Autonomi e uniti si vince (il mio intervento a Radio Popolare Roma)

Ecco il podcast del mio intervento del 10 gennaio a Radio Popolare Roma, a TimesQueer, la splendida trasmissione di cultura GLBT di Andrea Maccarrone:

http://radiopopolareroma.it/node/5289

Ospite di TimesQueer questa settimana Dario Accolla, presidente onorario di Arcigay Catania, attivista e blogger. Approfondiamo assieme i rapporti tra movimento e partiti, le ragioni degli scarsi risultati legislativi ottenuti dal movimento lesbico gay e trans italiano e quali strategie possono risultare vincenti per il futuro.

Paolo Patanè, presidente di Arcigay, affronta in collegamento il caso dell’assessore leccese Giuseppe Ripa, costretto alle dimissioni dopo le frasi omofobe rivolte a Nichy Vendola.

Altre notizie: Giovane capitano di freagata genovese, rimosso dalla Marina Militare Italiana per delle foto su siti gay, reintegrato nel ruolo dal TAR ligure. Poste inglesi dedicano francobollo celebrativo ad Alan Turing matematico omosessuale  inglese, che decrittò il codice Enigma.

Diritti ai gay: D’Alema bugiardo, omofobo, incompetente

Massimo D’Alema torna sul tema dei diritti civili, intervistato da Zoro (Diego Bianchi) alla Festa dell’Unità di Ostia, lo scorso 9 settembre.  Tutto quello che c’è da sapere – ma è storia vecchia, come è vecchio il nostro “eroe” – potete vederlo in questo video:

Non mi interessa entrare nella polemica che vede, in queste ore, correzioni, smentite, confronti e presunte (ma non vere) strette di mano tra leader del pd e di Arcigay.

A quelle finte elucubrazioni, di sapore confessionale e integralista, si possono controbattere argomenti, questi sì, seri:

1. le persone GLBT lavorano, pagano le tasse, fanno parte del tessuto sociale. Un qualsiasi programma politico che escluda a priori le esigenze di tale comunità è un programma miope, discriminatorio, offensivo nei confronti di milioni di esseri umani

2. tutte le organizzazioni gay attualmente presenti sul territorio nazionale hanno come obiettivo il riconoscimento delle unioni civili, la legge contro l’omo-transfobia, la tutela dell’omogenitorialità e delle persone trans e, last but not least, il matrimonio e le adozioni

3. dichiarando che il pd per poter portare avanti il cambiamento sociale ha bisogno di un partitino del 6%, omofobo, popolato in passato da personaggi dalla dubbia moralità, nonché cattolico integralista, D’Alema ammette l’inconsistenza politica del suo partito rispetto a qualsiasi eventuale alleato

4. D’Alema vuole allearsi con un partito che ha prodotto fulgidi esempi di politica nazionale quali Totò Cuffaro, condannato per legami con la mafia, e Saverio Romano, ora ministro dell’agricoltura e imputato per mafia. Per tenersi stretto Casini, che ha fatto eleggere questa gente nell’UdC, è pronto a sacrificare i diritti di centinaia di migliaia di cittadini/e onesti/e

5. la nostra Costituzione non vieta affatto le unioni tra omosessuali e men che mai il matrimonio (che non è un sacramento, bensì un contratto giuridico). Non specifica nemmeno il sesso dei contraenti dell’istituto matrimoniale, per cui dato l’articolo 29 e gli articoli 2 e 3, in Italia due gay o due lesbiche potrebbero tranquillamente sposarsi.

Tutto questo, ancora una volta, è la riprova che la dirigenza del pd è affidata a persone incompetenti, bugiarde e omofobe.

Fino a quando questa gente (tra cui Bindi, Fioroni, ecc) non verrà messa alla porta, il partito democratico è e rimane invotabile. E non solo da gay e lesbiche, ma da chiunque abbia a cuore il concetto di integrità morale, di uguaglianza e di democrazia.

Che ne sanno Santanché e Checco Zalone del matrimonio gay?

Ci risiamo. Ancora una volta il giornalista di turno – in questo caso del Corriere, forse invidioso che tale pratica fosse divenuta quasi esclusiva di Vanity Fair – chiede pareri sulla questione omosessuale a chi non ha titolo per parlarne.

Come nel caso di Daniela Santanché che reduce dalle difese del bunga bunga, può adesso permettersi di dirsi impressionata all’idea che Paola Concia possa essersi unita davanti alla legge con la sua compagna: «Io mi impressiono, voglio impressionarmi, accidenti! Non voglio abituarmi a certe robe…»

La domanda conseguente è semplice: qual è l’esigenza da parte di giornalisti e cronisti di conoscere il pensiero di persone inammissibili su temi che andrebbero trattati con il dovuto rispetto?
Perché chiedere alla Ferilli che ne pensa dei matrimoni gay o a Checco Zalone delle adozioni? Qual è l’utilità? Che competenza hanno queste persone su questi temi?

Per altro: questa gente viene ugualmente interpellata per il nucleare, per la crisi economica, per l’acqua pubblica? No. E se la si interpella sui matrimoni gay è solo per svilire il discorso.

Perché se di certe cose può parlarne un saltimbanco qualsiasi è perché l’argomento non è serio. Questa è la filosofia.

Adesso sapere che l’ex leader di un partito di estrema destra sia favorevole o meno a certe questioni ha lo stesso valore della contrarietà di Massimo Boldi ai referendum sul legittimo impedimento o del biasimo di Flavia Vento rispetto all’aumento dell’IVA. Il problema però è che il giornalista interpella questa gente solo sui froci.

Un modo facile e semplice, a ben vedere, per riempire una pagina di un qualsiasi giornale italiano. Non importa se intrisa di luoghi comuni, di dichiarazioni offensive e di informazioni sbagliate.

(musa: Milla Delle Ore)

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

Unioni di fatto e pd: i nodi vengono al pettine

La notizia è di qualche giorno fa. Alla riunione della Commissione Diritti, voluta da Bersani per affrontare il tema delle unioni civili, sempre estromesso dalle assemblee nazionali, sono volate scintille tra la deputata Concia e la presidente Bindi.

Al di là delle varie illazioni che si sono lette su giornali on line (di destra) e blog (anche di sinistra) – tra tutti il più tragicomico è Daw, implacabile con il pd quanto benevolo e scodinzolante con Berlusconi, nonostante questo riduca anche lui, con le sue dichiarazioni, al rango di “frocio” – il dato politico che emerge è l’ennesima spaccatura del partito su una questione fondamentale: il riconoscimento delle coppie di fatto.

Le scuole di pensiero sono due.

Quella dell’area mariniana che vuole un istituto giuridico equivalente al matrimonio, con possibile accordo sul PaCS alla francese.

E quella dell’area omofoba, che non vuole nessun riconoscimento, ma solo la possibilità di accedere a diritti generici che non solo non risolvono il problema, ma lo complicano.

In commissione si scontrano, perciò, due culture: chi vuole colmare il vuoto giuridico (Marino & Co.) e chi, riproponendo i DiCo, vuole istituzionalizzare un regime di apartheid per le coppie di fatto.

Se i DiCo passassero, infatti, si approverebbe una legge che prevede discriminazioni per le persone che decidono di non sposarsi (coppie etero) e per chi non ha la possibilità di farlo poiché gli viene impedito (coppie gay).

La scelta sul modello da proporre che ne verrà fuori dovrebbe, al contrario, prevedere alcuni principi in nome dell’uguaglianza giuridica e non, come prevede il disegno bindiano, della disparità di trattamento.

Tra tutti, il riconoscimento giuridico e pubblico della coppia. Entrambi si va in comune e si registra il patto di convivenza.

Questo patto deve contenere diritti e doveri in tutto uguali a quelli goduti e previsti dalle coppie sposate in materia successoria fiscale ed assistenziale. Forse non tutti. Ma comunque uguali. Nell’attesa, va da sé, di allargare la sfera dei diritti a ogni ambito previsto dal matrimonio. Nome incluso.

La filosofia che dovrebbe animare il dibattito è quella che prevede una normativa per tutelare delle scelte e dei percorsi affettivi. Se tutti siamo capaci di provare sentimenti, se la natura dei sentimenti che uniscono le persone è unica – la Bindi dovrebbe sapere, almeno per sentito dire, che si sta parlando di amore – le tutele per quei progetti di vita devono essere equivalenti, qualora non le stesse. In nome di almeno due articoli della Costituzione: il 2 e il 3. Mettiamoci pure la recente sentenza della Corte Costituzionale, che prevede il riconoscimento delle coppie e non dei diritti dei singoli conviventi, formula priva di ogni significato e offensiva dell’intelligenza di tutti e tutte noi.

Bisognerebbe, infine, far capire che nessuno vuole arrivare all’istituzionalizzazione di un peccato. Il peccato, per altro, in termini giuridici non esiste nemmeno. Almeno in un paese laico. Si sta parlando di vite umane, delle loro speranze, della sofferenza a cui si va incontro di fronte a un vuoto giuridico.

Il percorso dentro la Commissione Diritti del pd è in salita è piena di rischi e pericoli. Temo che ci sia ogni volontà di non arrivare a una “mediazione” – poi ci dovrebbero spiegare cosa c’è da mediare tra chi vuole giustizia sociale e chi non la vuole – da parte delle solite forze, retrive e conservatrici ben presenti dentro il partito democratico.

Non cedere alle provocazioni, presentare un modello giuridico chiaro e forte, mettere di fronte alle proprie contraddizioni i fautori della diseguaglianza, essere fermi nelle proprie idee e nei propri ideali avendo come faro la soluzione a un problema concreto. Credo che la strada maestra sia questa.

I mariniani, Paola Concia e quei militanti, dentro il pd, anche cattolici, che agiscono dentro la Costituzione e in nome dell’equità sociale sono nel giusto. Bisogna dar forza a queste persone, attraverso il nostro appoggio concreto, politico e morale. Perché è vero che è una questione interna del pd, ma riguarda la vita di tutti/e noi, anche di chi non voterà mai quella forza politica.

L’Islanda dice si al matrimonio gay: il mondo dei diritti adesso è più grande.

Nell’immagine che vedete potete notare diverse gradazioni di blu e di azzurro.

L’azzurro tenue, come il cielo alla fine d’inverno, è il colore di quei paesi dove lo stato riconosce le convivenze tra persone GLBT.
L’azzurro più vivo, invece, che ricorda il cielo dei pomeriggi d’estate, indica gli stati dove sono approvate le unioni civili.
Il blu d’oltre mare, che sembra quello degli orizzonti del Mediterraneo, ci ricorda che in alcuni paesi ci sono leggi che garantiscono gli stessi diritti del matrimonio per le coppie gay e lesbiche.
Il blu scuro, che richiama la grandezza della profondità degli oceani, è di quelle parti del mondo dove è possibile sposarsi.

La cartina andrebbe aggiornata, visto che l’Islanda, da alcuni giorni, ha deciso di assomigliare al colore dell’oceano. E ciò è bene, a ben vedere. E a ben vedere, un mondo senza diritti e un mondo sempre più grigio.

A proposito di Spagna: gay e laici salvano la famiglia

Nel 2009 sono stati celebrati 94993 matrimoni civili, 80174 cattolici e 785 di altre confessioni religiose. Per la prima volta dagli anni settanta i matrimoni civili superano quelli religiosi.

Sul sito dell’UAAR, da cui ho ripreso la notizia e che rimanda alla fonte ufficiale spagnola, si apprende anche che «aumenta anche la quota dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, legali dal 2005: salgono a 3421 (2212 tra uomini e 1200 tra donne), ovvero 218 in più rispetto al 2008.»

Altro dato, in senso assoluto il matrimonio è un istituto in calo. Nel 2009 si registra un -10% e oltre rispetto all’anno precedente.

Permettete un’analisi di lettura del dato numerico?

C’è ancora voglia di famiglia, in Spagna. A mandare avanti questo istituto, sicuramente logoro e da reinventare, sono proprio i laici e i gay, che si sposano di più. I cattolici, evidentemente, sono bravi a predicare. La pratica, si sa, è cosa ben diversa.

Domani sposi (e spose)

Riporto il Comunicato Stampa dell’Associazione Radicale Certi Diritti. A seguire dichiarazioni dei Professori Vittorio Angiolini, Marilisa D’Amico e dell’Avvocato Massimo Clara:

L’Associazione Radicale Certi Diritti, che insieme ad Avvocatura lgbt Rete Lenford ha lanciato due anni fa la campagna di ‘Affermazione Civile’ per il riconoscimento del matrimonio gay, esprime il suo dispiacere per non aver raggiunto subito il risultato di ottenere dalla Corte costituzionale il pieno accoglimento delle questioni sollevate dai ricorsi delle coppie gay per vedersi riconosciuto il matrimonio. Al contempo esprimiamo profonda soddisfazione riguardo il riconoscimento del principio espresso dalla decisione del fondamento costituzionale delle unioni omosessuali. La Corte, infatti, ritiene che non sia possibile oggi estendere semplicemente l’istituto del matrimonio anche alle coppie omosessuali ma riconosce esplicitamente la loro rilevanza costituzionale, il loro diritto ad avere una normativa giuridica appropriata, ritenendo che sia compito del legislatore scegliere la disciplina più confacente.

Di seguito sintesi dei tre punti rilevanti favorevoli alle coppie gay:
1) riconoscimento che l’unione omosessuale, come stabile convivenza, è una formazione sociale degna di garanzia costituzionale perché espressione del diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia.
2) neppure il concetto di matrimonio è cristallizzato dall’Art. 29 della Costituzione e quindi non è precluso alla legge disciplinare il matrimonio tra gay, anche se restano possibili per il legislatore soluzioni diverse.
3) il legislatore deve intervenire e se non interviene la Corte potrà intervenire per ipotesi particolari, in cui sia necessario costituzionalmente un trattamento omogeneo tra la coppia coniugata e la coppia omosessuale.

Dichiarazione del Prof. Vittorio Angiolini, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Università Statale di Milano: “Nelle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale viene esplicitata la necessità di un riconoscimento costituzionale delle unioni omosessuali, resta al legislatore di provvedere senza discriminare le persone gay dalle persone eterosessuali”.
Dichiarazione di Marilisa D’Amico, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano e dell’Avvocato Massimo Clara: “Questa è una prima tappa in cui la Corte indica la strada costituzionale per il riconoscimento della piena uguaglianza fra coppie omosessuali ed eterosessuali e se il Parlamento non intervenisse sarebbe evidente il vulnus costituzionale per il riconoscimento delle unioni tra coppie gay”.
Le motivazioni della sentenza sono al seguente link:

http://www.certidiritti.it/tutte-le-notizie/685-le-motivazioni-della-sentenza-della-corte-costituzionale.html

P.S.: un grazie a Sergio Rovasio per l’impegno della sua associazione, e grazie a Cristiana Alicata per aver pubblicato la nota riportata sul suo profilo.

L’amore è sempre amore. E la destra è sempre destra. A qualsiasi latitudine

La buona notizia di oggi è che a Città del Messico, da quando è entrata in vigore la legge che legalizza i matrimoni allargati a gay e lesbiche, si sono sposate cinquanta coppie di uomini e trentotto coppie di donne. Questi i numeri dei matrimoni celebrati dal 4 marzo scorso. Evidentemente in quella città in molti sentivano l’esigenza di creare una famiglia, da parte di gay e lesbiche, anche sotto la tutela della legge.

La cattiva notizia, invece, è che nella civilissima Unione Europea e nell’ancor più civile Inghilterra, l’Observer ha pubblicato alcune inquietanti dichiarazioni di esponenti di spicco del partito conservatore, favorito alle prossime elezioni politiche. «Chris Grayling» ministro ombra dell’interno dei tories «vorrebbe concedere ai gestori di hotel e bed & breakfast la possibilità di respingere le coppie gay. “Personalmente credo che il proprietario cristiano di un hotel dovrebbe avere il diritto di escludere una coppia omosessuale”, ha detto Grayling durante una riunione in un think–tank conservatore.»

Un’unica considerazione di fronte a certe dichiarazioni: è perfettamente inutile che si atteggino. La destra – sia essa britannica, italiana o russa – rimane sempre destra. E cioè, un manipolo di squallidi individui che pare interessato per lo più a creare disarmonia sociale, discriminazioni e squilibri nell’accesso ai diritti. Oggi contro le persone GLBT, ieri e domani contro lavoratori, immigrati, donne e altre categorie sociali.

Ognuno, poi, faccia le sue considerazioni.

Capaci di tutto

Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni o Sacra famiglia

Si, lo so cosa stanno pensando i teodem, i teocon e i teocosa di qualsiasi stirpe: dovrei rettificare il post di ieri visto che sua santità avrebbe detto che «i diritti dell’infanzia sono violati anche nella chiesa» (maddai? Non ce ne eravamo mica accorti…).

Non avete capito niente. Quell’uomo sarebbe capace di tutto, pur di farmi dispetto.

Ad ogni modo. Se siete dei buoni cristiani – secondo le disposizioni di Cristo, non Ruini – potete andare sul sito de Il dialogo e firmare l’appello per l’uguaglianza. Chi non lo fa, va da sé, è destinato all’inferno.