioni è nata la svolta delle associazioni siciliane riunite dentro il Laboratorio del Pride che quest’anno proporranno una formula nuova. Una settimana di eventi culturali, di riflessioni pubbliche, di incontri sulla salute e sulla condizione delle donne. In una sola parola, anzi, in due: Queer Week.

Non si farà, invece, il corteo finale. E questo non certo perché si considera obsoleto e superato il momento più elevato della visibilità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali – molte delle associazioni presenti dentro il Laboratorio hanno aderito e/o partecipato all’appuntamento romano dell’undici giugno – ma perché dopo più di un decennio la parata finale rischiava di essere metabolizzata dalla cittadinanza non più come momento politico-rivendicativo, bensì come appuntamento folkloristico, come nota di colore facilmente assimilabile.

Gli organizzatori e le organizzatrici – Arcigay Catania, Citta Felice, Codipec Pegaso Catania, Collettivo Lesbico Goditive Generose, Gruppo Pegaso, Kalon GLBTE, LILA Catania, Open Mind Catania, Ossidi Di Ferro, Stonewall GLBT Siracusa – hanno invece deciso, per il 2011, di privilegiare la comunicazione con la città, su temi importanti e impegnativi.

Si comincia il 28 giugno, data simbolica scelta non ha caso, con i “Diari pubblici dell’orgoglio”, presso la libreria Feltrinelli, in cui militanti e esponenti del movimento LGBT siciliano condivideranno le loro riflessioni su amore, politica, sessualità, fragilità umane, ecc.; si continuerà con gli appuntamenti dedicati alla cultura, all’omogenitorialità, presso lo splendido chiostro nella sede della CGIL, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, per concludere, il 3 luglio, con una ricchissima giornata al femminile, alla scalinata Alessi, luogo storico della gay community catanese.

Un ciclo di incontri che mirano all’edificazione di un rapporto più consapevole, per certi versi più critico, con un tessuto sociale forse un po’ distratto o col quale, forse, non si è saputo dialogare fino in fondo, al fine – come si legge nel documento politico – di “poter costruire il senso della comunità, che è il senso della condivisione e dell’affetto profondo e della congioia!”.

La Catania rainbow riparte a viso aperto dal dialogo e dall’incontro nei luoghi della città. Una nuova formula della visibilità, forse più sussurrata ma non certo meno impegnativa e coraggiosa, per poter festeggiare, un domani, non solo una memoria storica, ma anche quel senso ritrovato in cui fare dei diritti e del rispetto delle differenze un territorio comune di confronto e di inclusione sociale.

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pubblicato su Gay.tv