Ci chiamano diversi: il film

È finalmente uscito – ed io lo attendevo da tanto – il film di Vincenzo Monaco:

«Ci chiamano diversi è un itinerario nella coscienza collettiva e nelle vite private di chi si racconta. Storie troppo spesso ferite da parole ingiuste e dal pregiudizio, ma tutte straordinariamente capaci di generare un finale inaspettato, più bello e positivo rispetto a quella promessa di chi aveva sentenziato per loro una condanna all’infelicità.

Per capire che l’umanità, in qualsiasi sua declinazione, non è mai uno scarto dalla norma, ma qualcosa che semplicemente accade, in tutta la sua dignità. Anche laddove il “senso comune” non pensava di poterla trovare o accogliere. Per comprendere che solo quando siamo in grado di abbracciare ciò che appare lontano rispetto a noi, siamo davvero persone libere.»

Per chi volesse saperne di più può visitare il sito ufficiale o la pagina su Facebook. Io non vedo l’ora di andare a vederlo.

Movies that make me cry

Il colore viola. Quando Celie è in veranda e vede, in lontananza, una nuvola di polvere bianca oltre il campo di grano. E subito dopo, arrivano gli abbracci e i baci di Nettie, la sorella che non vedeva da quando era bambina, e dei suoi figli, mai conosciuti.

Poi c’è Miracolo sull’ottava strada, perché ogni cosa è pervasa di un’anima, e questo vale anche per le piccole astronavi viventi, che provengono da un altro universo, pronte a cambiare (e salvare) le vite degli abitanti di un vecchio palazzo di New York.

La scena finale di Schindler’s list, quando il mondo torna a colori e tutti e tutte posano una pietra sulla sua tomba.

Dirty dancing mi fa venir voglia di ballare, e tutto comincia quando Patrick Swaize dice «nessuno può mettere Baby in un angolo».

Alla ricerca di Nemo, quando il popolo del mare fa il passaparola e parlano tutti di quanto è buono e coraggioso il padre del pesciolino tenuto prigioniero nell’acquario.

E poi ce ne sono altri ancora, che adesso non ricordo.

E tutti, indistintamente, mi fanno consumare pacchetti interi di fazzolettini. Oppure bagnano il lato sinistro del lenzuolo del mio letto.

La bruttezza del somaro

Ieri sera, al cinema. Himelda, Epifania, Dani ed io. A vedere La bellezza del somaro. Con:

Sergio Castellitto, nel ruolo di Sergio Castellitto che interpreta il ruolo di un architetto.
Laura Morante, nel ruolo dei suoi ultimi personaggi, tutti, da Ferie d’agosto in poi, passando per Un viaggio chiamato amore e Ricordati di me.
Enzo Jannacci nel ruolo del rattuso hare krishna.
Una messe di attori per lo più sconosciuti nei panni del classico personaggio da cinema italiano d’essai (o presunto tale) ovvero irrisolto, isterico, inadeguato e sostanzialmente inutile. E la cosa drammatica è che sono tutti uguali tra loro, senza distinzione di sesso, religione, colore o orientamento sessuale.
Una messe di adolescenti il cui esempio morale ci fa rimembrare con nostalgia al modello gentiliano del ventennio. Anche a noi di sinistra.

La sceneggiatura è della Mazzantini, la quale, oltre a evitare di descrivere gli adolescenti di sinistra come pariolini maleducati, dovrebbe smetterla di scongiurare la disoccupazione al marito.

Il messaggio è quello della crisi dei valori borghesi, anche quelli di sinistra. Noi non ci eravamo ancora arrivati, evidentemente.

Tra una frase fatta e l’altra, tuttavia, puoi cogliere i rari momenti di bellezza del film: la campagna toscana, l’asinello sullo sfondo e i titoli di coda.

Nel paese delle creature selvagge e anche un po’ cretine

Ieri sera mi sono aggregato, mia sponte, alla visione di un film in arena. Non ne avevo sentito parlare, ma il titolo e la trama, raccontatami dal Filosofo, mi avevano colpito. E poi a me i mostri piacciono. E così si parte, in gruppo, a vedere Nel paese delle creature selvagge. Ovvero, il film più inutile della storia del pensiero umano.

Max, infatti, è un ragazzino con evidenti problemi psichici e affetto da forme di violenza repressa. Tedia chi gli sta attorno con le sue urla e poi ci resta pure male se tutti lo evitano. Quando rompe le palle pure alla madre, che cerca di rifarsi una vita dopo il divorzio, invece di essere preso a ceffoni come qualunque genitore avrebbe fatto, viene mandato a letto senza cena e lui reagisce scappando di casa, prendendo una barca che non si capisce bene com’è che sta lì e, attraversato il mare in tempesta, arriva in un’isola abitata da mostri con psicopatie ancora più gravi, a cominciare da tale KK che preferisce la compagnia di due uccelli (non c’è doppio senso, o forse sì) a quella di un fidanzato, Carol, col quoziente intellettivo di un leghista.

Max riesce a divenire re di questo piccolo manicomio galleggiante che sembra la versione sfigata dell’isola di Lost, promettendo ai mostri felicità e armonia. E certo, bisogna essere un mostro non proprio particolarmente scaltro per affidare la tua affermazione emotiva a un dodicenne con problemi mentali. Sta di fatto che, mentre si sta cercando di costruire un enorme tana fatta di tronchi di albero e rocce – in barba a ogni rispetto per l’ambiente circostante – le cose peggiorano sensibilmente, i mostri capiscono che il bambino è una gran sola e lui se ne va, dopo aver comunque ottenuto il perdono di tutti.

Una favole triste, nel senso dello squallore, sulle delusioni adolescenziali narrata attraverso una psicologia da test da rotocalco estivo: KK è la madre, Carol è Max, con tanto di rapporto edipico tradito per la predilezione di lei per gli uccelli… il resto dei mostri è praticamente inutile. La storia non esiste. Il momento più alto è quando Carol, che scopre di esser stato truffato, cerca di mangiare Max – e lì fai pure il tifo per il mostro, sperando subito dopo in un’indigestione fulminante.

Manca il vero protagonista della storia, ovvero la gran passata di legnate che Max si sarebbe beccato, se fosse stato figlio mio o di chiunque con un minimo di senno, dopo tutta una notte passata fuori.

Da evitare, preferendo la riunione di condominio o una disinfestazione di scarafaggi come valida alternativa per la serata.

2012: proprio la fine del mondo

Ieri sera sono andato a vedere 2012. Confesso di averlo fatto per tre motivi fondamentali: gli effetti speciali, per il crollo della cupola di San Pietro e perché quella cupola, mi era stato detto, crolla proprio sulla testa del premier italiano. Le aspettative sono state tutte ampiamente soddisfatte. Gli effetti speciali ti tolgono il fiato e ti incollano al maxischermo per oltre due ore, di fila. Il premier potevano renderlo più somigliante, invece era solo un ometto isterico con un alto senso del dovere che mal si adatta, isteria a parte, alla realtà politica locale. Ma tant’è.

Al di là del mio sadismo, il film è interessante, fermo restando che sempre di boiata trattasi, per una serie di questioni. Vediamole.

L’immaginario catastrofista. 2012 è un polpettone americano con tutti i crismi, che richiama tutto il filone catastrofista degli ultimi cinquant’anni. Si passa dai classici Terremoto a L’inferno di Cristallo, fino a coinvolgere i più recenti e disgraziati Dante’s Peak, Deep impact, The core e tutto ciò che prevede(va) l’apocalisse a cui gli americani avrebbero trovato adeguata soluzione. Infiniti i richiami a Titanic, dove mancano Jack e Rose, ma in compenso abbiamo una simpatica coppia di vecchietti che, lungi da ogni omosessualità latente, si ritrovano uniti al momento della fine.

L’immaginario politico. Il presidente degli USA è nero. Il premier tedesco è una donna. Il capo di stato russo non parla una mazza di inglese. Tutto molto realistico, a ben vedere. L’Italia viene trattata un po’ male, ma giustamente se vogliamo. Viene dipinta come serva del potere papale fino all’ultimo e, durante un summit d’emergenza, sarà la Merkel – o presunta tale – a parlare anche a nome dell’Italia. La nostra credibilità si deve registrare anche da piccoli fatti come questo. Nell’immaginario dello spettatore di americanate similari, l’Italia non conta un cazzo. Il regista lo sa e gli serve quest’evidenza tra un inseguimento di macchine e un’eruzione devastante. Tutto come da copione, insomma.

La figura del premier italiano. Come ho già detto è un isterico. Appare due volte e l’unica volta in cui parla eccelle per arroganza. Dopo di che si fa intendere che non si metterà in salvo per essere accanto al suo popolo nel momento della fine, accanto al papa, a pregare. Quando questo viene detto, la sala di solito reagisce con fragorose risate. Berlusconiani a parte che si mettono ad applaudire. Questo dà la misura di quanto siano cretini gli elettori del PdL per due buone ragioni. La prima: quel film non rappresenta Silvio, ma l’imbecillità italiana. La seconda, qualora lo rappresentasse, Berlusconi sarebbe uno dei primi a salire sulle navi della salvezza dei potenti. Ed è proprio questo carattere del premier italiano proposto dal film che lo rende una pellicola di fantascienza.

La real-politik. I politici vengono rappresentati come laidi vermi o come eroi. Ne escono bene lo pseudo-Obama e la pseudo-Merkel. Malissimo il russo e l’italiano (chissà perché). I cinesi sono visti come i soliti stronzi fascio-comunisti. E poi c’è la figura del segretario di-non-si-è-ben-capito-cosa americano, che assomiglia a Brunetta quasi in tutto e per tutto. Tracotante come il nostro ministro della pubblica amministrazione e ugualmente amabile, ne differisce solo per l’altezza. Per il resto hanno la stessa faccia. E non solo.