Ma D’Alema è “berlusconismo”. Vi spiego perché

La riprova che D’Alema è una delle cause del male – chiamato berlusconismo – che attanaglia l’Italia da vent’anni ad adesso? La sua reazione alla candidatura e alla probabile vittoria di Renzi.

Premetto: a me Renzi non piace. Non mi fa, di conseguenza, impazzire politicamente e ritengo che il suo programma sia viziato dal liberismo – ingrediente primario della crisi attuale – e dall’appartenenza al mondo cattolico, che lo rende incapace di relazionarsi serenamente su questioni fondamentali, quali il testamento biologico e le unioni delle coppie non sposate, etero o omo che siano.

La sua dirigenza, quindi, trasformerebbe il Pd in un partito liberale di centro, con un’ipoteca confessionale che, tuttavia, sarebbe leggermente migliore dell’attuale natura del partito-frankenstein, per cui abbiamo il corpo degli ex PCI dominato dalla mente degli ex DC, che mai hanno rinunciato a definirsi cattolici (contrariamente a Bersani & Co, che non sono più nulla).

Un partito siffatto avrebbe, quindi, un’identità certa. Starebbe quindi alla libera scelta dell’elettore se votarlo o meno. Si chiama democrazia. Occuperebbe il centro, lascerebbe spazio a una reale sinistra socialista e democratica sul modello europeo – ammesso e concesso che vi siano energie e forze per crearla, questa forza, oggi in Italia – e ridimensionerebbe la destra berlusconiana, obbligandola al cambiamento.

Se questo dovesse avvenire, sarebbe perché attraverso libere elezioni, oggi impropriamente dette primarie, la base elettorale del Pd decide di dare questa natura al soggetto politico di riferimento.  Nelle democrazie moderne succede che la linea data al partito – o alla coalizione, come in questo caso – debba essere rispettata dalle minoranze, le quali comunque continuerebbero a militare dentro il partito stesso.

In altre parole: Renzi avrebbe il mandato di presiedere in qualità di leader tutta la coalizione di centro-sinistra, perché i partiti e gli elettori che vi partecipano sanno che chi vince, poi, rappresenta tutti. È un concetto elementare di democrazia.

Cosa fa D’Alema, invece? Minaccia: «se vince Renzi, sarà battaglia politica».

Mi dovrebbe spiegare questo gentile signore, che ha al suo attivo fatti enormi quali la guerra in Serbia, i fondi alle scuole cattoliche – vietate dalla Costituzione – e la stima di Berlusconi, come pensa che un ulteriore, ennesimo conflitto interno alla coalizione di governo possa essere utile e funzionale a vincere le elezioni, prima, e a governare il paese, poi.

D’Alema con questa dichiarazione dimostra di essere al di fuori del concetto di democrazia, pur operando in essa. Che se vogliamo, poi, è la natura stessa del berlusconismo: usare l’impianto democratico per portare avanti i propri interessi e non quelli della collettività.

Ecco come è dimostrato che D’Alema è consustanziale al berlusconismo. E, per tale motivo, do ragione a Renzi, pur non essendo un suo fan, quando dico che va rottamato. O, in parole più semplici, licenziato in tronco da una carriera politica che ha fatto più il male del paese che altro.

Essere un prof di sinistra (e anche gay) oggi.

Oggi ho fatto studiare ai miei studenti la Costituzione. Ho spiegato loro da cosa nasce – parole chiave: antifascismo, resistenza – chi l’ha fatta – c’erano anche i comunisti, sapete? – e a che serve. Abbiamo letto insieme, e commentato, i principi fondamentali della Carta (artt. 1-12). A stento mi sono trattenuto dal dover dire – perché a un certo punto si tratta di dovere e non più di opportunità del dire – che Berlusconi in tutto questo è più di un’anomalia: è un errore. E dunque, non l’ho fatto. Perché non è mio compito dare un giudizio politico, ma fornire strumenti critici per analizzare il reale, quello sì.

Va da sé che certe incongruità dell’attuale sistema politico venivano fuori da sole. L’analisi del presente mi riporta spesso ai paralleli con la storia. Crisi della repubblica a Roma. Qualcuno – Cesare – che a un certo punto decide che il vecchio ordinamento non è più adatto. E invece di modificarlo, si sostituisce ad esso. Con tutto quello che ne consegue. La dittatura, in una parola semplice e durissima.

Vogliamo arrivare a questo?
E soprattutto: vi ricorda qualcuno?

Ho fatto questo preambolo non per parlar male del nostro premier. Parlarne male (per i canoni del berlusconiano) o, in alternativa, provare affetto per la legalità e la giustizia, in pieno accordo col dettato costituzionale, è atto dell’uomo onesto, intellettualmente prima di ogni altra cosa. La vera ragione risiede in una contraddizione che mi fu fatta notare, tempo fa, da una persona della schiera dei cultori del “contro”.

Questa persona – damnatio memoriae! – partiva da un assunto: essere di sinistra oggi significa mettere in discussione il modello di società in atto. Siccome la Costituzione e la scuola, ad essa collegata, non pongono in discussione quel modello di società – libertario, democratico e capitalista (vi prego di capire che non sono parole mie) – un insegnante di sinistra, quale io sono, e in prima linea per la lotta per i diritti civili, che lo Stato non riconosce, come si può porre di fronte a certi argomenti? Si apre una contraddizione? Si tradisce la propria mission politica? Si attua la politica della doppia morale?

D’altronde, un sistema di pensiero “antagonista” ha ragion d’essere in un sistema come il nostro, che ammette che il suo assetto possa esser messo in discussione nell’ambito della salvaguardia di certi fondamenti. Il che apre un ulteriore dibattito: la democrazia deve ammettere ciò che mira a migliorarla, pur in un quadro di radicale ripensamento?

Mentre parlavo di guerra, tutela delle minoranze, di condizioni personali – ci sarebbero pure le persone GLBT in questo paese – queste domande mi venivano in mente. Come risolvere certe contraddizioni?

Dopo di che una piccola illuminazione ha rischiarato la mia tempesta del dubbio, portando non dico l’arcobaleno della certezza, ma la quiete conseguente a ogni procella. L’ordinamento dello Stato si regge sulla Costituzione stessa. La Costituzione è stata scritta da forze tra loro eterogenee: comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, azionisti. Tutti hanno rinunciato al loro non condivisibile per puntare alla mediazione sui punti comuni: cioè, all’unità. Il risultato è un testo che garantisce saldezza istituzionale, dinamismo nell’architettura dello stato, valori comuni, rispetto dei diritti umani, politici e civili. La strada, a ben vedere, è segnata da tempo. Si tratta di prendere di petto quella strada, percorrerla, farne tesoro. Così non è stato.

Così non è, ad esempio, quando si critica il tricolore. La cui esistenza è sancita nell’articolo 12, che dice come deve esser fatto. Il tricolore è un simbolo e indica uno stato – e non una nazione, stiamo attenti – retto da principi di uguaglianza. Perché certa sinistra lo ha abbandonato al suo destino, scambiando il rispetto per le regole democratiche che quel simbolo richiama per nazionalismo? Adesso il tricolore è il simbolo della destra, e di una in particolare. Si è reso un servizio alle lotte partigiane dei nostri padri costituenti, che lo hanno voluto dentro la Costituzione stessa? Perché un partito neofascista deve riconoscersi in un simbolo che proviene anche dalla Resistenza e chi si dice di certa sinistra si permette di abbandonarlo in nome di non si sa quale cosmopolitismo teorico?

Si critica l’istituzionalismo, scambiandolo per acritica adesione a codici di comportamento. Penso alla critica che si fa ai corpi di polizia, critica che condivido pienamente – a scanso di equivoci – quando si verificano fatti come quelli di Genova. Ma perché certa sinistra, o la sinistra tutta, non ha preteso il rispetto del principio fondamentale che la polizia serve a gestire la sicurezza democratica e civile del paese e non essere uno strumento di repressione del popolo? Abbiamo reso un buon servizio al concetto stesso di democrazia schifando il sistema immunitario dello stato contro i suoi stessi mali (mafie, prima d’ogni altra cosa)?

Si critica la democrazia. Troppo spesso sento dire «la democrazia ha fallito», ma cosa si è fatto per renderla vincente? L’elettore o il militante di questa o quella sinistra hanno difeso un valore, attraverso le sue istituzioni, i suoi corpi, le sue leggi? Lo hanno reso carta viva? Siamo davvero stati migliori di chi contestavamo e che adesso usano la democrazia come un’arma contro i fondamenti stessi della condivisione civile? (Ogni riferimento alla Lega e all’azione di questo governo è voluta).

Leggendo soltanto i principi fondamentali ci si rende conto di avere uno strumento potentissimo di libertà, di unione, di opportunità. Seguire ciò che dice quel testo non è tradire la propria coscienza, ma ritrovarla nell’istituzione che magari qualcuno condanna aprioristicamente, ma che tutela principi fondamentali per cui si dice di lottare.

Mentre oggi leggevo l’articolo 3, mentre oggi commentavo il passo sulla libertà religiosa, mentre spiegavo la tutela delle minoranze, mi sono sentito di sinistra. Non ho segnato un limite tra ciò che è bene e ciò che è male, semmai ho detto come la penso io, come valuto certe cose, certi atteggiamenti. Come, ad esempio, sostenere l’azione politica del presente sull’anticomunismo è un atto idiota, inutile, visto che i comunisti hanno rappresentato uno strumento di tenuta democratica per questo paese, per anni. E ho accolto le proteste di chi mi diceva che proprio no, il comunismo non gli piace. Ok, è legittimo. Non votarlo, combattilo. Ma non pensare che sia come il fascismo (come quello attualmente al potere, avrei dovuto dire).

Ho detto ai miei ragazzi e alle mie ragazze che un giorno voteranno e che voteranno per una parte o per l’altra. Quando questo accadrà, dovranno pretendere dai loro futuri rappresentanti di essere le persone migliori a cui affidare il proprio destino. Abbiamo una legge suprema che ci dice come fare. Chiunque ha l’obbligo morale e civile di seguirla, se vuole essere un cittadino degno di questo nome.

Essere di sinistra, per me, significa esattamente questo. E porre l’altro a credere di poter essere altrettanto, pur da principi politici completamente dai miei, ma nel rispetto dell’identità dell’altro.

P.S.: tralascio, per adesso, il discorso su come coniugare l’argomento dei diritti civili in una chiave che tenga conto di tutte le diversità dentro una classe e dentro il dibattito politico per l’estensione del matrimonio civile a gay e lesbiche. Dico solo che ho inserito un modulo sulle nuove famiglie. Quando lo tratterò, ne darò testimonianza.