Gay e scout: vivi e lascia vivere, ma nell’ipocrisia

Qualche anno fa, invitato al Maurizio Costanzo Show, Gianfranco Fini, fresco di doppiopetto ma ancora fascista nell’animo, dichiarò, pensando per altro di dire una cosa sensata, che a parer suo un gay dichiarato non avrebbe dovuto fare il maestro. Su di lui si abbattè lo sdegno non solo dei presenti in sala ma anche di una fetta importante della società civile. A ragione, diremmo oggi, col senno di poi, visto che anche lui, vent’anni dopo quelle dichiarazioni, ha maturato un mutamento di rotta tale da essere considerato addirittura gay-friendly.

Di ieri, a berlusconismo morente, o così parrebbe, l’Agesci, l’associazione degli scout cattolici italiani, ha ribadito, in un seminario apposito, la sua ferma contrarietà all’omosessualità in quanto tale, considerata una grave perversione. Chi è omosessuale, in altre parole, è oggettivamente disordinato. E se sei un giovane scout che pensa di essere gay, per te c’è lo psicologo, che deve farti guarire.

Ma c’è un ma. Se non lo dici, nulla vieta che tu possa fare il capo scout.

Anche in questo caso, la società civile degna di questo nome – e non soltanto i gay, si badi – si è indignata profondamente. Viviamo in un ventunesimo secolo in cui le conseguenze affettive della natura umana, non una ma molteplice, non dovrebbero più essere oggetto di discriminazione, di incitamento all’odio e alla violenza. E invece.

L’Agesci, ovviamente, ha fatto, per quel che riguarda i suoi capi e la sua filosofia, un passo avanti. Coi ritmi di santa romana chiesa, naturalmente. La stessa, per intenderci, che quattrocento anni dopo la sua morte ha dato ragione a Galileo. Viene da pensare che se questi sono i tempi d’attesa, nel XXV secolo i gay cattolici potranno sposarsi all’altare. Ma noi non abbiamo tutto questo tempo, per cui ci limiteremo a pensare che se nella Bibbia i sono scritte bugie, inesattezze e falsità sulla struttura del sistema solare, nulla vieta che anche altri episodi siano stati riportati in maniera errata. A cominciare da Sodoma e Gomorra, visto che tutto nasce da lì.

Sia ben chiaro: non sta a me e a nessuno dei/lle non credenti stabilire in cosa debbano credere i cattolici. È un problema interno alle loro coscienze e a una religione che fa acqua da tutte le parti, a cominciare dalla Genesi, per non parlare del Levitico, fino a san Paolo e al suo amore “incondizionato” verso l’universo femminile (e non a caso il cattolicesimo è profondamente misogino).

Se un genitore cattolico si sentirà a posto con la coscienza mandando il figlio da un capo scout che sarà obbligato a non dichiararsi, pena l’espulsione dal gruppo, e vivere in una congrega profondamente ipocrita – il convegno dell’Agesci ci insegna sostanzialmente questo, vivi e lascia vivere purché nella menzogna (e dentro un certo utilitarismo) – è un fatto privato che merita, paradossalmente, e in nome del relativismo che tanto è disprezzato da Joseph Ratzinger, rispetto. Pur non condividendolo, va da sé.

La cosa che mi stupisce è lo stupore di parte di quella società che guarda alle cose d’oltre Tevere e delle sue diramazioni nel mondo dei giusti – o dovremmo dire dei “normali”, a tal punto?

La chiesa cattolica, a ben vedere, è la stessa organizzazione del Crimen solicitationis, il documento che obbligava al silenzio le vittime degli abusi sessuali da parte dei sacerdoti sui minori e che consigliava, pena ogni ipotizzabile scomunica, i preti onesti a far finta di non vedere.

Purché non si sappia, è il senso dell’azione di questi signori nel mondo. Si coprono i preti pedofili? Non sarà un problema obbligare ai capi scout a tacere sul loro coming out. D’altronde, se sono capaci di tollerare un crimine odioso – la violenza su bambini e adolescenti – saranno in grado di accettare, sempre nel silenzio, un atteggiamento umano (e mai criminale), come l’omosessualità, spacciata per peccato.

Ma per favore, ribadisco, non stupiamoci. Fanno esattamente il loro lavoro.

Lega e destra ladrone: lady Bossi già in pensione

Ok, riordiniamo le idee.

Ieri sera, a Ballarò, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha annunciato a un’Italia sempre più attonita che la moglie di Umberto Bossi è un’insegnante in pensione. La signora Manuela Marrone ha smesso di lavorare alla veneranda età di trentanove anni, dall’inizio degli anni ’90. Da allora percepisce un assegno mensile.

La notizia per altro è stata riportata da diversi siti e parrebbe che a denunciare il fatto sia stato niente meno che Mario Giordano, ex direttore del Giornale e dunque non certo un pericoloso sovversivo bolscevico, in una sua fatica letteraria, Le sanguisughe, in cui parla proprio dei baby pensionati (per vedere il sito, clicca qui).

Arrivati a questo punto occorre fare almeno tre considerazioni.

1. La Lega è stata il partito che più di ogni altro ha avviato una politica contro i docenti del meridione, cercando di impedire gli spostamenti dei professori meridionali verso il nord. Tale partito ha per altro dipinto i docenti del sud come orde di  mangiapane a tradimento, incapaci di insegnare e di tenere il passo con i ben più “preparati” docenti padani.

2. La Lega è stata corresponsabile dei tagli alla scuola. Migliaia di insegnanti si ritrovano senza lavoro grazie alle cure di questo governo, ma la moglie di uno dei capi di questo governo se ne sta beata a prendersi la sua baby pensione. Come se non bastasse, pare che la signora Bossi abbia pure una scuola privata che riceve fondi pubblici – grazie ancora Massimo D’Alema – sottratti alla scuola pubblica. Roma ladrona, appunto…

3. Oggi in aula è scoppiata una vera e propria rissa per le esternazioni di Fini e i deputati leghisti sono venuti alle mani con quelli di FLI. Invece di affrettarsi a smentire – e non mi pare che sia accaduto – i leghisti picchiano i loro avversari politici. E questo dalle mie parti si chiama fascismo.

Mentre anche queste evidenze rendono insostenibile la permanenza di un governo ben ancorato ai propri privilegi e a quelli dei propri sodali, il nostro amato premier si è recato a Bruxelles per rassicurare l’Europa con una letterina, tipo quella di Babbo Natale, in cui si promettono l’allungamento dell’età pensionabile – e ricordiamoci della moglie di Bossi – e l’abolizione di fatto dell’articolo 18.

In parole più semplici: si lavorerà di più e ti licenzieranno meglio, mentre loro continueranno a spassarsela. Capite adesso perché la destra è merda?

Bocciata la legge contro l’omo-transfobia: facciamo chiarezza

Com’era largamente prevedibile, il disegno di legge dell’onorevole Paola Concia è stato respinto alla Commissione Giustizia. Il testo, tuttavia, verrà proposto in parlamento e lunedì comincerà la discussione per poi arrivare, dopo qualche giorno, al voto finale.

Le associazioni, tra cui Certi Diritti, fanno giustamente notare come la Commissione ha bellamente ignorato il messaggio del presidente Napolitano – un messaggio di grande equilibrio istituzionale e, al tempo stesso, di elevata perizia politica – e l’avallo diretto del ministro Carfagna e del presidente Fini.

Diverse le dichiarazioni dei politici. Dallo sgomento della relatrice, e giustamente, alle critiche degli esponenti del partito democratico. Dall’esultanza di Giovanardi ai rilievi, del tutto imbecilli, dell’onorevole Lussana.

Vorrei che si ponesse l’accento su due questioni fondamentali.

In primis: l’ira della Carfagna. Che il ministro, dopo le sue frasi omofobe, sia passato al sostegno della legge è certamente buon segno. Eppure anche le nuove dichiarazioni favorevoli devono far riflettere.

Il Popolo della libertà col voto di oggi in Commissione, ha perso un’occasione. Il testo, infatti, non prevedeva il reato di omofobia, ma introduceva aggravanti per i reati commessi a scopo discriminatorio; una norma di stampo europeo.

Il ministro svela i limiti della legge stessa. Non si introduce un reato nuovo, si rendono più gravi le conseguenze per aggressioni, accoltellamenti, omicidi. Per carità, un punto a favore. Ma uno solo. Con questa legge, infatti, non si colpiscono le dichiarazioni omofobe. Si cura il sintomo del male, per quanto grave, ma si lascia intatto il virus che lo produce, ovvero le istigazioni all’odio di specifici attori politici e ecclesiastici. La legge europea, infatti, prevede altro. E cioè prevede il reato di omofobia, che non ammette attenuanti generiche.

Contrariamente a quello che sproloquia Buttiglione, non sarebbe più grave aggredire un gay. Sarebbe grave esattamente come insultare un ebreo per antisemitismo o un congolese o un tedesco per razzismo. Non si punirebbe il reo per la persona che aggredisce, ma per il motivo per cui lo fa.

Questo ci mette, perciò, qualora la legge venisse approvata (ed io spero che l’approvino), indietro rispetto all’Europa. Ma in parlamento c’è la gente che c’è e non possiamo chiedere a un carciofo di profumare come una rosa. Con tutto il rispetto per i carciofi, va da sé.

In secundis: le dichiarazioni dell’onorevole Lussana. Che ci chiede

Il tema va affrontato, ma perché applicare aggravanti in caso di reati commessi per omofobia e non nei confronti di chi è disabile o la pensa politicamente o calcisticamente in modo diverso?

Adesso non so quanta malafede ci sta dentro questa dichiarazione – e sospetto che ce ne sia troppa – ma è evidente il fatto che, per come è posta, la questione sia illogica. In parole più semplici: Lussana ha detto una cretinata.

Per le persone disabili è prevista una legislazione speciale in vari ambiti: dalla rimozione delle barriere architettoniche alla presenza degli insegnanti di sostegno nelle scuole alle corsie preferenziali di accesso per gli uffici pubblici, a parità di punteggio in graduatoria, e via dicendo. Per altro se si aggredisce un disabile vi sono aggravanti che scaturiscono dallo stigma sociale verso questo tipo di violenze.

Lo stesso stigma sociale, per le violenze perpetrate a gay, lesbiche e transessuali, non c’è. Anzi, semmai c’è una condanna aprioristica proprio contro queste categorie e da questa scaturisce la violenza, il disprezzo e la discriminazione.

La risposta da dare a Lussana è semplice: occorre introdurre i reati di omofobia per la stessa ragione per cui si sono introdotti i reati sul negazionismo della shoah, di razzismo, di antisemitismo. Per difendere una categoria debole.

Le scelte politiche rientrano, appunto, nelle scelte e non investono una condizione personale immutabile e/o caratterizzante.

La fede calcistica, infine, si commenta da sola. Argomento, appunto, pedestre. Ma stiamo parlando di una leghista.

Adesso occorre fare quadrato attorno alla miglior legge possibile (seppur la proposta che sarà votata, proposta dal piddino Soro, è largamente peggiorativa), sperare che dentro il parlamento si crei una maggioranza trasversale e favorevole, sperando che i cattolici del partito democratico non subiscano il fascino della minaccia vaticana.

Associazioni e partiti, quindi, devono lavorare in parallelo e congiuntamente perché si arrivi, in seguito, all’introduzione del reato di omofobia e di transfobia. E questo non perché picchiare un gay sia più grave che picchiare un eterosessuale. Più semplicemente, perché essere militantemente omofobi – armati di argomenti o di coltelli poco importa – è considerato aberrante in tutto il mondo civile. Esattamente come lo sarebbe essere a favore dello sterminio degli ebrei o della segregazione razziale.

L’Italia, in pratica, deve scegliere se essere culturalmente più vicina all’Uganda e all’Iran o al Canada e alla Gran Bretagna. Ognuno, poi, sia libero di pensarla come vuole. Ma nella consapevolezza che tra odio e rispetto non ci sono equivalenze di nessun tipo. Anzi.

Quindici anni di stronzagine

Secondo fonti più che ufficiali, tra un poco meno di due ore i finiani lasceranno il governo. Ci hanno impiegato quindici anni a capire con chi si erano andati a mettere, ma meglio tardi che mai. Adesso, lo capisse pure il piddì saremmo già a una svolta.

A proposito di Gianfranco Fini. Non gli riesce di fare il Sarkozy de noantri che subito l’Avvenire lo bacchetta: questa fissa di considerare i froci come persone non gli va proprio giù. Gianfranco, da sempre sensibile anche alle richieste dei cattolici, dopo quelle di fascisti e omosessuali, fa marcia indietro dichiarando che in cuor suo si è «sempre opposto ad ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali». Che strano, noi avevamo capito il contrario. Sarà.

Dal canto nostro, siamo davvero rassicurati del fatto che il giornale dei vescovi italiani sia così vigile sulle magnifiche sorti progressive della famiglia. Soprattutto dopo gli stessi quindici anni in cui, pure loro, non hanno fatto altro (i vescovacci malefici) che sostenere sua maestà Silvio. Il protagonista di punta, in altre parole, del dissesto economico, sociale e morale dell’Italia di oggi che alle famiglie proprio benissimo non fa. Ecco, magari se Fini glielo avesse ricordato, in virtù e forza del fatto che almeno lui se n’è reso conto…

Ma siccome è lunedì, giorno che ci rende tutti amabili come meduse tropicali per errore finite sui nostri genitali mentre siamo impegnati a fare il bagno nudi a novembre, è pure il caso di dare un paio di buone notizie.

La prima, a Milano Giuliano Pisapia vince le primarie. Il pd si aspettava di portare alle urne almeno centomila persone. Trentamila l’han pensata diversamente. Non ci si può mai fidare di questi dalemiani… ad ogni modo, il candidato di sinistra è stato il più votato. Sgomento e stupore tra i militanti del partito democratico: si pensava di averli fatti fuori tutti. E invece…

Che poi io mi chiedo come si deve sentire Bersani a essere il leader di un partito che  guarda a sinistra e che elegge dirigenti di destra.

Notizia veramente buona: in Birmania, paese lontano, incastrato tra India e Cina, la leader democratica Aung San Suu Kyi è stata rilasciata dopo quindici anni (un numero che ritorna, a quanto pare) di prigionia. La sua colpa: vuole fare del suo paese una nazione non governata da stronzi. E alla signora va dunque un caro augurio per il nobile tentativo. Se poi le rimanessero un paio di settimane libere, potrebbe pure  venire in Italia.

La festa dei rottamatori

Cominciamo col dire che il nome del luogo in cui si è consumata la kermesse sembra quello di una drag queen di altri tempi: la Leopolda. Che poi sarebbe il nome di una vecchia stazione di Firenze, che stanno ristrutturando, pure abbastanza fica. E se vogliamo dirla tutta, la location si adattava perfettamente al nome della manifestazione – Prossima fermata: Italia – e alla filosofia che la animava: prendere il vecchio e sostituirlo, dopo opportuna fase di restauro e ristrutturazione, col nuovo. Diciamo che sotto l’aspetto semiologico ci hanno azzeccato in pieno.

Nella sala degli stand, poi, c’è di tutto un po’. I Giovani Democratici che raccolgono le firme, i banchetti di chi si occupa delle aree tematiche della legalità, dell’ambiente… manca, ma forse non c’è bisogno di dirlo, lo spazio GLBT. Vuoto colmato da diversi interventi al pubblico, ok. Ma se la semiotica è importante, nel suo atavico rapporto tra significante e significato, sotto questo aspetto dovrei dire che si è usato l’espediente linguistico dell’estensione semantica: usiamo parole (spazi, fuor di metafora) nelle quali includere altri significati (o argomenti, sempre fuor di metafora).

Adesso, la prima regola del linguaggio è quella che se vuoi definire un pezzo di mondo, gli devi cercare una parola per determinarlo. Per costruirne i confini. Lo spazio GLBT non aveva confini fisici, alla festa dei rottamatori. Solo testimonial, pregevoli per di più. Ma lo conosciamo tutti il vecchio adagio del verba volant.

Belli, a tal proposito, gli interventi di Capriccioli, Sappino, Fornario, Alicata. Temi che toccano in pieno la causa del matrimonio esteso a gay e lesbiche o che lo sfiorano. La reazione, da parte del pubblico, della sua maggioranza almeno, è come la minestra del giorno prima: tiepida. Lo scrivo pure sulla pagina dell’evento di Facebook dedicata e usufruibile direttamente in loco: «ragazzi, sul tema dei diritti siamo alle solite: deludete». Mi risponde Renzi in persona, anzi, in tastiera. Anche se siamo in disaccordo, parliamone. Ok, parliamone: in cosa discordi sul fatto che cittadini che hanno gli stessi doveri degli altri non debbano anche avere gli stessi diritti? E fu silenzio.

Adesso io non ho visto solo quello che mancava. Ho ascoltato anche tutto il resto: lotta alla mafia, energie rinnovabili, scuola – ma è stato solo un esponente di SEL a dire di togliere i soldi alle scuole private per darle alle pubbliche – ecologia. Il pubblico, vario ed eterogeneo, per età e provenienza politica, ha a volte un atteggiamento pavloviano: applaude perché si fa.

Perché quando dici che sostenere il governo Lombardo è un insulto a persone che si chiama(ro)no Falcone e Borsellino non può che portarti a dire “bravo!”, ma poi la realtà è che in Sicilia il partito democratico Lombardo lo sostiene.

Perché quando dici che l’omofobia è un male che va contrastato anche la platea tiepidina ha un sussulto di dignità, ma la termodinamica dell’entusiasmo di rito si spegne immediatamente di fronte alla concretezza delle parole quali matrimonio e genitorialità.

Perché quando dici che l’acqua deve essere pubblica, non puoi che essere d’accordo salvo poi continuare a militare in un partito il cui dominus maximus è, scusa il bisticcio, Massimo D’Alema.

La mia impressione, in poche parole, sull’appuntamento di Firenze si può dischiudere in almeno tre considerazioni.

La prima: il partito democratico ha una parte della sua base che potrebbe militare serenamente in SEL. Il perché non lo faccia rientra in una serie di ragioni che vanno dalla propensione al martirio all’idealismo più puro. A questi auguro buona fortuna.

La seconda: l’altra parte della base che ho visto lì mi dà l’impressione di quei vecchi compagni nostalgici di passate glorie e in attesa di future opportunità. Come faranno con Bersani e la Bindi è un mistero soteriologico ancora più grande dell’idealismo dei primi, ma a nessuno va tolta un’illusione.

La terza: bella vetrina. Per Renzi e Civati più che mai. Per il resto si attendono i fatti.

Ma adesso che ho ascoltato e non ho parlato, così come mamma mi ha consigliato – potevo pure iscrivermi per farlo e credo proprio che non avrei rischiato la lapidazione – so, almeno nella parte più profonda del mio essere (e ciò vuol dire che posso pure sbagliarmi ma tant’è) di non aver visto tutta quell’energia, evocata, ostentata, sottolineata dai più, la stessa che un giovane militante mi chiedeva se non avessi riscontrato, esattamente come lui, mentre batteva i pugni sul tavolo.

Io ho visto solo molta stanchezza da una parte e molti sogni, non so quanto motivati visti i fatti concreti di cui è responsabile il pd, dall’altra. A quel ragazzo non ho detto che mi sono emozionato di più di fronte a cinque minuti di video in cui Gianfranco Fini, ex fascista, difende gli omosessuali, cosa che per esempio Bersani non è in grado di fare. Come ho già detto a nessuno va tolta l’illusione. Neanche quella del momento.

Quando loro stavano sugli alberi noi eravamo già froci

Lele Mora dice che ha avuto una relazione con Corona e che gli ha fatto regali per milioni di euro ed io penso che ok, de gustibus e tutte quelle puttanate là, ma a tutto c’è un limite.

I giornali continuano a mettere a dura prova la nostra pazienza con sta storia di Fini e della casa di Montecarlo, ignorando che non ce ne può fregare un cazzo della casa di Montecarlo, della villa in Sardegna o della baita a Saint-Tropez. Si auspicano ghigliottine salvifiche.

Come ogni anno comincia la solita tiritera, Santoro sì Santoro no, Dandini sì Dandini no, come se fosse sufficiente mandare in onda due persone soltanto per capire, da soli, quanto faccia cagare la nostra splendida repubblica fondata sul lavoro, la mafia e la corruzione di tu-sai-chi.

Bossi rispolvera Roma Ladrona, SPQR, sono porci questi romani e le solite fregnacce della Lega. E poi, parlando con Gugliandalf, viene fuori quella battuta di De Crescenzo, parlando dei primati del Po, e cioè che quando loro stavano sugli alberi noi eravamo già froci.

E scusate se è poco.