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Diritti ai gay: Monti come Sabrina Ferilli

Così Monti, su matrimonio egualitario e omogenitorialità:

Il mio pensiero è che la famiglia debba essere costituita da un uomo ed una donna e ritengo necessario che i figli debbano crescere con una madre e un padre [...] i Parlamenti possono trovare strumenti per altre forme di convivenze [...] Nel nostro movimento ci sono idee pluralistiche su questo tema così come nella società e negli altri partiti.

Speriamo solo che il senatore, dopo aver sentenziato a pappagallo le sue cretinate sulla famiglia, si senta meglio a pensarla come Sabrina Ferilli e Lorella Cuccarini.

È comunque triste che l’ex premier per assicurarsi il voto della fetta peggiore della società – quella che non paga l’IMU e che protegge i preti pedofili, per essere più precisi – stia mettendo in mano il coltello al prossimo “svastichella” di turno.

Ma d’altronde non possiamo chiedere al professore di essere migliore rispetto alla classe politica che lo ha creato e rispetto al paese che pretende di governare.

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Le famiglie, i gay, la chiesa e le parole corrotte

La recente sentenza della Corte di Cassazione non va proprio giù ai cattolici. L’Osservatore Romano, infatti, commenta:

Linguisti e psicologi stanno mettendo in guardia la società dallo svuotare del significato proprio i termini: il concetto di famiglia non si può allargare a dismisura, senza distruggere l’identità di una delle istituzioni più importanti di una società, e altrettanto avviene per la definizione di madre e di padre. Perché non ascoltare la parola di chi segnala questi errori? Essere cattolici è molto di più che abbracciare una posizione culturale alla moda, e i responsabili di “Témoignage chrétien” – nonostante questo endorsement verso il matrimonio omosessuale – lo sanno bene.

Sentendomi chiamato in causa, in quanto studioso di Linguistica e anche perché proprio a questo argomento ho dedicato diverse analisi e una pubblicazione, cercherò di fare chiarezza sul perché queste parole sono di per se stesse false e fuorvianti.

È vero che c’è un tentativo di svuotare le parole del proprio significato, ma questo tentativo è sempre diretto dall’alto, cioè dai cosiddetti poteri “forti”, siano essi politici, religiosi, ecc. Basti pensare alla parola “libertà”, ormai ridotta, nel linguaggio partitico, a mero ingrediente lessicale per questa o quella formazione. O basti pensare all’informazione mediata dai regimi totalitari.

Quest’accusa, quindi, va rimandata al mittente. Non sono i creatori di nuove realtà giuridiche e sociali a sconvolgere il reale con l’uso distorto del linguaggio. È proprio la chiesa, in questo caso, che utilizza le parole per ritorcerle contro l’autodeterminazione dell’individuo. Pensiamo al termine “vita”, sempre più appiattito su quello di “fisiologia” o di “biologia”. Pensiamo al termine “dignità”, che per molti cattolici è un tutt’uno col concetto di accanimento terapeutico. Il caso Englaro insegna, a tal proposito…

Guardiamo adesso al termine “famiglia”, che deriva da una parola latina, familia, a sua volta mutuata da una parola dei dialetti italici coesistenti all’idioma della Roma arcaica: famel. Questo termine significava “casa”, per cui inviterei i puristi dell’etimo a considerare l’evidenza che è “famiglia” quel progetto comune che si sviluppa dentro la stessa dimora. Oppure, più agevolmente, si potrebbe considerare un’altra evidenza e cioè che la famiglia è mutata nel corso dei secoli, per cui la famiglia romana non è come la famiglia siciliana dell’età araba che a sua volta non era come la famiglia dei popoli germanici nell’impero Carolingio e via discorrendo.

La famiglia è, nel corso dei secoli, un prodotto culturale che utilizza semmai il dato biologico per la riproduzione, assieme ad altri di natura economica e di controllo sociale. Ma la vera differenza tra ieri e oggi, sta nel fatto che la cosiddetta cellula fondante della società – e anche qui ci sarebbe da ridire, visto che si tratterebbe di molecole, semmai, riservando il ruolo di atomo sociale all’individuo – nel presente si forma come atto di volontà mosso, il più delle volte, dall’affettività.

Le parole quindi cambiano, è vero. Lo stesso cristianesimo è responsabile di grandi mutamenti dentro il linguaggio. Se l’umanità avesse seguito, nel corso della sua evoluzione, i timori e i pruriti dell’Osservatore Romano saremmo ancora al cuneiforme. Le parole cambiano con i cambiamenti sociali. A volte li registrano, altre ancora contribuiscono a determinarli. Ma non si può fermare ciò che nasce spontaneamente. E ciò che nasce è l’evidenza di un rinnovato valore della genitorialità, non più legato a un solo tipo di costruzione sociale, ma allargato a quelle coppie che vogliono, invece, contribuire a rendere più forte e saldo quel tessuto antropologico in cui sono pienamente inserite, in cui lavorano, per cui pagano le tasse e contribuiscono anche alla crescita demografica.

Ancora, sul significato di termine “padre” e “madre”, credo che sarebbe riduttivo e profondamente ingiusto legare queste parole al mero dato biologico-genetico: abbiamo prova di molti genitori, tutti eterosessuali al momento, incapaci di crescere bene la prole. E di altri, non biologici, che grazie all’adozione hanno salvato vite intere. A meno che non si voglia affermare che la famiglia costruita sull’eterosessualità sia migliore, ma questo andrebbe dimostrato e, sempre fino ad adesso e nonostante gli strepiti di qualche pasionaria del cilicio, gli studi condotti negli USA e in Canada dicono l’esatto opposto.

Credo, e concludo, che dietro questi attacchi vi sia, invece, la più semplice paura di perdere un potere, da parte delle gerarchie religiose e della loro servitù intellettuale, basato sulla differenziazione (anche giuridica) tra uomo e donna, per cui si mantiene uno squilibrio tra i due sessi. Quello squilibrio genera una crepa nel tessuto sociale e, in quella crepa, può entrarci davvero di tutto. Maschilismo, sessismo, eterosessismo, violenze, ecc.

Le nuove famiglie nascono invece da un atto di volontà e dimostrano a tutta la società che si può essere liberi di amare chi si vuole e di procreare come si vuole, nel pieno concetto di autodeterminazione e nel rispetto degli articoli della nostra Carta fondamentale. È normale che tutto questo faccia paura a un’organizzazione che ha basato il suo potere, nei secoli, su fenomeni quali la schiavitù, l’eccidio del diverso, la caccia alle streghe, l’antisemitismo, l’umiliazione sistematica della donna, l’appoggio alle peggiori dittature e via discorrendo.

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I figli dei gay e l’apocalisse degli etero

A distanza di poco tempo sono usciti due articoli sulle colonne del Corriere della Sera. Entrambi si concentravano sul tema dell’omogenitorialità. Il fatto, specifico della (sub)cultura italiana, è che la problematica siffatta viene vista come “problema”. Temo, e mi scuso per la divagazione, che non sia un caso che, a Roma soprattutto – e tramite i mezzi di informazione anche in altri luoghi del paese, secondo la dinamica delle forme paracadutate – i due termini stiano diventando sinonimi: si perde il gusto del pensiero critico e lo si bolla, più sbrigativamente, come patata bollente… meraviglie del berlusconismo? Ma sto tergiversando.

I due “contributi” sono firmati da Ernesto Galli della Loggia e Silvia Vegetti Finzi. Per cui, andiamo per ordine.

1. Il cavaliere dell’apocalisse

Secondo lo storico, il matrimonio egualitario e la possibilità di adozione, per non parlare dell’omoparentalità, starebbero alla base della distruzione delle «radici più profonde e vitali della nostra antropologia e della nostra cultura». Questa visione apocalittica, paventata ma non dimostrata, viene confutata, punto per punto da una lettera di Tommaso Giartosio che possiamo sintetizzare come segue:

  • il mantra catastrofista è già stato agitato, in passato, per impedire il riconoscimento dei diritti delle donne, dei neri e di altre categorie discriminate
  • il potere precostituito, in pratica, quando deve cedere terreno alle rivendicazioni democratiche agita lo spauracchio dell’apocalisse, che poi, puntualmente, non si verifica. Lo stesso vale per la questione del matrimonio egualitario: laddove è realtà, infatti, non ha portato nessuna disgregazione sociale
  • tutte le teorie di negazione dei diritti, attraverso le profezie di sventura allegate, non tengono conto dei dati reali che dimostrano, semmai, il loro esatto contrario. Aggiungo, ad esempio, che in Francia il riconoscimento delle coppie di fatto non ha portato affatto alla disgregazione sociale e, semmai, ha permesso un vero e proprio baby boom negli anni precedenti.

Indicatori e fatti reali smentiscono, in pratica, lo storico romano che risponde stizzito, mettendo in dubbio l’onestà intellettuale di Giartosio, della sua associazione – Famiglie Arcobaleno – lamentando un trattamento che, in verità, egli stesso riserva al suo interlocutore. Ci aspettavamo qualcosa di più da uno dei massimi intellettuali italiani, ma si capisce pure che la nebbia di certe posizioni omofobe riesce a far vacillare in lucidità anche le menti più raffinate, ragion per cui – torno a ripetere – l’omofobia è un male da debellare per la salute di una società nel suo complesso e non certo per tutelare i gay. Stavolta, a ben vedere, ne è stato vittima Galli Della Loggia e le sue capacità di giudizio. Ma noi non siamo rancorosi e glielo perdoneremo.

2. La lady di Freud

Siccome non ci facciamo mancare proprio nulla, la lettera di Giartosio viene accompagnata da un secondo intervento, scritto da una delle madri della psicoanalisi freudiana in Italia. La quale altro non fa che ripetere a memoria la lezioncina imparata ai tempi dell’università, per cui emerge un pensiero, tendenzialmente reazionario e conservatore, per cui la psicologa:

  • si para con un ipse dixit, per cui Freud ha proferito la sua sentenza sulla psicologia dello sviluppo del bambino la quale è, attualmente, e rimane insuperata
  • afferma che il bambino ha bisogno delle due figure, materna e paterna, per sviluppare secondo un concetto di “normalità” una sessualità felicemente orientata
  • si disinteressa del “destino” delle bambine, per cui, ammesso e non concesso che le sue teorie siano valide, l’urgenza sta tutta nel recuperare la sessualità “sana” del maschio, senza perdere tempo a “salvare” anche quella femminile.

La dottoressa Vegetti Finzi, terrorizzata dal fatto che un bimbo cresca “gay tra gay” (senza per altro avere il buon gusto di dirlo), ignora – o finge di ignorare – che la teoria freudiana è stata ampiamente discussa e superata dalla psicoanalisi contemporanea, per cui, se proprio vogliamo rifarci a un paradigma scientifico, l’APA, l’Associazione Psichiatrica Americana, dopo studi decennali ha dichiarato:

Sulla base di un gruppo di ricerca straordinariamente coerente sui genitori gay e genitrici lesbiche e dei loro figli, l’American Psychological Association (APA) e di altre organizzazioni sanitarie professionali e scientifiche hanno concluso che non vi è alcuna prova scientifica che l’efficacia educativa dei genitori sia legata all’orientamento sessuale dei genitori.

3. Le storture del sistema

In parole più semplici: è come se io volessi spiegare ai miei studenti e alle mie studentesse la struttura del nostro sistema solare partendo da Aristotele e fermandomi alle sue teorie, per il semplice fatto che il filosofo greco rimane, ancora oggi, un’istituzione. E qui ritorna la critica di Giartosio, per cui certo modus cogitandi non tiene conto del dato reale: cosa direste voi se, infatti, in virtù dell’ipse dixit di cui sopra, affermassi che il sole gira attorno alla Terra? È questo il tentativo portato avanti dalla signora Vegetti Finzi.

E se questo modello, arcaico e superato, viene messo in discussione da qualche scienziato in virtù dei suoi studi, arriverà l’immancabile cavaliere dell’apocalisse – sia egli uno studioso o un rabbino – a preconizzare la fine dei tempi. E pensare che poi ridiamo di chi ha creduto al calendario dei Maya…

4. Elementi di criticità

Al di là del giusto sorriso che certe esternazioni dovrebbero suscitare se fossimo in un paese davvero democratico, credo che vadano messe in luce alcuni elementi di criticità da indirizzare al “pensiero” (un po’ passivo, a ben vedere) di Galli Della Loggia e di Vegetti Finzi.

In primo luogo, si sta parlando di una realtà che già esiste. Ci sono centomila bambini, in Italia, nati e/o cresciuti dentro coppie omoparentali. Milioni, nel resto del mondo. Chiara Lalli ci fa notare nel suo splendido saggio Buoni genitori che le critiche agitate da personaggi come quelli citati hanno la conseguenza di negare, sic et simpliciter, il diritto di esistenza di questi esseri umani. Cosa intenderebbero fare i due nostri eroi – e con essi, molti altri alfieri della subcultura omofoba – di queste persone? Sarebbe interessante scoprirlo. Sperando di non inorridire, va da sé.

Secondo poi, il modello familista classico, costituito da padre, madre e prole, è un falso storico, visto che – ed è grave che uno storico faccia finta di non saperlo – la famiglia nucleare, così come la conosciamo oggi, è un prodotto culturale della società industriale ottocentesca e che le famiglie, nel corso del tempo e in relazione allo spazio, assumono modelli antropologici diversi. Lo dimostra anche Remotti, nel suo saggio Contro natura.

Ancora: un modello, per quanto imperante, non esaurisce le varianti riscontrabili nel reale. Per quanto maggioritario, il modello familista classico è parziale, perché non copre tutte le realizzazioni dei vari modelli di famiglie possibili. Applicare un principio di validità solo per un modello parziale, escludendone gli altri, è lesivo del concetto stesso di democrazia. Le democrazie, a ben vedere, sono tali quando il gruppo – maggioritario, di solito – che gestisce il potere cede margini di esso alle minoranze interne al sistema sociale, fino alla totale equiparazione. Altrimenti si cadrebbe in un sistema di privilegi e di discriminazioni e, purtroppo, il pensiero dei nostri due teorici va proprio in quella direzione.

Terzo. Nessuno mette in discussione la biologia – molto spesso e a torto confusa con la “natura” proprio da certe culture di stampo confessionale – e anche dentro le coppie omoparentali si obbedisce alla regola per cui ovulo e spermatozoo devono incontrarsi per generare altra vita. Il dramma di queste culture sta nel fatto di non voler accettare un’evidenza che va oltre il dato biologico. Affinché il contatto genetico avvenga e il bambino nasca, ci vuole una volontà. Procreare, prima ancora che un dato biologico, almeno nell’essere umano, è, quindi, un atto volitivo. Il pensiero confessionale lo svilisce, appiattendolo sul concetto di natura, vista come creatura di un dio qualsiasi. E i controllori di quel pensiero, a loro volta, autoproclamandosi come custodi e interpreti del volere divino in Terra, mirano proprio a imbrigliare la volontà – e la sua autonomia – proprio al fine di controllare le masse.

In questo quadro, dunque, si capisce perché liberare la genitorialità da una certa impostazione, tutta culturale, spaventa certi poteri religiosi e le loro emananzioni politiche. Di contro, l’omogenitorialità diventa una cartina al tornasole per un incremento democratico (oltre che demografico) di una nazione.

Per altro, tutto dimostra un’evidenza fondamentale: il modello familista classico non dà alcuna garanzia di essere un universo ottimale per il bambino. Al momento, per fare statistica da oratorio, risulta che il 100% degli abbandoni di minore, di lanci nei cassonetti, di stupri tra consanguinei, di assassinio della prole avviene in contesti rigorosamente eterosessuali. Per non parlare del femminicidio… Se dovessi seguire il grado di semplificazione di Galli della Loggia e di Vegetti Finzi, dovrei asserire che l’apocalisse è di fatto avvenuta e non ce ne siamo accorti e che, semmai, per morire bene il bambino ha bisogno di due figure, possibilmente eterosessuali e mentalmente disturbate. Ma non sono così stupido, per mia fortuna.

Infine: se bastasse il riconoscimento dei diritti civili alle famiglie omoparentali per distruggere un modello ritenuto immutabile – e in tale immutabilità starebbe la sua garanzia di solidità sociale – ciò dimostrerebbe, semmai, che il modello familista classico è in verità poco solido. Questo mette in luce, a maggior ragione, l’insufficienza di una realtà che per “essere” ha proprio bisogno della negazione di altri sistemi. Sarebbe triste pensare che la famiglia eterosessuale può esistere solo a queste condizioni. Al netto di ogni considerazione romantica.

5. Conclusioni

Non è un caso, temo, che questi due interventi siano stati pubblicati in un momento storico fondamentale in Italia, quello delle prime elezioni “post”-berlusconiane. Da febbraio prossimo si vedrà se il paese è uscito definitivamente da uno dei suoi periodi storici più bui, ridicoli e umilianti. La ricostruzione della società dovrebbe considerare, in questo processo, anche i diritti richiesti dalla gay community. Il Corriere della Sera, giornale serio ma conservatore, ha dato spazio, sposandone la causa e la filosofia, a teorie arretrate, inconsistenti e finalizzate a mantenere uno status quo inerente alla questione omosessuale italiana, dominata dall’inadeguatezza di una classe politica asservita incapace di interpretare le istanze del paese reale. In una sola parola: dall’omofobia.

Se redattori e articolisti avessero detto, in pratica, che non vogliono i diritti per le persone LGBT perché stanno dalla parte di quel centro-destra magari non proprio (o non più) berlusconiano, ma vicino a Monti e a Casini, ci sarebbero stati antipatici in egual modo. Ma almeno avremmo dato loro il beneficio dell’onestà intellettuale. E invece.

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Come deve essere

biscottiIl profumo dei biscotti al burro (ok, lo confesso, ne ho assaggiati due, proprio non ce l’ho fatta a resistere).
Le fusa di Maria. Sempre bella, anche se sta invecchiando (o forse proprio per questo).
Il silenzio del risveglio, la mattina, così diverso dal caos romano.
Quell’aria di casa…
Il cielo che sa di tutta la mia storia.
Il colore della pietra delle case.
L’odore del mare.
I ricordi, tutti insieme, come se la vita ti passasse davanti. Solo che mentre questo avviene, sei ancora vivo. E forse più di prima.
L’attesa.
I rumori di sempre.
La tv accesa.
E il solito caos.
Himelda che prepara l’albero, perché qui è lei la pasionaria del Natale.
Gli amici, quelli di quando eri ancora dentro il guscio.
La lista dei film che pensi di vedere, tutti rigorosamente strappalacrime (tipo questo).
Le corse per gli ultimi regali da fare.
La presentazione di oggi, forse la più emozionante.
Un aperitivo tra le vie di Ortigia (e fanculo la dieta, tanto ho perso dodici chili).
Un sushi con Dany.
E le incursioni a Catania.

E tutto questo insieme, in un punto solo, un po’ alla rinfusa. Proprio come deve essere.

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39 volte coming out

La prima volta che ho fatto coming out lo dissi a me stesso. E per uno che pregava la notte per tornare eterosessuale, capirete da soli che è stata una grande ammissione. Anche perché, diciamoci la verità: uno, non ne potevo più di sentirmi sbagliato e due, avevo giurato a me stesso, e cito a posteriori Eleonor Roosevelt, che non avrei più permesso a nessuno di farmi sentire inferiore senza il mio permesso. Anche se all’epoca non sapevo nemmeno chi fosse questa gentile signora.

All’inizio, quindi, ed era il 1995, decisi di accettarmi con una piccola clausola interiore: non era necessario che il mondo lo sapesse. Clausola che, per fortuna, osservai come rispetto ogni tentativo di fare una dieta degna di questo nome o di andare in palestra con costanza e regolarità.

Se sei te stesso non puoi esserlo solo dentro la tua pelle. Ogni cosa di te reclama gioia, ogni cellula del tuo corpo vibra di verità. E quindi conobbi lui. Non dirò il nome e non certo per damnatio memoriae. Ma se qualcuno leggesse queste parole potrebbe capire di chi si tratta e non sta a me rivelare i fatti degli altri. Lo chiameremo semplicemente lui, scritto con la l minuscola, perché gli unici che pensano a quel pronome con la maiuscola sono Emilio Fede, Sallusti e parecchi dalemiani. E anche no.

Mi innamorai di lui che era eterosessuale, almeno a parole. E poi mi pianse nella mia stanza, mentre lo abbracciavo teneramente, perché gli avevo detto che se non potevo averlo tra le mie mani in quel modo non aveva senso averlo a spasso nella mia vita. Ma sapete come sono fatto. A volte sono così tragico…

Ma sto andando oltre. Lui mi portò, prima di ogni sofferenza plausibile – e sia ben chiaro: mai innamorarsi di un eterosessuale, presunto o reale che sia – alla consapevolezza che io volevo vivere un amore alla luce del sole. Se Wilde fu condannato per l’amore che non osa pronunciare il suo nome, io quel nome ce lo avevo sulla punta della lingua ed era pronto a varcare il confine visibile delle mie labbra per conquistare il mondo intero. Le parole, d’altronde, creano significato e la realtà cos’altro è se non il significato che noi diamo, chiamandole, alle cose che ci succedono? Chiamiamola pure: benedizione di Adamo.

La prima volta fu con Fiorella, la mia compagna di banco del liceo. Anche se al liceo non c’eravamo più da un pezzo. Ma certe amicizie sono come certe storie adolescenziali. Te le porti dentro per sempre. Fanno un tutt’uno con te come la linfa all’albero. Credo sia stata l’amicizia a salvarmi la vita da un tentativo di suicidio che ho accarezzato più volte, quando mi sentivo “sbagliato”. Adesso, io sono forte, cazzuto (si fa per dire), so essere simpatico come Aldo Busi quando pesta una merda e, last but not least, ho affilato la mia lingua che il guanto rasoiato di Freddy Krueger è, in confronto, un ventaglio di piume di pavone.

Ma io ho avuto culo. Perché quando tutto era buio, ho trovato, a un certo punto, delle mani che, come raggi di luce, mi hanno tirato fuori da quell’universo fatto di terrore: la paura di uscire di casa perché potevo essere preso in giro. La paura di camminare per i corridoi della scuola, per le risatine, gli insulti, le spinte “improvvise”. Ecco, queste cose ti uccidono. In pochi sanno che quasi la metà dei suicidi tra adolescenti è dovuta a omofobia. Io mi son salvato. E lo devo a persone come Fiorella.

Per ringraziarla decisi di andare a casa sua a dirle «Fiory, io sono gay!». Così, bello, spavaldo, forte dei miei ventidue anni! Ci vedemmo alle due e mezza o su di lì. Mi piantai sul suo divano in pelle nera e riuscii a pronunciare la fatidica parola magica verso le sette di sera. Tutt’oggi mi chiedo come mai non mi abbia fatto uscire di casa dopo un paio d’ore, visto che, in teoria, dovevamo studiare…

Dopo Fiorella, toccò a Himelda, la mia sorellina. La quale si preoccupò così tanto che decise di non dare esami universitari per un mese. Quindi comprese che non ero intenzionato a diventare una priscilla siciliana – e capì che, anche se fosse, ero comunque sereno e risolto – e continuò a macinare trenta sul libretto con una velocità che ancora le invidio.

E poi venne il momento di mamma, detta la Fricanea, per un curioso lessico familiare che ci porta a essere dissacranti anche all’interno di quel complesso e multiforme fenomeno chiamato amore. O meglio, fu lei a fare coming out con me: «credi che io non abbia capito niente?». E, fidatevi, quando una madre capisce, capisce davvero, ma non è detto che voglia sapere… ma se capisce e viene a chiedertelo, non avete scampo. E fu così che, con qualche lacrima, ammisi che tra mascolinità e femminilità esiste una favolosità di cui ero, e sono, fiero portatore sano!

Con papà non ne parlammo. I padri, soprattutto quelli siciliani, vivono in un silenzio in cui si coccolano per poi poter dire, fieramente, che sono sempre gli ultimi a sapere. Molte volte è pure vero. Ma quando un giorno mi disse «hai visto, quel tipo del CCD non vuole farvi manifestare al corteo», parlando del pride di Catania, compresi che avevo vinto. Che tutti e tutte, in casa, avevamo vinto.

E capite perché da tutti questi momenti, inanellati nel filo invisibile della vita come perline, è stato come rinascere, di volta in volta? Perché conquisti spazi di vita, di esistenza, di sempre crescente libertà.

Da allora sono rinato più e più volte. Il mio ultimo coming out risale all’anno scorso. Ero a scuola, con una collega, e le rivelai, più precisamente, quanto fosse gnocco il mio psicologo. Lei arrossì lievemente, ma poi il giorno andò avanti come se nulla fosse. Ed è così che dovrebbe essere: come se nulla fosse. Perché essere gay, lesbiche o tutto il resto, significa semplicemente vivere. E tutti e tutte abbiamo questo diritto. Converrete.

Oggi è la Giornata mondiale del Coming Out e quindi ho deciso di raccontare la mia storia. Oggi, per una particolare coincidenza, è pure il mio compleanno. Trentanove anni. L’ultimo con il tre davanti – e sarà pianto e grande stridor di denti, lo so… – e in tutto questo tempo sono successe cose stupende, piccole e grandi tragedie, che poi però si son dissolte nel nulla, per quanto spaventose potevano sembrarmi mentre le attraversavo.

Ho imparato a innamorarmi. Ho appreso l’arte imperfetta della vita. Se non avessi deciso che ero stanco di non essere ciò che sono, sarei stato come quel fiore che sboccia sotto terra perché ha paura che il suoi petali con i colori dell’arcobaleno siano inadeguati rispetto al campo in cui i fiori crescono o solo di colore azzurro o solo di colore rosa. E invece le api delle cose nuove e degli eventi lieti vengono a posarsi anche su di me, fecondandomi di vita di volta in volta.

Per questo è importante ammettere a noi stessi/e quello che siamo. E vivere di conseguenza. Altrimenti non c’è vita, non c’è verità. C’è solo un’esistenza stanca e afflitta che qualcuno, in nome di una convenzione, di un dio invisibile o di una tensione intellettuale degna di una clava preistorica, ha deciso per noi.

E noi siamo quelli i cui petali hanno il colore dell’arcobaleno. E, per inciso: l’arcobaleno viene sempre dopo la pioggia. Chi non è in grado di apprezzarci, di conseguenza, non è degno del cielo. Noi, invece, ne abbiamo pieno diritto. E cominceremo a prenderci questo spazio appena riusciremo a dire, prima timidamente, poi ridendoci su, le magiche paroline: «sì, sono gay». È faticoso, ok. Ma io penso che ne valga la pena.

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Matrimonio gay e Stato di diritto: lettera aperta ai movimenti radicali antagonisti

Ragazzi e ragazze, non ci siamo. Siamo in Italia – membro dell’Unione Europea – nel 2012 e molti/e di voi vivono come se fossimo nella società di inizio ’900, ancora a dividere il mondo in padroni e proletari. In bianchi e neri. In buoni e cattivi. Proprio non ci siamo.

Faccio parte della gay community da quattordici anni. Ho attraversato una maturazione da un pensiero più radicale a uno più pragmatico. Che non vuol dire aver rinunciato a certe idee, bensì significa cercare di capire come metterle in pratica in quell’Italia di questo presente.

Quando vi sento parlare di matrimonio e di Stato di diritto – soprattutto da parte dei soggetti che si definiscono antagonisti, di sinistra radicale e da parte di alcune compagne (vetero)femministe – mi vengono i capelli bianchi e visto che alla mia età non ne ho ancora, capirete quanto possa essere fastidioso tutto ciò. Sento dire troppo spesso che non bisogna rivendicare i diritti, perché provengono da una struttura patriarcale e noi rifiutiamo tutto di quella cultura. Vedo con quanta superficialità viene bocciata l’idea di accedere al matrimonio perché modello che ripropone la divisione dei ruoli e dei sessi. E lo ribadisco: superficialità.

E, se posso permettermi, metteteci pure una certa povertà di allargamento del vostro orizzonte politico. E non solo: aggiungeteci, anche se non vi piacerà, anche una buona dose di ipocrisia, a volte non so quanto inconsapevole. E vi spiego perché.

In primis: il nostro sistema di produzione è orripilante, non serve una raffinata analisi – magari marxista – per rendercene conto. Dovremmo semmai capire che ridurre tutto a un rapporto di produzione è disumanizzante come quel sistema che dite di voler combattere. Io preferirei parlare di sistema di rapporti sociali di cui l’economia è un aspetto, non è né il motore unico né il forgiatore supremo.

Non è vero, per altro, che di questo sistema rigettate ogni cosa: i diritti acquisiti, maturati dentro tale meccanismo perverso, piacciono a chiunque. E ci piacciono talmente tanto che facciamo di tutto per difenderli, dall’articolo 18 all’interruzione di gravidanza. Mi pare, in altre parole, che si sia disposti a mettere in dubbio solo i diritti che gay, lesbiche, bisex e trans avanzano per trovare un loro posto in questa società. A queste rivendicazioni rispondete con: «la società fa schifo per cui non c’è bisogno di lottare per entrarci». Ma detto da chi ci sta dentro, magari pure a pieno titolo, ecco, questo vi rende ben poco credibili.

Secondo poi: la struttura del matrimonio, così come è, è sicuramente maschilista. Accedervi da parte di coppie di soli uomini e di sole donne, tuttavia, scardina il cuore di quella struttura. Tant’è che la chiesa cattolica ne ha il terrore. Se dovessi usare il vostro metro di valutazione – e ovviamente sto usando una provocazione – dovrei dire che state dalla stessa parte dell’istituzione più maschilista del mondo.

State per altro regalando il significato della parola “famiglia” a coloro che dite di voler combattere. La famiglia è un concetto che cambia nel tempo e nello spazio. Per voi è un’entità immutabile, generata dal capitale. La famiglia dovrebbe essere il luogo dove gli affetti si verificano. E si sta lottando, udite udite, per fare in modo che diverse specificità vengano riconosciute dentro quel “luogo” – attraverso le unioni civili, il matrimonio esteso, i diversi vincoli affettivi – che deve essere prima di ogni altra cosa giuridico. Altrimenti non vale.

Potete dire che questo mondo così com’è fa schifo e che rifiutate tutto di esso, ok. Allora rinunciate al diritto allo studio, alle rivendicazioni sindacali, all’interruzione di gravidanza, al divorzio, alle pensioni di reversibilità, ecc. Tutte queste tutele nascono proprio dal sistema che dite di odiare. E, a ben vedere, a odiare queste conquiste ci stanno persone del rango di Ratzinger, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Binetti e via discorrendo. Da quale parte volete stare?

Anche a me le cose, come stanno, non piacciono poi così tanto. Ma il senso della politica dovrebbe essere quello di rendere il mondo un posto più bello e vivibile, non ragionare per contrapposizioni, cercare lotta e conflitto anche quando si sceglie la bustina dello zucchero per il caffè al bar – tanto arricchireste sempre un detentore di capitale, ci avete mai pensato? – e dire a chi no ha diritti di non avanzarli nemmeno. Mentre magari, voi, quei diritti, li avete già.

Perché questo forse vi metterà in pace con le vostre coscienze. Ma di certo vi rende invisi e invise a milioni di persone che vorrebbero poter vivere la loro vita nella pienezza delle loro scelte. E voi, di fatto, col vostro integralismo politico state impedendo tutto questo.

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No al matrimonio gay? Tabacci da bambino era un disadattato

La storia è sempre quella: politici di area cattolica, molti dei quali direttamente compromessi col berlusconismo che senza nulla sapere delle relazioni tra gay e tra lesbiche e le bollano come ridicola imitazione di un istituto giuridico più forte e importante, il matrimonio tra soli eterosessuali, perché utile socialmente.

L’ultimo, in ordine d’arrivo, è Bruno Tabacci, membro della giunta Pisapia a Milano.

Forse l’assessore lombardo non si rende nemmeno conto delle enormità che dice, collocando, anch’egli, al di fuori della società milioni di persone GLBT, quando afferma:

Scimmiottare un rapporto così delicato e trasformarlo in un fatto che ha una rilevanza di natura costituzionale. Mi pare del tutto sbagliato. La famiglia, nei suoi affetti sia religiosi sia civili, va tutelata perché è la sede in cui si snoda la vita sociale

Ancora, Tabacci spiega così la sua avversità all’estensione del matrimonio:

Mi è capitato di diventare orfano di padre da giovane. Il solo fatto di riconsegnare compiti in cui c’era solo la firma di mia madre mi faceva sentire diverso.

Proviamo a ragionare secondo la logica omofoba, ma invertendo i termini della questione. Tabacci è cresciuto in una famiglia monogenitoriale, per cui, siccome la società si sviluppa in pieno solo laddove c’è un padre e una madre, quella dell’assessore non era una famiglia, nucleo fondante del sistema sociale. Ne consegue che Tabacci sta fuori dalla società e chi è al di fuori di essa non può pretendere di rappresentarla, a nessun titolo.

Suona male, vero? Eppure è il ragionamento che si applica ai sentimenti e alle relazioni del popolo arcobaleno.

Si potrebbe, infine, riproporre la stessa rozzezza culturale per rimandare al mittente le sue dichiarazioni offensive e ignoranti e rispondere: “egregio assessore, non è che, siccome lei è stato cresciuto come un disadattato, adesso tutti devono fare la sua stessa fine!”.

Lo so, questo ragionamento nega, in un colpo solo, la dignità umana e le capacità politiche dell’individuo, il suo ruolo nella società, l’amore di una donna che lo ha cresciuto.  E, ribadisco, è quello che gli omofobi – schiera alla quale anche l’ex deputato dell’UdC, ora rutelliano, appartiene – fanno quotidianamente sulla vita di milioni di persone, senza vergognarsene nemmeno un po’.

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Le coppie gay sono “famiglia”: anche la Cassazione dice sì

Leggendo il Corriere on line: la Cassazione, oggi, ha stabilito che

Le coppie omosessuali, se con l’attuale legislazione ”non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero”, tuttavia hanno il ”diritto alla vita familiare” e a ”vivere liberamente una condizione di coppia” con la possibilità, in presenza di ”specifiche situazioni”, di un ”trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”.

Repubblica ci fa sapere, per altro, che «il verdetto è arrivato a conclusione di un iter giudiziario avviato da una coppia gay della provincia di Roma che si era sposata all’Aja, in Olanda, e chiedeva la trascrizione dell’atto di nozze in Italia».

Ottima notizia, direi.

Paolo Patanè, presidente di Arcigay, spiega le ragioni per cui questa sentenza è storica e cioè:

• le coppie omosessuali, secondo la Corte, hanno il diritto di essere considerate famiglia a pieno titolo sotto il profilo culturale e giuridico;
• tali coppie possono ricorrere ai giudici per richiedere i diritti che il Parlamento non vuole ancora dare;
• il matrimonio non è una prerogativa esclusiva degli eterosessuali.

Mi limito a far notare che – dopo la sentenza 138 della Corte Costituzionale del 2010 e il voto del Parlamento Europeo di qualche giorno fa – nuovamente il mondo del diritto allarga la legittimità giuridica all’amore tra le persone dello stesso sesso.

Si mettano il cuore in pace sua santità, la chiesa tutta e i suoi galoppini in Parlamento e dentro i partiti e in particolar modo Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Alfano, Bersani, D’Alema, ecc.

Questa gente deve capire una verità evidentissima: il mondo va avanti e riconosce i diritti alle minoranze, tutte. In Italia – patria di ogni ritardo culturale – chiesa, UdC, PdL e i cattopiddini rimangono ancorati al Levitico.

La società civile prenda atto di tale evidenza, di questo bivio tra progresso e barbarie.

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Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

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Quindici anni di stronzagine

Secondo fonti più che ufficiali, tra un poco meno di due ore i finiani lasceranno il governo. Ci hanno impiegato quindici anni a capire con chi si erano andati a mettere, ma meglio tardi che mai. Adesso, lo capisse pure il piddì saremmo già a una svolta.

A proposito di Gianfranco Fini. Non gli riesce di fare il Sarkozy de noantri che subito l’Avvenire lo bacchetta: questa fissa di considerare i froci come persone non gli va proprio giù. Gianfranco, da sempre sensibile anche alle richieste dei cattolici, dopo quelle di fascisti e omosessuali, fa marcia indietro dichiarando che in cuor suo si è «sempre opposto ad ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali». Che strano, noi avevamo capito il contrario. Sarà.

Dal canto nostro, siamo davvero rassicurati del fatto che il giornale dei vescovi italiani sia così vigile sulle magnifiche sorti progressive della famiglia. Soprattutto dopo gli stessi quindici anni in cui, pure loro, non hanno fatto altro (i vescovacci malefici) che sostenere sua maestà Silvio. Il protagonista di punta, in altre parole, del dissesto economico, sociale e morale dell’Italia di oggi che alle famiglie proprio benissimo non fa. Ecco, magari se Fini glielo avesse ricordato, in virtù e forza del fatto che almeno lui se n’è reso conto…

Ma siccome è lunedì, giorno che ci rende tutti amabili come meduse tropicali per errore finite sui nostri genitali mentre siamo impegnati a fare il bagno nudi a novembre, è pure il caso di dare un paio di buone notizie.

La prima, a Milano Giuliano Pisapia vince le primarie. Il pd si aspettava di portare alle urne almeno centomila persone. Trentamila l’han pensata diversamente. Non ci si può mai fidare di questi dalemiani… ad ogni modo, il candidato di sinistra è stato il più votato. Sgomento e stupore tra i militanti del partito democratico: si pensava di averli fatti fuori tutti. E invece…

Che poi io mi chiedo come si deve sentire Bersani a essere il leader di un partito che  guarda a sinistra e che elegge dirigenti di destra.

Notizia veramente buona: in Birmania, paese lontano, incastrato tra India e Cina, la leader democratica Aung San Suu Kyi è stata rilasciata dopo quindici anni (un numero che ritorna, a quanto pare) di prigionia. La sua colpa: vuole fare del suo paese una nazione non governata da stronzi. E alla signora va dunque un caro augurio per il nobile tentativo. Se poi le rimanessero un paio di settimane libere, potrebbe pure  venire in Italia.