La chiesa illuminata non esiste

Tutto mi distingue da Mario Giordano: schieramento politico, idee, look. Ma su una cosa gli do perfettamente ragione:

La Chiesa illuminata, ovviamente, è una Chiesa che non esiste. O meglio: una Chiesa, come dicevamo, che esiste solo nella mente di coloro che in chiesa non ci vanno mai e che però si sentono in dovere di dire anche al Papa come deve pensarla sulla vita, sulla morte, sull’ etica e sulle nozze omosessuali. Per carità: liberi tutti di credere quel che vogliono a casa loro. Liberi di sognare e di immaginare qualsiasi religione zapaterista.
Ma non confondano i loro desideri con il cattolicesimo.

Poi certo, esiste una profonda contraddizione da parte di quei milioni di persone, tutte per bene, che dicono di appartenere al cattolicesimo e poi, nella loro prassi di vita, inseguono e incarnano altri insegnamenti – verrebbe da chiedersi: cristiani? – ma questa, appunto, è una contraddizione che non può interessare un laico il cui compito è quello di limitarsi ad accettare gli altri per quello che sono e di rispettarli per quello che fanno.

La morte di Welby e la morte della civiltà

Cinque anni fa si spegneva Piergiorgio Welby.

La sua morte, da allora, non ci ha insegnato nulla. La componente cattolica di questo paese – quelli come Casini, per intenderci, che candidano mafiosi al parlamento, o come Ratzinger e Giovanni Paolo II, che hanno coperto i casi di pedofilia all’interno della chiesa – ha creato, nel frattempo, una legge che ci obbliga a morire tra atroci tormenti.

Da notare come tra i nomi autorevoli di questi nuovi signori del dolore spicca una certa Paola Binetti, creatura politica di Francesco Rutelli, ex senatrice del partito democratico, premiata da Veltroni per la sua omofobia e ricandidata alla Camera dei Deputati e poi passata all’UdC. Proprio Binetti è musa ispiratrice di tale legge.

Tutto questo per ricordare che la destra fa il suo mestiere, e lo fa bene. E che quando certa sedicente sinistra tenta di copiarla, crea mostri e si rende complice della morte culturale, democratica e civile di questo paese.

Sulla morte di Magri

Hanno fatto bene i nostri politici, per lo più ipocriti su ogni questione di natura etica, da Casini a Veltroni, passando per l’allegra combriccola del PdL, a mantenere un decoroso silenzio sulla scelta del suicidio assistito di Lucio Magri, il fondatore del Manifesto.

Sia chiaro: il suicidio assistito non è l’eutanasia.

L’eutanasia, nei paesi civili dove è permesso praticarla, si effettua su soggetti malati in stadio terminale e porta alla fine delle sofferenze del paziente. È il medico a somministrare i farmaci, in tal caso.
Il suicidio assistito, invece, è dare la possibilità, a chi vuole farlo, di togliersi la vita. Il medico predispone il ricovero e il reperimento dei farmaci da adoperare. Poi è il soggetto che vuole suicidarsi a fare tutto il resto.

Non so prendere una posizione su tale pratica. Sono assolutamente favorevole all’eutanasia e allo stop ad alimentazione e idratazione nei casi di morte cerebrale. Quest’altra opzione, invece, mi trova impreparato, per cui non darò un giudizio in merito.

Credo solo che di fronte alla morte di una persona, anche quando non ne condividiamo le scelte ultime, e anzi proprio per tale ragione, il silenzio e il rispetto siano le uniche risposte possibili di fronte a qualcosa più grande di tutti noi e della nostra comprensione.

Eluana, la dignità e gli assassini delle libertà civili

Il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro. Moriva nel senso che il suo cuore smetteva di battere. Dopo diciassette anni di stato vegetativo, dopo la morte, cioè, dei suoi pensieri, delle sue aspirazioni, dei suoi sogni, di tutto l’amore che poteva provare.

Eluana era ridotta a un vegetale e il padre, allora, ha cominciato una lotta di civiltà per fare in modo che la figlia si spegnesse in modo dignitoso. Non dissolvendosi dentro un corpo tenuto in vita artificialmente, ma lasciando che la natura completasse il percorso deciso dal caso, ben più tragico.

La vicenda di questa ragazza è divenuta terreno di scontro tra la parte più sana del paese – coloro che credono nella libertà individuale delle persone a prescindere dal loro credo religioso e nel rispetto di tutte le scelte, anche quelle contrarie al sentimento della laicità – e i cattolici che, con la complicità di una destra da postribolo che per farsi forte dell’appoggio vaticano ha contrastato la libertà di scelta di chi non ha voluto sottomettersi alle conseguenze di un credo nelle quali non si riconosce.

La legge sul testamento biologico e sul fine vita è un banco di prova fondamentale per la libertà dell’individuo: si deve poter scegliere di rifiutare le cure, l’alimentazione e l’idratazione forzate. Se queste, infatti, vanno contro il nostro più intimo concetto di libertà personale, bisogna fare in modo che si muoia secondo la nostra coscienza.

Il Vaticano, che pare non essersi più ripreso dall’evidenza galileiana e dalle scoperte di Copernico, fa di tutto per renderci delle larve da addossare alle nostre famiglie, che devono scontare costi, umiliazioni, sacrifici e disagi di una scelta imposta da altri – i clericali – che si limitano, al massimo, di pregare per le nostre anime all’interno delle loro ipocrite parrocchie di provincia.

Tra pochi giorni verrà presentato in parlamento un provvedimento sul fine vita. Il berlusconismo agonizzante spera di comprare così l’ennesima complicità di una chiesa che, in cambio di una legge ad hoc, chiuderà volentieri un occhio sugli scandali sessuali – non proprio conformi al concetto di famiglia cristianamente intesa – del premier.

Occorre fermare, con le armi della politica, questi volgari assassini delle libertà civili. Bisogna dire sì, con forza, al testamento biologico e all’eutanasia.

La scelta di Monicelli e il trattamento di fine vita

Mentre ieri sera guardavo l’ultima puntata di alta televisione che è stato Vieni via con me, fulgido esempio di una tv di qualità che per fare audience non deve svendere il buon gusto, l’equilibrio e l’impegno sociale alla volgarità dei tempi presenti, sul sito di Repubblica leggevo della morte di Mario Monicelli.

Morte causata non dalle dirette e irreversibili conseguenze della vecchiaia e del male che affliggevano il grande regista, ma da un atto di volontà.

Appena saputo del “suicidio”, e leggendo delle condizioni di salute di Monicelli, ho subito pensato al tentativo di non subire l’umiliazione del dolore. Un’interruzione volontaria di esistenza, di un’esistenza destinata alla fine, al disfacimento, alla perdita del controllo di sé.

Evidentemente, ho pensato, per Monicelli la dignità della sua persona passava per il mantenimento delle proprie facoltà fisiche e intellettive. Finire in un letto a disfarsi tra dolore e incoscienza forse non gli è embrato consono al concetto di dignità personale. E così ha deciso di porre fine alla sua vita seguendo ciò che era inevitabile. In modo forse un po’ brusco e irruento ma chi lo conosceva bene così lo ricorda. Un uomo un po’ brusco, a volte, ma di gran cuore.

Oggi, ascoltando le dichiarazioni di chi lo conosceva, si esprime a chiare lettere che la scelta del “suicidio” è una scelta che non sorprende. Monicelli non voleva diventare un vegetale destinato comunque alla morte. E ha preso la sua decisione.

L’idea che mi ha attraversato ieri, per un attimo, oggi si è fatta più concreta. Se l’Italia avesse una legge che disciplinasse il trattamento di fine vita (eutanasia inclusa) – da non confondere con il suicidio – Monicelli avrebbe potuto affrontare quel momento in modo non cruento. Possibilmente non in solitudine, circondato dall’affetto della sua famiglia.

L’ordinamento vigente, supportato da questo governo che è il più squallido degli ultimi centocinquant’anni e che ha come sponsor privilegiato la chiesa cattolica, prevede il divieto della fine delle sofferenze del malato.

Governo e chiesa che, per altro, sono i punti di riferimenti di quei movimenti “pro-vita” che a quanto pare si battono affinché la vita delle persone sia peggiore.

Monicelli, forse, ha voluto non dargliela vinta, alla malattia. E lo ha fatto scegliendo. Scegliendo di non dare l’ultima parola al suo male. A ben guardare questa è libertà. È dignità. Dignità e libertà. due parole che non si declinano nel linguaggio dell’attuale classe politica italiana asservita ai peggiori poteri clericali, ma che diventano esempio vivo dei grandi uomini del nostro paese.

E per la cronaca, Monicelli ha anche rifiutato i funerali, religiosi e civili. Chissà che non ci sia un nesso, anche qui. Perché lui era lui, verrebbe da dire, «e voi non siete un cazzo».

Un saluto al maestro, tale fino all’ultimo.