Una ragione in più

abbraccioPoi ogni tanto mi viene voglia di andare a vivere in una città con il mare, così l’inverno sarebbe più struggente e avrei una ragione in più per cercare un abbraccio sincero e imprescindibile.

E, per inciso, mi odio quando paleso la mia fragilità.

On air:

Max Gazzè, Sotto casa
Likke Li, I follow rivers
Pink, Try
Dido, Here with me

 

Pars destruens

Buoni propositi per le prossime quarantotto ore.
Imparare a non avere più vergogna delle mie fragilità.
E a chiedere più affetto, se necessario.

Poi, ovviamente, c’è anche la pars destruens.
Lavoro, salute, amore…
Mai più scuola.
Pompe col preservativo.
Parole a un unico grado di interpretazione. Perché se dici che mi ami, vorrà dire che mi ami. Da lì in giù, insomma…

Non penso di chiedere troppo. Penso solo di chiedere tutto. A trentanove anni è un mio diritto.

E se è per questo, sono uno di quelli che delle Quattro stagioni di Vivaldi ama l’inverno. Ma poi, nella vita, là fuori, preferisce i mesi da marzo a giugno. L’estate acceca. E il gelo mi paralizza.

Perché sono bilancia, ho due piatti nell’anima, sono doppio. A volte pure spezzato, in due. Scisso. E mi ricucio, da solo. Ogni volta. Perché ho imparato che nessuno ti salva. E ti salvi, sempre e solo, da solo. Questa è la lezione assoluta, per questo ciclo di vite.

Insomma, oggi è una di quelle giornate in cui sento il bisogno di resettare tutto. Cestina, svuota e ricomincia tutto da capo. E quel che è bello, è che non c’è nemmeno un perché.

Fragile

Diciamo che ho capito. La buttavate sul sentimentale ed io ci abboccavo. Come un pesce nel mare dell’utopia. Come un uccello tra le grinfie del gatto. Puntualmente.

«Perché tu, in verità io ti dico» mi disse il Filosofo quando proferii la mia scoperta «sei di una fragilità mostruosa.»

Ma adesso lo so. E non mi avrete. Mai più.

Crisis of infinite age

Hai trentasei anni. E a ottobre saranno trentasette.

Un bel giorno ti svegli e vedi che un tuo allievo piange perché la fidanzata lo ha lasciato, allora lo abbracci come se fosse figlio tuo e capisci che da quel momento in poi tutto è cambiato nella tua vita. Perché è come se fosse figlio tuo.

Sempre a partire da quel giorno cominci a non dare più importanza alle parole, perché sai che quando credi alle parole degli altri, che siano un «io ci sarò sempre» o un «non mi dimenticherò mai di te», poi dovrai fare i conti con l’assenza e l’oblio. Cominci pure ad averne le palle piene di gente che rompe le cose, a cominciare dalla tua fragilità, e poi devi essere tu a mettere insieme i cocci. Perché dover prendere scopa e paletta per spazzar via silenzi, distrazione e pezzi sanguinanti del tuo corpo a volte è umiliante, quasi insostenibile.

Addirittura ti guardi indietro e quasi non hai pentimenti, a parte qualcuno che, se vogliamo, ci sta tutto. Pensi che alla fine il percorso non poteva che essere quello, che le scelte fatte sono giuste, che gli errori comunque ti hanno aiutato a capirti meglio. Ti piace addirittura il lavoro che fai, se solo quei quattro pagliacci messi lì a governare ti permettessero di farlo.
Certo, qualcosa ti manca. Ti manca una casa tutta tua, col tappeto e il divano come quello che hai comprato per poche lire ma che tutti ti invidiano, a ben vedere, e che adesso giace in un garage a mille chilometri di nostalgia. Ti manca qualcuno che ci venga più degli altri, e in modo speciale, in quella casa e che magari un giorno ti dica che gli piacerebbe non andarsene più. Ti manca la certezza della noia e invece sei costretto a nutrirti del tedio dell’incertezza. Forse addirittura ti manca un figlio, però ok, andiamoci piano, non corriamo troppo.

E mentre tutto questo ti attraversa il cervello, nel pomeriggio ozioso allietato dal canto degli uccelli ai quali hai lasciato le briciole della tua colazione sul balcone, e scrivi queste parole sconnesse e anche un po’ patetiche, scorri la tua playlist su eTunes e il fatto di non trovare un’adeguata colonna sonora a questo impetuoso ruscello di pensieri lo leggi come un segno, come una metafora gigante, come il suono più adeguato, assieme ai rumori che provengono da fuori, per tutta l’incertezza che c’è.

Uomini

Gli uomini.
Quelli che ti sorridono e lasciano sul cielo del tuo universo l’arcobaleno della scoperta.
Quelli che lasci al bancone di un pub, parentesi aperte di una storia che nessuno scriverà mai, perché li hai lasciati fuggire.
Gli uomini che sono padri e fratelli e non chiedono altro in cambio che tu lo sia per loro.
Quell’unico che ti ha dato la vita e che riscopri dopo una vita intera o forse mai, perché è grande il malvagio incantesimo che te lo rende invisibile, ostile, addirittura crudele.
Gli uomini che ti baciano una sola volta e va bene così, per sempre.
Gli uomini che, appena ti baciano, capisci che così sarà per sempre.
Gli uomini che ti lasciano, lasciandoti una medusa al posto del cuore.
Quelli che si innamorano di te per il semplice fatto che esisti e di cui mai ti innamorerai, perché tu, da solo, non ti basti. Mai.
Gli uomini che si aggrappano a te come innesti in una pianta da cui prendere la linfa vitale, ma maldisposti a far crescere frutti, a lasciarteli raccogliere.
Gli uomini che mai ti regaleranno una rosa, in inverno.
Quelli che non ti salveranno mai più, nonostante le tue richieste d’aiuto.
Gli uomini inutili che butti nel cestino senza averli salvati con nome.
Quelli che ti penseranno come un gran bastardo. Quelli a cui tu penserai come tali.
Gli uomini che ti hanno portato nel cuore dei loro giardini di collina, che ti han fatto scoprire il sapore del vino.
E quelli che dormono nelle culle, incoscienti dell’amore di altri uomini e di altre donne che si riverserà su di loro, come la paura delle tempeste, come la gioia dei temporali in estate.
Gli uomini, come me: dilaniati dal freddo delle strade notturne, che si abbracciano nelle stoffe leggiadre portatrici di venti propizi.