Obiezione di democrazia

Leggo che al Policlinico di Napoli non sarà più possibile praticare l’interruzione di gravidanza. Pare che tutti i medici siano diventati obiettori di coscienza.

Bene, non ho problemi ad accettare il fatto che un essere umano non se la senta a operare un aborto. Penso però che chi fa l’obiettore non debba poter fare il medico. Semplicemente. Per almeno tre ragioni:

1. se l’obiezione vale per un principio cattolico, dovrebbe valere per i principi di tutte le altre religioni. Per cui potremo trovarci un giorno un medico testimone di Geova che non ci farà una trasfusione, perché la sua religione glielo vieta;

2. ai tempi del servizio militare chi faceva obiezione di coscienza evitava la leva obbligatoria, ma veniva escluso da tutte le professioni in cui venivano usate le armi. Non si poteva fare il poliziotto, il carabiniere, il vigile urbano e via discorrendo. Perché questo non deve valere anche per i medici?

3. una credenza religiosa non può e non deve essere più forte, nell’esercizio di una professione, della legge e della deontologia. Le credenze religiose sono irrazionali. Insegnare a scuola, difendere delle persone di fronte a un tribunale, operare un malato e persino vendere frutta al mercato sono processi che invece devono essere guidati dall’uso dell’intelletto.

C’è il rischio che il puntiglio cattolico per la vita – che vale solo quando si vogliono obbligare le donne a non interrompere la gravidanza, ma sempre disatteso almeno dai tempi dell’inquisizione fino agli ultimi scandali di pedofilia, per non parlare delle strette di mano tra papi e dittatori – diventi destrutturante per la qualità della vita del paese e, più in generale, per la sua tenuta democratica.

Basti vedere come votano in parlamento certi signori, sempre in nome del pregiudizio religioso, propinato come libertà di fronte alla tutela della vita, in opposizione al male. Il caso Englaro fa ancora scuola.

Addio a Giorgio Bocca: fu partigiano, giornalista e scrittore. E omofobo e razzista

È morto Giorgio Bocca: è stato partigiano, giornalista e scrittore.

Parlando dei tempi moderni e soprattutto dell’età berlusconiana fece notare che la tragedia del presente stava nell’esser traghettati «senza accorgercene, senza reagire, dal mondo dei miti e delle leggende, cioè della fantasia e della poesia, a quello dei consigli per gli acquisti».

Sempre riguardo ai mali dell’Italia, dichiarò: «Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più».

Adesso io non so se era davvero un “grande”, come la retorica giornalistica – a cominciare da la Repubblica, che con quel D’Alema criticato da Bocca è, a volte, ammiccante – lo vuole descrivere. Giornalisticamente lo conoscevo poco. Di certo non si può negare che avesse un grande senso della sintesi.

Peccato fosse pure omofobo, come quando disse: «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi. Poi mi dava noia questo: ho un po’ di omofobia, che poi è una cosa militare».

E razzista: «la gente del Sud è orrenda. [...] Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa  che usciva dalle catapecchie. Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso. Una poesia il il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili».

Per cui, onore a Giorgio Bocca: partigiano, giornalista e scrittore. Soprattutto di fronte allo squallido panorama dei nostri cronisti attuali, popolato da maggiordomi, stenografi e marchette.

Ma il suo essere italiano esattamente come quel Berlusconi e l’italietta da lui rappresentata… beh, questo non credo ci mancherà.

Amministrative 2011: un nuovo spazio per le unioni gay

Il dato che emerge da città come Napoli e Milano non è solo la sconfitta di un berlusconismo che è entrato ufficialmente nella sua fase finale.

Il fatto nuovo, minoritario ma importante, è la smentita di un mantra agitato come un incubo dalla destra e affrontato con timidezza dalla sinistra: di unioni civili e di diritti per i gay, durante la campagna elettorale, è meglio non parlarne.

Perché se guardiamo indietro – alle promesse elettorali di Pisapia che si è espresso a favore del registro delle unioni civili, e alle dichiarazioni di metà maggio di de Magistris, che si è detto favorevole al matrimonio gay in pieno ballottaggio – vediamo come certi temi non sono un ostacolo alla vittoria dei rappresentanti (vincenti) della sinistra italiana (che vince).

E se dovessimo rifarci ai ragionamenti semplicistici di rappresentanti di spicco della sub-cultura omofoba italiana – due nomi per tutti: Daniela Santanché e Carlo Giovanardi – la conseguenza sarebbe più che ovvia. Di fronte al pericolo, il popolo sovrano ha votato. E ha votato quei programmi, quelle dichiarazioni.

Seguendo la logica di questi due giganti del pensiero filoclericale e reazionario la gente vuole ormai la piena uguaglianza giuridica per gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Va da sé, ovviamente, che la politica è cosa più complessa dell’isteria e del prurito antiomosessuale di questi tristi figuri e che bisogna lavorare, a partire dalle associazioni di settore fino ad arrivare ai militanti più illuminati di SEL, PD e IdV, per la costruzione di una cultura di governo di respiro nazionale che miri a rompere quel muro di gomma sul quale sono sempre rimbalzate le richieste della comunità gay italiana: legge contro l’omofobia, regolarizzazione delle famiglie omoparentali, unioni civili.

La strada è lunga e in salita. Non possiamo aspettarci che un Bersani, che il suo pigmalione D’Alema (già in combutta con l’UdC per creare l’alternativa alla destra), che lo stesso Vendola si convertano alla causa del matrimonio allargato. Ma da oggi un segnale diverso c’è: i candidati che si dimostrano gay-friendly vincono e vincono senza paura di chiamare le cose col loro nome.

Per cui perora ci godiamo la vittoria di queste amministrative. Da domani occorre lavorare a un progetto concreto affinché la comunità GLBT italiana, tutta, si responsabilizzi e pretenda dai partiti – attraverso un lavoro di costruzione di cultura politica e di condivisione di responsabilità – un’attenzione degna di questo nome e la soluzione a problemi la cui urgenza è più che evidente.

(pubblicato su www.gay.tv)

Amministrative 2011 in pillole

Il risultato di ieri.

A Milano oltre il 50% degli elettori non ha votato per Berlusconi. E La Russa deve morire.
Lo stesso, che a Milano nel 2006 aveva ottenuto cinquantamila voti, dimezza le sue  preferenze.
Lussini, quello dei manifesti contro i pm, poche centinaia.
Berlusconi, in pratica ha perso a Milano. E La Russa deve morire.
Anche ad Arcore si va al ballottaggio e il centro-sinistra è in vantaggio.
A Napoli la destra non arriva al 38% e a vincere, moralmente e politicamente, nel centro-sinistra, è De Magistris. E La Russa deve morire.
La Lega intanto è isterica e Bossi tace.
I grillini saranno determinanti a Milano e si affermano come un partito forte e presente in tutto il centro-nord. Speriamo non eccellano in cretinaggine.
Il terzo polo, di fatto, non esiste. E La Russa deve morire (e in questo caso anche Rutelli).
Il piddì da solo non può farcela (capito Veltroni?) e ha bisogno di SEL e IdV (capito D’Alema?).

Tutto questo si può riassumere in una frase molto semplice: c’è bisogno di sinistra. E La Russa, se non fosse ancora del tutto chiaro, deve morire.

Come voterei se fossi di…

Napoli, per Luigi De Magistris. Perché si è battuto per un’Italia più pulita ed ha cercato di mettere ordine proprio laddove era più difficile: dentro casa propria.

Milano, ovviamente per Giuliano Pisapia e basterebbe una sola ragione: non è la Moratti.

Bologna, non conosco i candidati. Per esclusione, e vista la melma che dilaga dall’altra parte, non potrei fare altro che votare il candidato di centro-sinistra. Con una preferenza per SEL, va da sé.

Torino: semplice, non andrei a votare. Ha detto bene Travaglio quando ha scritto:

…non vedo discontinuità tra centro destra e centro sinistra, al di là del fatto che questa volta il centro destra ha trovato uno di 37 anni che parla come uno di 90 e dall’altra parte ne abbiamo uno di 60 e rotti che dopo aver trascorso tutta la vita in Parlamento adesso ha scambiato il Comune di Torino per una casa di riposo per politici a fine carriera.

A ben vedere a Torino si confrontano due destre quasi del tutto identiche. Entrambe non disturbano il grande manovratore della politica locale – leggi: FIAT – che però sta ben pensando di trasferire baracca e burattini a Dedroit. E sul caso Marchionne, per altro, Chiamparino si è schierato con i poteri forti osannando colui che, col ricatto e l’ignavia dei colletti bianchi, ha imposto un contratto ai limiti dello schiavismo (un operaio FIAT non può andare a far pipì nel suo turno di lavoro). A succedere a questo campione di socialdemocrazia in salsa vetero-prussiana è Piero Fassino. Cinque Stelle è capitanata da un omofobo. Un po’ come piddì e PdL a ben vedere. E siccome io non posso votare una persona che non ha nemmeno il coraggio di pronunciare la parola “gay” – e Fassino è tra questi – sceglierei il non voto.

Trieste, leggiucchiando il programma del candidato sindaco del piddì, c’è una buona parola per tutti, fuorché per le persone GLBT e per i loro diritti. Mi turerei il naso e voterei centro-sinistra, ma anche qui accordando il voto a un partito più credibile su questi temi.

Cagliari, per Massimo Zedda. Tra tutti gli altri, sembra il candidato più fresco, innovativo, meno compromesso con certe logiche di potere. Non ha paura di parlare, già nel programma, di registro delle unioni civili. Diciamo che il ragazzo promette bene.

I pride italiani

Oggi comincia la stagione dei Pride.

Il mio amico Village fa notare, sul suo profilo Facebook: «chi non ama le baracconate (ma non ha mai fatto un cazzo per i diritti suoi, nostri e di tutti) stia pure a casa, ma non rompa i coglioni con le lamentele. Se avete paura di essere riconosciuti dalla nonna o dall’amica di mammà mettetevi il burqa.»

Aggiungo io, a chiosa di tanta e tale saggezza, che poi, a ben vedere, le velate si dividono in due gruppi: quelle che le vedi lontano ventimila anni luce che sono delle sfrante e quelle talmente brutte che vorresti avessero sul serio il dono dell’invisibilità.

A seguire, per chi fosse interessato, il calendario dei pride italiani:

MILANO – 12 GIUGNO 2010
ORA NE ABBIAMO ABBASTANZA!
http://www.pridemilano.org

PALERMO – 19 GIUGNO 2010
SICILIA PRIDE
http://www.siciliapride.org

TORINO – 19 GIUGNO 2010
I DIRITTI SONO IL NOSTRO PRIDE
http://www.torinopride.it

NAPOLI – PRIDE NAZIONALE – 26 GIUGNO 2010
ALLA LUCE DEL SOLE
http://www.napolipride.org

ROMA – 3 LUGLIO 2010
OGNI BACIO UNA RIVOLUZIONE
http://www.facebook.com/pages/Roma-Pride-2010/120830727939208?ref=ts

TREVIGLIO – 3 LUGLIO 2010
GUARDIAMOCI IN FACCIA
http://www.trevigliopride.it

CATANIA – 10 LUGLIO 2010
VERSO UN FUTURO DIVERSO
http://www.cataniapride.it

Pride 2010? Quasi quasi vado a fare shopping…

Roma a Natale impazzisce. E per chi, come me, si riduce sempre a comprare i regali a poche ore dalla mezzanotte o, ben che vada, a qualche giorno dal dies orribilis, è oltre modo sconveniente dover aspettare fino a quarantacinque minuti per prendere un autobus. Ciò succede, secondo il mio amico Queerboy, perché i romani per le festività natalizie escono di casa con una macchina procapite, al solo scopo di congestionare il traffico. Fortuna vuole che domani torni nella civilissima Sicilia, dove per gli acquisti dei regali accadono cose altrove narrate – a cui vi rimando – anch’esse portatrici di miseria, terrore e morte.

Voi direte pure: potevi pensarci un po’ prima, tipo ad esempio nel week end. Orbene, lo avrei fatto volentieri, fatto sta che giusto sabato c’è stata l’assemblea delle associazioni GLBT per decidere dove fare il pride del 2010. Essendo un esponente, anche se minore, del movimento, ho deciso di andare anche perché parlavo anche a nome del Milk, che mi aveva delegato all’uopo.

Poiché appartengo a una categoria professionale che lavora pure il sabato – mi chiedo perché mai a scuola non si faccia la settimana corta esattamente come nel resto degli uffici del pianeta – sono arrivato alla sede della riunione a giochi cominciati e a baruffa imperante.

La sintesi della giornata è già stata fatta dalla Vandilla Furiosa, una delle anime di We have a dream, che per oggi mi farà da musa. Sostanzialmente, dalla riunione di sabato è venuto fuori che:

1. Arcigay ha deciso che il pride si farà a Napoli. Io ero andato per esprimere due voti, quello del Codipec Pegaso di Catania e del Milk di Milano, ma quando è stato il mio turno era già deciso tutto. Tra l’altro: Arcigay mette i soldi ergo chi mette i soldi governa. Amen.

2. Arcigay e Facciamo Breccia sono ai ferri corti perché una delle brecciarde nel 2008 ha preso a sberle uno di Arcigay e da allora sono volate denunce e querele. Nel frattempo Taylor Forrester resuscitava per la sessantaduesima volta, mentre Alexandra Spaulding rivelava a suo fratello Alan di non essere sua sorella bensì sua nonna… (Dio che cosa importante per i destini dei gay e delle lesbiche d’Italia).

3. Facciamo Breccia è incazzata (ma va?).

4. Se il pride non è antifascista, contro Casa Pound, contro il capitalismo, contro l’eterosessismo, contro Babbo Natale e i puffi, contro a prescindere, Facciamo Breccia non scenderà in piazza (grazie per pensare ai diritti delle persone GLBT ogni tanto, ci si potrebbe commuovere).

5. C’è un totale scollamento tra le associazioni e la gente. Nessuno dei presenti pareva comunque preoccupato, a parte poche rare e importanti eccezioni, del fatto che la stragrande totalità dei gay, delle lesbiche e delle persone transessuali non si riconosca nell’azione politica che le associazioni portano avanti a nome meramente personale, arrivati a questo punto (voi sì che siete fighi, eh!).

Morale della favola: una colossale perdita di tempo. La sensazione di trovarmi a un appuntamento a metà strada tra il Concilio di Nicea e una puntata a caso di Uomini e donne, mi ha schifato a tal punto che forse faccio domanda di prepensionamento dal mondo GLBT. Quando ho cominciato a fare attivismo, l’ho fatto perché pensavo (e penso) che possa esserci un ragazzo impaurito, là fuori, che ha bisogno di chi gli dice che non è solo, che può contare su persone che credono in lui, che c’è qualcuno disposto ad ascoltarlo, che si farà qualcosa per rendere questa società meno squallida, più giusta, magari anche più felice.

Poi, se devo perdere pomeriggi intieri a fingere di essere un gay impegnato per poi strapparmi i capelli con la prima isterica, senza distinzione di orientamento sessuale e identità di genere, che mi capita sotto mano a causa di quanti asterischi mettere in un documento o per sentirmi dire, da chi ha i soldi, “perché io valgo” senza essere nello spot di un shampoo, preferisco fare il gay starnazzante e impegnare il mio tempo ad attività ben più amene quali shopping, ristorante giapponese, aperitivi chic e, all’occorrenza, mentula.

Parafrasando (al contrario) Vladimir Luxuria, qualche sega mentale in meno e molti orgasmi in più. Ne converrete.