La prima nota di grazia

La prima nota di grazia che mi ha accolto, stamane, dopo tempo che non andavo a Catania, è quella dei pupi siciliani: i paladini della saga carolingia, Rinaldo, Rolando, i mori… le chiome lunghe, i baffi all’antica e poi lo sguardo fiero, di latta e terracotta.

Ho vissuto sotto il vulcano per tredici anni. Quasi quattordici, in verità.

Subito dopo, ho visto il liotro, l’elefenate di lava con l’obelisco sul dorso. Il colore era il grigio. Cupo, terribile come un’eruzione di notte, della statua dell’animale. Quello più benevolo, ancestrale, del marmo greco. E ancora il cielo, latteo, tra nebbia e rabbia.

E poi.

I balconi del monastero, austeri e imbrociati, a dispetto del barocco che li ha forgiati.
Le chiacchiere “diaboliche” con Giovanni, al cospetto dei suoi cibi pregiati.
Gli occhi, sempre belli, del Filosofo, i suoi gatti e il suo terrazzino sopra i tetti d’argilla.

Sopra ogni cosa, il vulcano. E il cielo. Tempestoso in lontananza, ma placido. Come la gente del sud.

Oggi la mia città d’adozione mi è mancata come mai negli ultimi anni.
E oggi un po’, in mezzo al grigiore benevolo, l’ho ritrovata per com’era quando ogni cosa assumeva le sfumature dello stupore.

Più di un pensiero, magari a forma di nuvola

Ogni tanto ripenso a Bloody Nell.

Mi ricordo quando tornavo a casa da Catania, dopo qualche settimana di assenza, per le feste soprattutto e magari pure più in carne, e lei mi diceva «sei sciupato».

Allora, nonna, facciamo così. Oggi ti dedico una piccola magia, anche se tu non ci hai mai creduto, sebbene, senza saperlo, hai sempre dato spazio ai poteri degli elfi.

Oggi ti mando in paradiso il colore del cielo di Roma, che è lo stesso di quello che si vede dalla tua finestra, dove crescevano la menta e le fresie.
Oggi ti dedico più di un pensiero, magari a forma di nuvola, così ti ci puoi nascondere dentro.
Oggi penserò a quale sapore spedirti, perché a te piaceva mangiare e preparare i cibi, e mi hai lasciato la tua arte, i tuoi accorgimenti, la sapienza nel tritare il prezzemolo e nell’essere custode dei fuochi.

E siccome so che ti piace ridere ancora, ogni tanto imprecherò contro tu sai chi, e magari anche il suo diretto superiore. Tanto lui, da dove sei, non può dirti nulla, o lo lasci senza cena. E di questi tempi, in paradiso, senza di te, hanno solo da rimetterci. (E che questo rimanga tra noi. Siamo d’accordo…)

E in tutto questo, voglio rassicurarti: non sono sciupato, anzi, devo perdere dieci chili e credo che comincerò da gennaio, anche se non sarai d’accordo, lo so. Ma volevo, appunto, rassicurarti.

Tu, se vuoi, vieni pure a riprendermi in sogno. Come hai fatto già qualche volta. Come quando mi hai abbracciato per l’ultima volta e io sapevo che eri tu, che c’eri.

Che ci sei.