Go if you want…

Now I’m all messed up
sick inside, wondering where
where you’re leaving your makeup.
Now I’m all messed up
sick inside wondering who
whose life you’re making worthwhile…

Tegan and Sara, Now I’m all messed up

(e non so perché, ma penso a Meg e al fatto che se avessimo avuto ancora vent’anni avremmo ascoltato questa canzone in una sera d’inverno, a lacerarci l’anima e a mangiare cioccolata. Insieme. Come sempre…)

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Vaso di coccio

La gente dice che nei miei occhi puoi leggere romanticismo e anche una certa malinconia.
La gente ha fottutamente ragione.
Perché io, alla fine, sono romantico. E in un mondo di vasi di ferro, quello di coccio si sa la fine che fa.
E il mio sguardo ha sempre un’ombra. Liquida, addirittura dolce, per gli altri. Per gli altri, appunto.

Perché vivere tra chi non sa cosa farsene, è come avere un optional desueto, non richiesto. Da me, poi, meno che mai. E questo a volte mi fa rabbia. Forse troppa.

Quando ero piccolo, pregavo il dio per cui avrei perso ogni fede e fiducia di rendermi diverso da quello che ero.

Adesso che non ho bisogno di idoli di sorta, spero ugualmente di cambiare, in questa o nella prossima esistenza. Magari con un modo di fare più duro, meno permeabile alle cose del mondo. Di questi tempi, non conviene affatto.

Il lato destro del letto

La domenica, a quest’ora, è sempre malinconica. Perché è come se altrove, nelle case illuminate, a partire da quelle che danno sul cortile della cucina, ci si riorganizzasse per ripartire, per rimettere le cose a posto. Mani che aiutano altre mani, baci dati ai bambini prima di andare a dormire, immagini la cui luce si proietta sul muro come l’ombra delle piogge, nei pomeriggi trasversali.

È in questi momenti che penso che il lato destro del mio letto è vuoto da troppo tempo. E penso agli errori, alle incomprensioni, alle cose spezzate anzi tempo, a tutto quello che non è andato. E la musica non aiuta.

Per fortuna questi pensieri andranno via con il sonno e si confonderanno, dopo il risveglio, con i rumori delle macchine nell’agitarsi, in cui tutti siamo mescolati senza urgenze ma con molta fretta, della città mattutina.

Il fiume nel vaso

In effetti i presagi erano tutti lì, davanti ai miei occhi.
Il sole orizzontale, le madri con le biciclette, assieme ai figli, e l’indolenza della sera, al finire del giorno. Ogni cosa suggeriva qualcosa di più duraturo di un abbraccio: l’andare mano nella mano della malinconia con la gioia.
Perché è questo che dà sapore alle cose, quell’abbraccio di mandarino e di cioccolata che non sappiamo di aver dentro.

Il problema, semmai, è quando vogliamo allargare l’orizzonte degli eventi, quando il sole e le madri non bastano più e c’è un anelito che va oltre la sera, e percorre le galassie alla ricerca di nuovi mondi possibili o, forse più semplicemente, improbabili.

Stasera ho detto che non è colpa del fiume se il vaso non è capace di contenerlo. Ma la volontà del fiume di essere raccolto per intero dentro il vaso è del tutto giustificabile?

È così che ci facciamo del male? Quando non seguiamo la nostra natura fluviale e l’aspirazione agli oceani, di sale o di stelle, per volere l’abbraccio dell’argilla forgiata da vasai che non attingono nulla della nostra acqua?

Sapere che potrebbe esserci un molo

È la primavera. Il sole che acceca, fin dentro le finestre della casa di adesso. Ripenso al passato, in Sicilia. Quando, per un curioso paradosso, proprio laddove la pietra è in rima col quarzo, casa mia era buia ed ero io a dover portarvi dentro i colori. E adesso che i raggi contendono le tende bianche al vento di marzo, canto con fare vago e indifferente, ascolto musiche allegre e pensose, coinvolto dalle cose quotidiane.

O, I need
The darkness
The sweetness
The sadness
The weakness
I need this

Io sono così. Sapere che potrebbe esserci un molo, una sponda in tutto questo mosaico di intenzioni mi fa sentire così vivo e spaventato e la possibilità che sia solo un porto di passaggio, che razionalmente domino, mi rigetta in una malinconia che vorrei lasciarmi alle spalle.

Ed è buffo come a volte
il tempo scorra meglio del previsto
un panico incombente ci costringe ad addomesticare
un fervido sorriso, un benessere improvviso

Un amico mi ha rivelato che riesco a vivere intensamente la vita. Diciamo che mi concentrerò su questo dono e sorriderò alle cose del destino, lanciando semi ingannevoli alle colombe del karma così che siano distratte da altro.

(In playlist: My skin, Natalie Merchant; Non molto lontano da qui, Carmen Consoli)